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Il merito da premiare

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Quando il direttore del Corriere mi ha chiesto di commentare la lettera di Rita Clementi al Presidente Napolitano, stavo parlando con un giovane collega che vive da anni negli Stati Uniti e insegna in una delle migliori universita’ di quel Paese: cercavo di convincerlo a rientrare, accettando un’offerta della mia universita’. Non so se avremo fortuna, ma se rientrasse non sarebbe il primo. Da un decennio alcune nostre universita’ riescono ad attrarre ricercatori che si sono affermati all’estero: nel campo dell’economia i casi di maggior successo sono Salerno e Torino, ma ve ne sono alcuni anche in altre discipline, soprattutto nelle scienze, come testimonia la lettera del ricercatore dello Iov di Padova, Vincenzo Bronte, pubblicata ieri dal Corriere . Purtroppo questa fortuna arride a pochi.
Non so se il ministro Gelmini si rende conto di quanto deve amare il proprio Paese un ricercatore che decide di lasciare universita’ in cui l’unica gerarchia e’ quella determinata dai risultati ottenuti nella ricerca, per venire in un mondo in cui, come scrive la dott.ssa Clementi, spesso la benevolenza dei propri referenti e’ una variabile indipendente dalla qualita’ della ricerca. Non dobbiamo sorprenderci se alcuni coraggiosi, dopo essere tornati ripartono, anche dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che aveva suscitato tante speranze.
Che fare per trattenerli o per evitare, caso ancor piu’ triste e amaro, che intelligenze brillanti dopo 10-20 anni di eccellente ricerca siano costrette a cambiar lavoro? Mi rivolgo a Lei, Signor Ministro: Lei puo’ fare moltissimo.
Scrive Rita Clementi: Un sistema anti-meritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una “buona ricerca” aiuta a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca. sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verra’ interrotto, se chi e’ colpevole non sara’ rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare piu’ soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universita’ e gli enti di ricerca come feudo privato e che cosi’ facendo distruggono la ricerca.
Da alcuni mesi il ministro ha nel cassetto un disegno di legge di riforma dell’universita’ che ? almeno nelle versioni piu’ coraggiose circolate sulla rete ? affronta molti dei mali che hanno convinto Rita Clementi a partire.

La governance degli atenei, le modalita’ di reclutamento dei ricercatori, i criteri per la ripartizione dei fondi pubblici. Certo, servono anche i finanziamenti: i tagli previsti dalla Legge finanziaria, se confermati, non consentono di andare lontano. Ma se non si cambiano le regole, nuove risorse sarebbero denari gettati al vento. E se le risorse proprio non ci fossero, perche’ la crisi ci obbliga a destinare ogni spazio del bilancio pubblico a chi nei prossimi mesi perdera’ il lavoro? Allora occorre essere ancor piu’ coraggiosi, accettando il principio che l’universita’ di fatto gratuita e’ un trasferimento dai poveri ai ricchi: quindi alzare significativamente le rette, accompagnandole ad un sistema di borse di studio che garantisca a chiunque lo meriti la possibilita’ di accedere all’universita’. Questo avrebbe anche il vantaggio di indurre le famiglie a riflettere con piu’ attenzione sulla scelta dell’universita’, e i ragazzi a ribellarsi se un docente arriva tardi a lezione e trascina stancamente il suo corso non cambiandolo mai, o se le aule sono sporche e la biblioteca chiude alle 2 del pomeriggio. La frase L’universita’ e’ gratuita, quindi di che cosa vi lamentate! e’ uno dei motivi per cui e’ tanto difficile migliorare le nostre universita’. Ma il varo di quella legge viene rimandato di settimana in settimana, immagino perche’ interessi forti vi si oppongono: rettori, vecchi baroni, anche i grand commis che reggono il suo ministero. Caro Ministro, e’ venuto di momento di rompere l’indugio.