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il crac della scuola di Luca Ricolfi

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Sulla scuola e l’universita’ ognuno ha le sue idee, piu’ o meno progressiste, piu’ o meno laiche, piu’ o meno nostalgiche. C’e’ un limite, pero’, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite e’ costituito dalla nuda realta’ dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi puo’ avere in testa, la realta’ com’e’ dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che e’, anziche’ ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e universita’, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realta’ stenta a farsi vedere per quella che e’. La nuda realta’ io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realta’ non si puo’ dire, e’ politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilita’ offese.

Io vorrei dirla lo stesso, pero’. La realta’ e’ che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’universita’ e’ sostanzialmente priva delle piu’ elementari conoscenze e capacita’ che un tempo scuola e universita’ fornivano.

Non hanno perso solo la capacita’ di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacita’ di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacita’ di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perche’ credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un bastoncino (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’universita’ e’ costretta a fare corsi di azzeramento per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee piu’ catastrofiche di questi anni, anche perche’ e’ la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creativita’).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacita’ nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perche’ non e’ capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto dentro). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, ne’ le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilita’ nelle relazioni e nella vita di gruppo. rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocita’ vertiginosa.

Pero’ il punto non e’ se siano piu’ le capacita’ perse o quelle acquisite, il punto e’ se quel che si e’ perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui pero’ non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi cosi’ facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realta’ ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicita’ e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilita’ di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilita’ economiche di ogni famiglia, nulla e’ stato negato, pochissimo e’ stato richiesto, nessuna vera frustrazione e’ mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, e’ stato fatto credere di possedere un’istruzione, la’ dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realta’ presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo piu’ manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di e’lite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Gia’, perche’ la scuola facile si e’ ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le masse popolari non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualita’ che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i piu’ deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio e’ una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, piu’ che dividerci sull’opportunita’ o meno di bocciare alla maturita’, quel che dovremmo chiederci e’ se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.