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I talebani del web

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di Umberto Eco

Circa vent’anni fa, quando stavo iniziando a usare il computer e lo introducevo all’università facendo organizzare corsi di addestramento ai linguaggi di programmazione, ero in contatto con uno dei primi studiosi di problemi informatici e pianificavamo insieme alcune iniziative a livello accademico. Un giorno in un dibattito mi sono trovato a fare quello che, da studioso serio, farei nei confronti dei "Promessi sposi", della coltivazione intensiva delle patate o del metodo Montessori: ho mostrato alcuni punti critici del nostro comune oggetto d’interesse – così come, utente dell’automobile qual sono, e persino talora appassionato lettore di "Quattroruote", sono sempre pronto a indicare tutti i casi in cui l’automobile costituisce un rischio (emissioni venefiche, eccessiva velocità, ingorghi, impigrimento). Non l’avessi mai fatto: quella persona, che credevo studioso equilibrato, mi si è scagliata contro accusandomi di cieca insensibilità al progresso e odio degli strumenti elettronici.

Ogni innovazione crea i propri equilibrati fedeli (io sono un equilibrato utente del computer – ne ho otto, in luoghi diversi – e di Internet, che consulto giornalmente) ma crea anche i propri "talebani", che avvicinano il nuovo ritrovato come cosa sacra e intoccabile, pena il ritorno alla penna d’oca.
La scorsa Bustina ho raccontato di come nel giro di tre giorni fossero apparse su Internet quattro notizie false, che mi riguardavano, e come questo dovesse metterci in guardia nei confronti di uno strumento che, essendo nelle mani di chiunque, è ricco di inesattezze o addirittura di bufale messe in circolazione proprio per minare la fiducia nello strumento stesso.
Non l’avessi mai fatto. Invece di apprezzare questa esortazione critica a non prendere mai nulla per oro colato sono stato criticato da varie parti come apocalittico, luddista, misoneista, intristito nel suo rifiuto delle magnifiche sorti (e progressive). Mi è stato obiettato che tutte le false notizie di cui parlavo erano apparse su giornali o agenzie di stampa e solo dopo erano state diffuse da Internet. Come a dire che, se su un quotidiano apparisse la notizia che Bin Laden è vivo e vegeto nel Guatemala, perché lo ha rivelato un montanaro boliviano coltivatore di coca, la responsabilità della diffusione di questa falsa notizia non sarebbe del giornale ma del montanaro.

Io le notizie di quei quattro falsi le ho ricevute da Internet, perché non mi era capitato di avere tra le mani le fonti giornalistiche in questione, alcune delle quali magari erano arrivate a poche migliaia di persone mentre, una volta amplificate su Internet, hanno raggiunto persino me.
Che la stampa dia spesso notizie false è storia vecchia, tanto che già Oscar Wilde, in uno dei suoi paradossi, lamentava il declino della pubblica moralità dicendo che ormai persino i giornali davano notizie vere. Ma con Internet abbiamo una mutazione quantitativa impressionante e ci sono casi in cui la quantità si trasforma in qualità.

C’è però una cosa consolante sulla quale vale la pena di discutere, e in ragione della quale continuo a usare Internet come fonte di informazione: ed è che la smentita che appare sui giornali finisce in corpo minore nelle pagine interne, quando la notizia falsa aveva campeggiato in prima pagina; al contrario una bufala apparsa su Internet ha buone possibilità di essere contestata, con pari e talora maggiore evidenza. Non tanto la mia Bustina (a stampa), quanto le critiche che le sono state rivolte on line, sono servite a informare moltissimi che quelle quattro notizie erano false.
Ma proprio da questo deriva la virtuosa necessità di continuare a esercitare una critica del Web, così come si esercita una critica della politica, o si falsificano ipotesi errate nella ricerca scientifica – e di insegnarlo specie ai più giovani. Non capisco perché il libero esercizio di questa doverosa attività trovi qualcuno disposto a scandalizzarsi.