I soldi pubblici per salvare la Cit usati per noleggiare Ferrari

Claudio Del Frate Avevano porte aperte dappertutto: a Venezia, sulle spiagge incontaminate del Sud Italia, nei palazzi della politica romana. Ma gli amministratori della Cit, la compagnia italiana del turismo fondata nel ’27 da Mussolini e dichiarata insolvente nel 2005, hanno preferito spendere i soldi della società per noleggiare Ferrari, appartamenti in piazza di Spagna […]

Claudio Del Frate

Avevano porte aperte dappertutto: a Venezia, sulle spiagge incontaminate del Sud Italia, nei palazzi della politica romana. Ma gli amministratori della Cit, la compagnia italiana del turismo fondata nel ’27 da Mussolini e dichiarata insolvente nel 2005, hanno preferito spendere i soldi della società per noleggiare Ferrari, appartamenti in piazza di Spagna e per fare vacanze a Sankt Moritz.

La storia della Cit, di cui il pm milanese Riccardo Targetti ha scritto una nuova pagina chiedendo di processare 11 amministratori per bancarotta, è una storia italiana: è una delle tante occasioni sprecate, stavolta in un settore dove è quasi impossibile sbagliare come il turismo, ed è l’ennesimo esempio del deprecato «capitalismo di relazioni» , dove cioè sembra contare di più avere solidi appoggi nel mondo della politica che non prodotti vincenti e soldi per farli camminare.

Rilevata nel ’98 da Gianvittorio Gandolfi, fino ad allora ignoto imprenditore di Varese che si era messo in testa un’idea meravigliosa, la Cit ha vissuto costantemente al di sopra dei suoi mezzi: pianificando villaggi turistici in Basilicata, resort nella laguna veneta, chiese nel paese natale di padre Pio; ma arrivando a scavare, secondo i calcoli della Procura milanese, un abisso debitorio di un miliardo di euro. E usata dai suoi amministratori come un bancomat personale.

«Ma la cifra non sta né in cielo né in terra» protesta Giuseppe Vimercati, ex presidente del Mediocredito Lombardo, ex presidente della società e per un certo tratto compagno di viaggio di Gandolfi; e oggi anch’egli indagato. Gandolfi rileva dallo Stato la Cit, vincendo la concorrenza di Calisto Tanzi e pensa di trasformare una catena di agenzie di viaggi (tra cui quella che emette biglietti ferroviari ed aerei per deputati e senatori) in un colosso turistico. «E quello fu il vero errore imprenditoriale – confessa ora Vimercati – quello di gettarsi nel business immobiliare, costruendo più di quanto le forze della società consentissero» .

I bilanci sono già in rosso ma viene acquistata l’isola veneziana di Sacca Sessola, per trasformare un ex sanatorio in un hotel a cinque stelle. Fondamentali, nella strategia del gruppo, i rapporti con le stanze della politica; così nell’orbita della Cit vengono attirati Luca Danese, nipote di Andreotti e sottosegretario nei governi di centrosinistra, manager berlusconiani come Ubaldo Livolsi e Giuseppe Sciascia. Con un occhio anche alla Lega: nonostante i debiti la Cit decide di sponsorizzare il Varese Calcio, che milita in C2 ma che è caro al Carroccio.

I risultati? Grazie ai contratti di programma per il Sud varati da Prodi, Gandolfi (affiancato dall’ad Arcangelo Taddeo) ottiene di costruire villaggi turistici a Scanzano Ionico e Pietrelcina. L’uso dei denari pubblici fatto dalla Cit è elencato ora nel decreto di chiusura indagini di Targetti: un’infinita sequenza di fatture per operazioni inesistenti che servono solo a mascherare prelievi per tappare i debiti di società del gruppo, oppure per pagare agi personali: abiti di Gucci e Versace, accessori di Vuitton, noleggio di Ferrari e Lamborghini, vacanze a Sankt Moritz o nelle beauty farm del Garda, anche un appartamento nel cuore di Roma dato in uso a una signorina sudamericana senza incarichi nella società; in questa grandeur si liquidano misteriose consulenze legali a 1.000 euro l’ora.

Emblematico il caso di Sacca Sessola: per realizzare quel progetto Cit paga 15 milioni di euro a una società lussemburghese, la Engeco «priva- scrive la Procura di Milano- di personale specializzato e di strutture tecniche adeguate» e la maggior parte dei fondi «vengono canalizzati verso siti inesplorabili in giurisdizioni off-shore» .

A conti fatti: la capogruppo tocca nel 2005 perdite per 535 milioni di euro e il titolo viene sospeso in Borsa. Eppure nel dicembre di quell’anno il governo eroga a Cit altri 65 milioni di fondi, bypassando l’ok della Ue sugli aiuti di Stato.

L’annuncio viene dato al consiglio di amministrazione da una lettera firmata da Gianni Letta il 14 novembre: «Egregio presidente, le confermo che la richiesta di finanziamento verrà presentata alla prossima seduta preparatoria del Cipe» . Alla Cit viene praticata anche una terapia estrema: viene posta sotto l’ombrello della legge Marzano, provvedimento per salvare aziende ritenute «strategiche» per il Paese e fino ad allora concessa solo a Parmalat.

 

«Si sono spesi più soldi per la Cit che per promuovere l’immagine dell’Italia» commenta amaro in quei giorni Antonio Tozzi, allora presidente della Fiavet, l’associazione dei tour operator. E il risultato sono un’azienda con 240 dipendenti in cassa integrazione e mille progetti in fumo.

 

 

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