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I social network fanno bene a chi sta in ufficio

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Chi naviga per divertimento, per meno del 20% del proprio orario di lavoro, risulta essere il 9% più produttivo di chi non lo fa: questa è la conclusione alla quale approda una ricerca australiana effettuata su un campione di 300 dipendenti per rispondere a uno dei dilemmi più frequenti dell’era digitale: ma gironzolare per Facebook e Twitter, leggere news online, ascoltare musica e scorrere i video su YouTube in ufficio fa bene o fa male al lavoro?

QUESTIONE DI GIUSTA MISURA – La risposta arria da uno studio dell’Università di Melbourne ed è semplice, forse persino banale: sì, i social network fanno bene al rendimento lavorativo, ma solo se non si esagera. Dedicare al proprio profilo su Fb o all’informazione online o ancora alle proprie comunicazioni personali troppo tempo, rubando ore preziose ai compiti lavorativi, inibisce la produttività. Dando per scontato che qualsiasi dipendente necessita ciclicamente di una piccola pausa di ristoro, lo studio di Melbourne sottolinea che le reti sociali, le news e i filmati online sono un ottimo modo per rinfrescarsi le idee e caricarsi di nuove energie, diversamente da altri passatempi virtuali, come l’e-shopping e l’online banking, che essendo più stressanti non hanno lo stesso effetto benefico e rigenerante. La giusta quantità di web 2.0 da assumere per veder schizzare la produttività è il 20 per cento dell’orario lavorativo. Fino a questa soglia di navigazione il dipendente tornerà alla propria routine lavorativa con maggiore entusiasmo e nuove energie e la sua efficienza sarà il 9 per cento più elevata rispetto a chi nello stesso lasso di tempo non ha frequentato né social network né YouTube.

L’ATTEGGIAMENTO DELLE AZIENDE – Il presidente dello Human Resources Institute of Australia, Peter Wilson, è concorde sull’effetto ricreativo dei social media e polemizza con l’atteggiamento proibizionista di molte aziende, che continuano a vedere in internet un nemico della produttività, anziché un prezioso alleato. L’ Australian Council of Trade Unions, il più grande sindacato dei lavoratori del Paese, sostiene infatti che molti datori di lavoro impediscano ai propri dipendenti di gestire le proprie mail e di effettuare ricerche personali su Internet. Joel Fetter, presidente dell’ACTU, riferisce in particolare che il 66 per cento dei datori di lavoro sorveglia la navigazione dei propri dipendenti, mentre il 43 per cento ne controlla la posta elettronica. Per contro ci sono marchi che hanno capito da tempo che il divieto di accedere al web non funziona e hanno smesso di destinare tempo e soldi a software che bloccano l’uso di internet. I più lungimiranti addirittura utilizzano i social network per la stessa comunicazione aziendale, come modo per discutere idee e progetti con i dipendenti.

CONCLUSIONI – Brent Coker, autore della ricerca, puntualizza: «Un impiegato riposato e divertito rende di più sul lavoro. La condizione è che la navigazione, dovunque essa approdi, sia mossa dal desiderio di qualche minuto di relax e che non si prendano troppo sul serio le attività online». Nulla di così diverso dunque dal vecchio caffé alla macchinetta, chiacchierando del più e del meno con i colleghi e sparando qualche battuta: cambiano i tempi, ma gli esseri umani sono fondamentalmente uguali e hanno bisogno di sentirsi parte di molte variabili per avere una vita equilibrata. Alla fine sono i più completi e i più sereni a rendere di più (in ufficio, ma probabilmente anche nella vita) e non certo i più repressi.