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I silenzi della politica sulla campagna terroristica contro Equitalia, un pezzo dello Stato

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Gli inquirenti hanno dichiarato di essere a buon punto e c’è solo da sperarlo. Perché la catena di attentati che ha come obiettivo gli uomini e le sedi di Equitalia si sta configurando come un vera e propria campagna terroristica. Che può avere un solo obiettivo: intimidire e disarticolare uno dei principali strumenti di lotta all’evasione di cui dispone lo Stato italiano. Sì, perché è proprio il caso di ricordarlo: Equitalia non è un’agenzia privata incaricata della riscossione ma è un «pezzo» della Repubblica italiana, giuridicamente controllato al 51% dall’Agenzia delle entrate e al 49% dall’Inps. Nasce a metà degli anni 2000 per ripubblicizzare un sistema di riscossione largamente inefficiente e chi ha scelto di bombardarla si è messo scientemente contro lo Stato e la legalità. Niente di più niente di meno della criminalità organizzata. Della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta.
 

La cosa singolare – e a suo modo preoccupante – è però un’altra: la solitudine nella quale sono stati lasciati in queste settimane gli uomini di Equitalia, come se combattessero una loro «guerra privata» e non fosse invece in discussione un pezzo di legalità repubblicana. Ci saremmo aspettati da parte delle forze politiche e delle parti sociali un clima di sostegno, manifestazioni di solidarietà (simbolica) nei territori, una perentoria presa di distanza dalle bande armate. Niente di tutto ciò è accaduto o comunque assai poco. Con il risultato che il campo è stato occupato nelle ultime settimane da messaggi ambigui e contraddittori che spesso hanno finito per presentare gli attentatori come dei moderni Robin Hood amici della piccola impresa. Il resto lo ha fatto Beppe Grillo che ha invitato gli italiani a comprendere le ragioni degli attentatori e ha chiesto al presidente del Consiglio Mario Monti di chiudere Equitalia. Se dovessimo dar retta a Grillo la Repubblica italiana conseguirebbe in un colpo solo due splendidi risultati: a) decretare il successo delle forze eversive; b) depotenziare la lotta all’evasione fiscale.

Sostenere in questo delicato momento Equitalia vuol dire essere totalmente d’accordo sulla normativa e sui metodi impiegati per la riscossione coattiva? Certo che no, siamo una società aperta e non dobbiamo avere nessun timore di discutere il merito e magari dividerci nel giudizio. Con il passaggio dalle banche ad Equitalia la riscossione cosiddetta «coattiva» è passata dal 3 al 10% e quest’incremento si è accompagnato all’emergere di tensioni. Le organizzazioni dei Piccoli sostengono che la normativa oggi è squilibrata (a favore dell’Agenzia delle entrate e a scapito del contribuente) e che serve un ripensamento complessivo. Il rischio maggiore è che l’azione di riscossione si indirizzi solo sui beni visibili di artigiani e commercianti e lasci invece sostanzialmente intatti gli interessi di chi porta capitali all’estero o si nasconde dietro dei trust. Il sistema oggi appare, ancora una volta, forte con i deboli e debole con i forti. E lo dimostrerebbero alcune metodologie applicate da Equitalia, come le aste al ribasso e il sequestro dei beni di produzione, che sono fieramente contestate dagli operatori economici morosi.
 

Il governo Monti sembra aver preso coscienza delle contraddizioni presenti nelle norme, oltre che della delicata situazione che stanno vivendo i Piccoli, e nella recente manovra ha adottato due misure che vanno giudicate con favore, l’allungamento della rateizzazione dei ruoli e la normalizzazione dei costi della riscossione. Ma è solo un passo e per orientare i successivi non c’è niente di meglio di una discussione pubblica sui metodi e gli obiettivi della lotta all’evasione fiscale. Una democrazia matura non teme i conflitti sociali ma sa che prima di tutto deve mettere a tacere i terroristi.