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I privati «grandi assenti» nella ricerca

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E’ la prima volta che, mentre il governo attraverso il ministro Mariastella Gelmini affronta il piano di ricerca nazionale e la riforma degli enti ad essa dedicati, l’iniziativa del mondo scientifico si apre e diventa piu’ seriamente partecipe del dibattito che simili provvedimenti richiedono. La posta in gioco e’ elevata e condizionera’ il futuro, quindi e’ tanto piu’ necessario condividerla. Forse all’origine del maggior impegno degli scienziati sulla politica che li riguarda c’e’ anche la consapevolezza di trovarsi sull’orlo di un baratro: o si cambia o si sprofonda e non solo nei laboratori ma nell’economia del Paese. Perche’ scienza, tecnologia e sviluppo sono i tre volti della realta’ odierna.

Nel pacchetto di stimolo di 787 miliardi di dollari approvato dal presidente americano nel febbraio scorso per aiutare l’uscita dalla crisi si prevedevano 19 miliardi di dollari anche per la ricerca, in un Paese che gia’ investe ogni anno 350 miliardi di dollari corrispondenti al 2,7 per cento del prodotto interno lordo e che attira scienziati da tutto il mondo. proprio da qui che arriva un interessante documento elaborato dai ricercatori italiani che lavorano negli Stati Uniti e sono riuniti nella Fondazione Issnaf (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation). Il documento che hanno elaborato (Punti chiave per una riforma della ricerca in Italia) sara’ presentato il 21 settembre all’Universita’ Bocconi assieme al Gruppo 2003 formato da ricercatori impegnati a livello nazionale su questo fronte. Altri incontri seguiranno con varie organizzazioni scientifiche, industriali, politiche e con le Universita’.

Il documento, di cui anticipiamo i contenuti, segue lo scopo della Fondazione che e’ quello di partecipare al rinnovamento del sistema italiano con una cognizione di causa a livello internazionale difficilmente eguagliabile. Soprattutto avanza delle proposte partendo da una consapevolezza reale dei problemi che caratterizzano situazioni talvolta incredibili. Ad esempio: Nelle universita’ italiane, circa la meta’ dei fondi devoluti per la ricerca e’ utilizzata per pagare salari allo staff universitario, sulla base del presupposto (non verificato adeguatamente) che gli accademici spendono meta’ del loro tempo per la ricerca e meta’ del tempo per l’insegnamento. Capacita’ e risultati da dimostrare sono evidentemente un optional.

Quattro tipi di interventi sono suggeriti dalla Fondazione per affrontare la situazione e cambiarla.

1) Il sostegno alla ricerca . Constatando carenti i finanziamenti si propone un aumento della spesa almeno al livello della media europea dei 27 Paesi: da 1,1 per cento del prodotto interno lordo all’1,74 per cento. I denari non devono essere distribuiti a pioggia come si continua a fare oggi, ma concentrati in aree con maggior impatto scientifico-sociale e probabilita’ di successo. Cio’ dovra’ essere accompagnato da un doppio sforzo: diffondere l’importanza degli investimenti e tagliare la burocrazia.

2) Il governo della ricerca. Oggi gli attori di questa scena sono troppi e dispersi tra enti e ministeri producendo inefficienze e sperperi. Riformare i cosiddetti enti di ricerca senza introdurre un sistema di governance a monte trasparente ed efficiente appare uno sforzo inutile. La riposta migliore consiste nel creare un’Agenzia di coordinamento della ricerca italiana (Acri) che agisca da interfaccia tra il mondo politico e quello scientifico/accademico. Seguendo le direttive del governo dovrebbe stabilire gli indirizzi generali e come distribuire le risorse a sei dipartimenti: biologia e medicina, ingegneria e informatica, scienze fisico- chimiche e matematiche, energia e ambiente, agricoltura, scienze umane e sociali. I sei organismi devono godere di autonomia nella gestione pur rispondendo all’agenzia. Cio’ porterebbe alla riduzione delle spese amministrative, ad una maggiore autonomia della ricerca dalla politica e ad una migliore risposta ai bisogni del Paese. Gli Stati Uniti hanno due efficienti centri decisionali di questo genere: l’Office of Management and Budget e l’Office of Science and Technology Policy che fanno parte dell’ufficio del Presidente.

3) Meccanismi di governo . Riguardano l’assegnazione dei fondi e la verifica dei risultati. La prima deve avvenire secondo criteri di merito e competitivita’. Per la verifica, il sistema di peer review con una componente internazionale essenziale, deve essere accompagnato da regole chiare che assicurino trasparenza e impediscano il conflitto di interessi. La verifica sara’ periodica per controllare che si risponda agli obiettivi.

4) Governo, universita’, industria. Sotto qualunque aspetto si voglia esaminare l’influenza di un paese moderno, l’efficacia del rapporto tra industria, scienza e governo e’ centrale per lo sviluppo industriale ed economico. Qui le proposte partono da uno dei punti piu’ critici, cioe’ dallo scarso investimento privato nella ricerca. Nel rapporto pubblico/ privato e’ soprattutto quest’ultimo che e’ drammaticamente inadeguato rispetto agli altri Paesi, alcuni dei quali superano anche il 70 per cento. Paradossalmente, in proporzione risulterebbe teoricamente sufficiente la quota pubblica mentre quella privata da noi sfiora a fatica il 49 per cento.

Che fare? Innanzitutto rafforzare i distretti regionali con competenze specializzate, sostenere incentivi economici e fiscali a favore delle imprese che spendono in ricerca. Per le universita’ sono da premiare quelle che dimostrano di raggiungere i risultati nelle ricerche con una ricaduta sul sistema economico ma garantendo loro maggiore autonomia nella propria politica, nelle assunzioni e nei rapporti con l’industria. Si propone inoltre un sistema per il sostegno di nuove imprese, incluse istituzioni finanziarie specializzate, pero’, in queste operazioni. Altro fronte sono i rapporti con l’Unione Europea della quale utilizzare i finanziamenti comunitari per agevolare il sistema industria- ricerca. Attenti, pero’, che l’Unione e non il governo italiano decide cosa fare con fondi europei.

Tra le proposte della Fondazione Issnaf e il Piano nazionale di ricerca in preparazione da parte del ministro Gelmini ci sono disparita’ ma numerosi punti di convergenza. E non potrebbe essere diversamente perche’ la soluzione dei problemi italiani per la ricerca non puo’ essere di sinistra o di destra. Ha a che fare con la struttura e l’amministrazione del Paese, i cui criteri di base non sono da interpretare dalle segreterie dei partiti ma da rispettare secondo riconosciute regole internazionali.