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I giovani bocciano l’Italia: e’ una sfortuna viverci

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Alessia Guerrieri

Italiani popolo di migranti, non meno di un secolo fa. Non avranno la valigia di cartone, né tanto meno viaggeranno stipati su treni stracolmi o carrette del mare transoceaniche, ma il sogno di avere una vita migliore all’estero c’è eccome. Sono 4 milioni e 100mila speranze diverse, concentrate soprattutto in Europa e America (6mila sono missionari ed operatori di Ong), 90mila in più dello scorso anno. Ma il volto dell’emigrato italiano è ben diverso da quello d’inizio Novecento; non più povero ed analfabeta con la voglia di trovare una qualsiasi occupazione, ma super-preparato e giovanissimo. Ecco così che emerge la figura del laureato in cerca di lavoro all’estero o quella, meno scontata, di adolescenti che vanno fuori a studiare verso la Spagna, ritenuta più "positiva", e le economie emergenti dell’Asia.

Il sesto rapporto sugli Italiani nel mondo, curato dalla fondazione Migrantes, è un compendio di 150 anni di italianità e di emigrazione, di rimandi tra la nostra storia di Paese emigrante e quella attuale di nazione che accoglie immigrati.

La diaspora di massa dei nostri connazionali è finita negli anni ’70, ma dall’Unità gli emigrati sono stati circa 30 milioni e ogni anno dall’Italia continuano ad uscire 45mila persone (a fronte di un rientro di 35mila). Ben più elevato il numero degli oriundi, gli emigrati di seconda generazione, all’incirca 20 volte più alto degli attuali italiani residenti all’estero (80 milioni). È partito soprattutto dal Sud l’esercito dei 4 milioni di concittadini ora all’estero, da Sicilia e Campania in primis, diretto per lo più verso l’Argentina, la Germania e la Svizzera.

Ora sono tuttavia lo svecchiamento della popolazione migrante e le nuove rotte le vere sorprese in un Paese tra i più ricchi al mondo. Un’Italia in cui però oltre il 40% dei giovani considera una sfortuna vivere; così sin dai tempi dello studio si guarda all’ "erba del vicino" con interesse. Sono più di 17mila i ragazzi italiani che intraprendono un programma Erasmus, 1.600 quelli che vanno all’estero per un tirocinio post laurea e 42mila gli iscritti a facoltà straniere.

La migrazione per studio è, comunque, l’1% di quella universitaria e concentrata per lo più nella fascia dei benestanti. Ma è l’età in cui si inizia ad andare all’estero ad essere sempre più bassa, scendendo fino ai liceali. Lo scorso anno 4.200 di loro hanno scelto di studiare altrove, soprattutto in Asia. Crescono dunque i minorenni italiani che vivono fuori dal Belpaese, non sempre per loro volontà. Ad aumentare difatti, nell’era delle famiglie multietniche, è anche la categoria dei bambini contesi, triplicata nell’ultimo decennio (da 89 nel 1998, si è passati a 242), soprattutto nei Paesi dell’Ue.

«Gli Italiani all’estero sono un patrimionio umano importante – sottolinea monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes – per rinnovare l’Italia di oggi, dobbiamo appropriarci dello slancio degli emigrati, noi e specialmente le nuove generazioni, facendo riferimento al loro impegno e anche agli stimoli che possono venire dai Paesi nei quali si sono insediati». Una lezione di vita personale, ma anche per l’Italia, perciò. Gli fa eco Franco Pittau, referente scientifico di Caritas-Migrantes: «L’immigrazione non è lontana, gli emigrati italiani hanno contribuito a costruire il Paese di oggi, è un cieco chi non lo ammette».