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I fondi etici, un boom con il trucco

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Una crisi d’identità, che rischia di trasformarsi in crisi di credibilità. L’affronta la finanza etica, o socialmente responsabile (sri), quel modo di intendere l’investimento finanziario che considera, oltre ai risultati economici, anche la dimensione sociale e ambientale dell’attività di un’impresa. Ed è singolare che ciò stia accadendo in una fase in cui la finanza etica si sta imponendo a suon di numeri.

Lasciano pochi dubbi, infatti, gli ultimi dati diffusi da Eurosif, che hanno fotografato una crescita dell’87% in due anni (a 5mila miliardi di euro) delle risorse finanziarie gestite con criteri sri in Europa. E non lasciano molti dubbi neppure i confronti che spesso sono stati compiuti per stabilire se è vero, o se è un pregiudizio, che investendo eticamente si guadagna meno. Nel 2009, ad esempio, il 65% dei fondi etici statunitensi ha fatto meglio del proprio "benchmark" (l’indice tradizionale di confronto), mentre un’indagine effettuata da Ecpi, società di consulenza e analisi sulla sostenibilità (fra pochi giorni presenterà il primo indice italiano, vedi box a destra), ha mostrato come attraverso l’utilizzo di criteri esg (ambientali, sociali e di governance) si sia potuto prevedere con largo anticipo circa il 70% dei fallimenti, avvenuti negli ultimi anni, di società ritenute affidabili quanto a merito di credito.

Perché, allora, la finanza etica suscita perplessità? Perché in alcuni casi ha dato l’impressione di aver un po’ smarrito la bussola, operando scelte che sono parse incerte, a volte apertamente contraddittorie, non garantendo sempre quella trasparenza informativa che ne costituisce uno dei caratteri identitari più forti.

Una recente ricerca condotta fra i fondi sri francesi da parte dell’associazione ecologista "Les amis de la terre", ad esempio, ha evidenziato come su 89 fondi analizzati ben 71 avessero investito in almeno una fra quindici multinazionali protagoniste di comportamenti "socialmente irresponsabili", finiti anche all’attenzione dei media. Tra esse, France Telecom, accusata di politiche gestionali che avrebbero indotto una lunga catena di suicidi fra i suoi dipendenti (anche Etica sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica, ha disinvestito dal colosso transalpino delle tlc per gli stessi motivi); Shell, sul banco degli imputati per l’elevatissimo impatto ambientale delle sue attività nel delta del Niger; Rio Tinto, a causa dell’inquinamento provocato dallo sfruttamento di miniere in Indonesia (anche il fondo pensione governativo della Norvegia, uno dei principali attori sul mercato sri internazionale, ha escluso la società per «gravi danni ambientali»); e Total, per le relazioni d’affari con il regime militare in Myanmar.

A sollevare polemiche hanno contribuito anche i grandi indici etici internazionali, come il Dow Jones sustainability index, sulla base del quale oggi si investono nel mondo oltre 8 miliardi di dollari, o l’indice etico della Borsa di Londra, Ftse4Good. È capitato, infatti, che alcune società comparissero in un indice e fossero escluse dall’altro. Emblematico il caso della francese Sodexo, gigante della ristorazione collettiva: accusata dai sindacati (con un esposto anche all’Ocse) di non rispettare i diritti dei lavoratori, è stata esclusa da Ftse4Good, e ha ricevuto un downgrade dall’autorevole agenzia europea di rating etico Vigeo. Ma è ancora presente fra i titoli più sostenibili del pianeta selezionati da Dow Jones, insieme a quello di Finmeccanica, attiva in uno dei settori più controversi agli occhi degli investitori sri, quello degli armamenti (tra gli altri ambiti rifiutati, nucleare, tabacco, gioco d’azzardo, alcol, pornografia).

Ma il caso più eclatante riguarda Bp. La "marea nera" è infatti costata a British Petroleum l’esclusione dagli indici etici di Dow Jones, decisa a poco più di un mese dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, seguita a giugno dal downgrade di Vigeo. Ftse4Good, invece, ha escluso Bp solo ai primi di settembre, con un ritardo apparso inspiegabile ai più.

Di chi ci si può fidare, allora, per investire in modo responsabile i propri risparmi? Pur poggiando su basi simili, infatti, i vari modelli di rating etico utilizzati palesano differenze a volte stridenti, a cominciare dalla possibilità di investire in settori controversi. Spesso, poi, c’è poca trasparenza sui motivi di inclusioni ed esclusioni. E mancano controlli effettivi su chi mette sul mercato prodotti con l’etichetta "etico", "socialmente responsabili" o "sostenibile".

Ma, soprattutto, sembra che i modelli di valutazione della sostenibilità siano prevalentemente "formali", che guardino cioè più alla presenza di un bilancio sociale, di un codice etico o di certificazioni ambientali che non a verificare che cosa della società in oggetto pensano coloro che intrattengono con essa relazioni dirette e, ancor di più, chi ci lavora, i cosiddetti stakeholder. Che potrebbero testimoniare se le attività sindacali sono davvero permesse, se la conciliazione vita-lavoro viene favorita, se le donne possono andare serenamente in maternità o vengono discriminate, se c’è mobbing o peggio (magari qualche dipendente arriva a suicidarsi), se i contratti sono rispettati nella sostanza, se vi sono procedimenti penali a carico della dirigenza, e così via.

Forse è ancora impresa troppo grande una definizione univoca in tutto il mondo di che cosa è etico, sostenibile o socialmente responsabile, ma sta di fatto che tutti, a parole, si richiamano agli stessi concetti, salvo metterli in pratica diversamente. Qualcosa di più, quindi, per evitare che la finanza etica si delegittimi con le sue stesse mani, forse si può fare. Ad esempio, definire uno schema di criteri di sostenibilità validi per tutti, obiettivo perseguito dal progetto Gisr (Global initiative for sustainability ratings), oppure una "lista nera" di settori e attività controversi da cui, se ci si vuole chiamare "fondo etico", non si può attingere a qualsiasi latitudine.

La finanza etica è nata da chi voleva dire no alla guerra del Vietnam e al Sudafrica dell’apartheid: in quei casi i confini erano certamente più chiari. Oggi è aperta la difficile sfida di un’economia dalle "mani pulite".