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Hong Kong, tutto il mondo dentro un palazzo low cost

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Chiunque sia stato nella costosa Hong Kong con un budget ridotto ci ha passato almeno una notte: Chungking Mansion, «l’edificio più globalizzato del mondo», offre stanze a prezzi imbattibili al 36-44 di Nathan Road, proprio nella punta di Tsim Sha Tsui, uno dei luoghi a massima concentrazione di Hong Kong. Definirlo non è facile: un po’ malfamato, attivo giorno e notte, caotico perfino, è un ampio edificio a 17 piani, a cui si accede per cinque ascensori diversi — dalla A alla E, in ordine decrescente di presentabilità. I primi due sono dedicati al commercio, gli altri ripartiti in mini-alberghi, ristoranti, uffici e mini-mini appartamenti divisi, suddivisi e affittati a trader provenienti dall’Africa o dal sub-continente indiano che hanno bisogno di un luogo dove passare la notte. Secondo le stime del personale addetto alla sicurezza, quando alle 11 di sera chiudono i battenti, circa quattromila persone, ogni notte, dormono qui.

Un tempo era un luogo insicuro: ma, ora che Chungking Mansions sta per compiere cinquant’anni, le storie di furti, incendi e lotte fra gang sono un ricordo lontano, ancora raccontato per il gusto delle vicende forti. La prostituzione resta: le ragazze della notte che sorridono nei corridoi sono filippine, indonesiane, cinesi e africane, ma l’Associazione dei Proprietari di Chungking Mansions (più di 900), presieduta da Selina Lam, ha fatto di tutto per rendere più salubre l’edificio. Gordon Mathews, un antropologo di Hong Kong, stima che qui, nel «palazzo globalizzato al centro dell’universo», come lo chiama lui, si trovino circa 130 nazionalità diverse in ogni momento del giorno e della notte. Gomito a gomito, turisti in vacanza provenienti dall’Europa, dalle Americhe, dalla Russia e dal Giappone, e centinaia di altri da tutto il resto del globo che sono qui a lavorare, fare affari e scambiarsi merci.

Globalizzazione spicciola, che non riguarda i McDonald’s o i negozi di lusso onnipresenti come nell’area duty free di un aeroporto planetario. È una globalizzazione fatta da commercianti come Filos, di Calcutta, che compra vestiti made in China a Shenzhen, proprio alla frontiera con Hong Kong, per venderli in India. Per lui il palazzo è il suo hub personale: poco più di 100 euro al mese per la stanzina all’interno di un appartamento suddiviso in tanti microvani, gestito da Abdul Kureishin che di anni ne ha 67, ha fatto il cuoco sulle navi per 25 e ora compra in Cina «telefonini e memory cards» per l’India. Tutto è a portata di mano: i grossisti oltrefrontiera e gli spedizionieri giusto dietro Chungking Mansions. «Faccio avanti e indietro da 16 anni. Chungking Mansions costa poco, e ha i migliori ristoranti indiani di Hong Kong», dice Filos, elencando il Taj Mahal, il Delhi Club e il Khyber Pass.

Per Sany, che è del Ghana e ha un negozio di abiti hip hop che piacciono in particolare agli adolescenti cinesi che vengono qui il fine settimana, non è male nemmeno il ristorante del Mali al diciassettesimo piano. Sua moglie è di Hong Kong e vorrebbe vivere in Ghana, ma Sany dice che «i nostri leader hanno venduto le risorse nazionali prima ancora che noi nascessimo, e l’economia è completamente bloccata». Meglio Chungking Mansions. Jehangir Khan, invece, vende un telefonino «che contiene due sim card, il Corano digitalizzato e varie funzioni: un hadith quotidiano (detti e aneddoti del Profeta), le interpretazioni del Corano, la traduzione in venticinque lingue, gli orari di preghiera a seconda dei giorni e dei fusi orari, le canzoni islamiche con video. Tutto fatto in Cina». Marca Iqra Technologies, un’azienda che vive fra Hong Kong e Shenzhen e che si divide il mercato del Corano digitale insieme alla Enmac, che ha ideato qui questa curiosa novità.

In nome del commercio nessuno litiga con nessuno, nemmeno indiani e pachistani, e nessuno si specializza: la telefonia va forte – secondo Mathews, il 20% dei telefonini utilizzati nell’Africa sub-sahariana passa da qui – ma ora che la volatilità dei mercati finanziari lo richiede, Chungking Mansions ha visto spuntare dal nulla decine di negozietti per cambiare valuta, con margini non indifferenti. Perché la globalizzazione spicciola lavora giorno e notte, ed è attenta ad ogni nuova corrente.

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