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Gli squilibri da correggere.

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La globalizzazione ambivalente non piace al Papa. Troppa finanza, poco sviluppo; troppa sete di denaro, poca voglia di pace. E sullo sfondo il divario tra ricchi e poveri, Nord e Sud del mondo, che si allarga. Non e’ la prima volta che Benedetto XVI denuncia i rischi di un pianeta dove uonmini e donne non sono mai stati cosi’ distanti e dove, come disse durante una celebre omelia alla sua prima Via Crucis, in una stanza si crepa e nell’altra si spreca. Gia’, perche’ il vuoto di una globalizzazione che abbiamo trasformato in una nuova ideologia del benessere e’ tutto racchiuso in questa contraddizione. La bolla esplosa con la crisi che stiamo attraversando. Nei paesi sviluppati, come l’Italia, una corsa sfrenata al consumo e al superfluo ci ha trascinato fino alla zona grigia della perdita di senso, di valore, delle cose. Con comportamenti quotidiani, meccanici, infiliamo nel cestino della spazzatura quasi il 20% della nostra spesa, pasta, pane e carne, e con altrettanta disinvoltura consumiamo quasi un terzo in piu’ delle risorse che la Terra e’ in grado di riprodurre. Alla stesso tempo, la Fao ci segnala che si avvicina la soglia di un miliardo di persone che vive con l’incubo della fame e non vede, tantomeno nella globalizzazione e nella sua propaganda, alcuna fonte di progresso. Una recente inchiesta del governo della Gran Bretagna ha tirato fuori la seguente equazione: con il cibo sprecato dai cittadini inglesi in un anno si potrebbero sfamare 150 milioni di africani. Un’enormita’. Come l’acqua che sciupiamo, attraverso i nostri rubinetti e i colabrodi delle reti di distribuzione (un litro disperso per ogni litro erogato), mentre interi paesi nel Sud del mondo combattono guerre sanguinarie, apocalittiche, proprio per il controllo delle fonti di approvvigionamento idrico. Un mondo cosi’ squilibrato non puo’ andare lontano. Non puo’ reggere all’urto di una crescita economica che non si traduce in maggiori opportunita’ per tutti, ma solo in euforiche occasioni di ricchezza per pochi. Ecco perche’ la crisi finanziaria, economica e sociale, vista attraverso lo sguardo profondo di Benedetto XVI, ha una sua radicalita’ che puo’ tradursi in nuove opportunita’. Questo e’ il tempo che ci aspetta, questa e’ la vera scommessa con il futuro. Non c’e’ nulla di ideologico nel discorso del Papa, e anche il riferimento allo sterminio di milioni di bambini non nati (gli aborti hanno raggiunto la cifra record di quasi 42 milioni di casi all’anno, con una fortissima concentrazione nei paesi sottosviluppati) e’ un appello, di straordinaria densita’ culturale, a recuperare nuovi valori, senza i quali qualsiasi energia di cambiamento rischia di poggiare su gambe troppo fragili. I primi interlocutori di Benedetto XVI sono gli uomini politici che hanno responsabilita’ nella vita pubblica, e non poteva essere diversamente. A questo proposito il Papa denuncia la carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessita’ e le emergenze. E chissa’ se, con il suono di queste parole, non sia arrivato un fischio proprio nelle orecchie di quei dirigenti della Fao che continuano a sfornare analisi, studi e documenti, senza mai riuscire a mettere in campo un’azione comune almeno per contenere la fame nel mondo. La Fao, ricordiamolo, e’ un’agenzia sovranazionale che amministra un budget annuale di oltre 960 milioni di euro, bruciati, per quasi due terzi, allo scopo di sostenere le spese di una struttura elefantiaca. Soldi sprecati. Un lusso che il mondo della globalizzazione ambivalente, delle due stanze del Nord e del Sud, non puo’ piu’ permettersi.