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Gli sprechi delle Forze armate

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 di Fabio Mini

 

 In questo cicaleccio inconcludente sulle manovre finanziarie destinate a gettare nel pozzo senza fondo del debito nazionale i soldi dei contribuenti, non spicca solo l’assenza di qualsiasi riforma strutturale, ma anche il silenzio dei militari. Anch’essi vengono fortemente penalizzati dalle manovre attuali, e più ancora da quelle che si prevedono nel prossimo futuro, e forse se ne lagnano nei corridoi e nel segreto del confessionale, come si conviene ad un gruppo disciplinato. Anch’essi assistono esterrefatti all’occupazione delle istituzioni pubbliche da parte di reucci e delle loro corti, con annessi cortigiani e cortigiane. Vengono anche sollecitati da più parti a fare “qualcosa” per sanare una situazione istituzionale e morale irrimediabilmente compromessa da costumi decadenti e dalla rapacità d’interessi politici e personali che ormai da tempo usano le istituzioni come colf private. Fortunatamente nessun militare raccoglie queste sollecitazioni: per genuino spirito democratico. Oppure, sfortunatamente, nessuno le raccoglie perché non conviene e perché ormai tutti ritengono che anche i militari debbano militare nelle corti portando nel caos e nel grigiore degli intrighi e della corruzione il contributo di compostezza e colore che solo l’uniforme può dare.

Scartando a priori e per principio che i militari debbano, possano o vogliano lamentarsi dei tagli, ci si aspetterebbe però che almeno qualcuno di essi parlasse e soprattutto facesse qualcosa per aiutare la manovra stessa e indirizzarla sulla via del rigore e della serietà. Non dovrebbe essere difficile perché da almeno trent’anni (la ristrutturazione delle Forze Armate iniziata nel 1975 non è mai stata completata ed anzi è stata più volte stravolta) i vertici militari italiani e della Nato proclamano di volere una profonda riforma strutturale che garantisca la sicurezza nazionale, di volere efficienza e di volere esattamente le risorse che servono: non un soldo di più e neppure uno di meno. Ebbene, il momento attuale è, fra le mille disgrazie, l’evento più fortunato che potesse capitare per realizzare finalmente la riforma strutturale delle Forze Armate: non solo per tagliare qua e là le spese, o aggiungere un altro modello alla collezione della Difesa, ma per disegnare lo strumento di sicurezza necessario all’Italia, alla Nato e all’Europa.

Gli Stati avviati al fallimento finanziario, come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia stanno mettendo mano a varie riforme, ma si guardano bene dal toccare le strutture delle forze armate. È un fenomeno inquietante che fa pensare ad una esigenza di tenersi buoni i militari in previsione di un loro ruolo nell’eventuale repressione di grandi disordini o di minaccia al potere dei governi. Grecia, Portogallo e Spagna lo hanno già fatto ed hanno conservato nel Dna la traccia e nell’organizzazione i piani e le strutture per l’assunzione del potere militare. Le forze armate italiane sono però diverse, non per il Dna, ma proprio per la loro struttura. Non hanno un orientamento politico, non hanno la conoscenza dei problemi sociali del paese, non hanno collegamenti col mondo economico e con quello del lavoro, non hanno intellettuali che le stimano e politici che si fidano, non sanno dove stanno le strutture strategiche da controllare, non hanno i comandanti in grado di guidare simili operazioni e non hanno la conoscenza del territorio, non hanno la coesione interna tra le varie componenti e non hanno forze credibili per l’assunzione del potere. La componente squadrista del nostro Dna è confinata in alcuni reparti che con tutta la buona o cattiva volontà sbaglierebbero strada per Roma e in città si dovrebbero affidare a qualche poliziotto fuori servizio, a qualche carabiniere nostalgico, a qualche finanziere pasticcione oppure a qualche guardia forestale con pregressa esperienza. Non sarebbero dunque le forze armate che in Italia potrebbero guidare una rivolta o una repressione, al massimo si dovrebbero mettere al servizio di qualche forza di polizia come nell’operazione “Strade sicure” o di qualche netturbino come in quella di “Strade pulite”. Tuttavia anche in questo caso ci sarebbero dei problemi visto che comunque i pattuglioni misti di soldati, carabinieri, poliziotti, finanzieri e vigilesse servono a controllarsi a vicenda o a trastullarsi.

Quindi, per fare un grosso favore alla Nazione e alle casse dello Stato le forze armate dovrebbero cominciare a programmare una drastica ristrutturazione in chiave efficientista partendo dalla definizione di ciò che è necessario all’Italia per la propria sicurezza militare.

Esclusa la possibilità di chiamarle ad un colpo di Stato o di usarle per sparare sui dimostranti o per sgomberare una discarica ed esclusa l’imminenza e l’immanenza di una minaccia militare contro l’Italia, rimangono pochi compiti essenziali: 1. Partecipazione a missioni dell’Onu, che in genere si accontenta di comandi capaci visto che per i soldati a buon mercato ha offerte in esubero. 2. Partecipazione alla difesa collettiva della Nato con una quota equa di difesa aerea e navale e di forze di pronto intervento terrestre. 3. Partecipazione alle guerre velleitarie della Nato stessa o di qualche altro matto che, ammesso che siano opportune, non richiedono molte forze (in Libia la Bulgaria partecipa con una motovedetta e l’Italia con 14 aerei; nella prima guerra del Golfo ci siamo andati con dieci aerei e alla seconda siamo andati e tornati in fretta e furia). 4. Iniziative nazionali di cooperazione bilaterale e assistenza. 5. Sorveglianza di punti sensibili nazionali. 6. Guardia d’onore al Milite Ignoto. 7. Apriporta gallonato al Quirinale.

I tecnici militari possono sviluppare i calcoli che vogliono, ma a occhio e croce non servono certo due portaerei, 131 caccia F-35, otto linee diverse di aerei, 400 carri armati e oltre mille veicoli da combattimento cingolati e blindati e varie centinaia di pezzi di artiglieria che da settant’anni non vedono un impiego e vengono radiati dal servizio senza neppure aver sparato un colpo. Con una forza calibrata su tali esigenze ed equilibrata nelle diverse componenti la struttura di comando e controllo e quella logistica sono importanti ma possono essere limitate con le sinergie e l’integrazione. I tecnici contabili possono quantificare le esigenze finanziarie come vogliono o possono ma per uno strumento moderno a regime in grado di soddisfare le esigenze operative individuate è necessario appena un terzo dei 27 miliardi di euro che oggi vanno alla Difesa, includendo nel calcolo i fondi destinati da altri ministeri all’acquisto di mezzi e alle attività.

Perché ci si avvicini a tale traguardo non occorre pensare subito a come penalizzare il personale dipendente o soffocare le funzioni operative diminuendo l’addestramento o riducendo le paghe. È una pratica fin troppo abusata che si risolve sempre nel tagliare la qualità e la quantità di servizi al cittadino invece di snellire le strutture. Occorre eliminare incongruenze e disparità ed allora è necessario che i vertici militari diano una risposta ad alcune domande. Ad esempio: perché nonostante la legge del 1998 che ha introdotto il vertice unico abbiamo ancora quattro capi di Stato maggiore che percepiscono le maggiori indennità previste quando erano loro i vertici? Perché un Ufficio di Gabinetto deve avere centinaia di persone pagate il doppio dei colleghi del palazzo di fronte? Perché continuiamo a reclutare ufficiali e sottufficiali e li promuoviamo come se in futuro dovessimo avere dieci corpi d’armata? Perché diciamo di avere un esubero di marescialli che comunque sono già addestrati e una vita operativa futura di pochi anni e li vogliamo rimpiazzare con un ugual numero di sergenti da formare, addestrare e tenere in esubero per i prossimi 40 anni? Perché avevamo uno “scandalo” di comandi centrali e periferici ridondanti e oggi li abbiamo moltiplicati senza migliorarne l’efficienza? Perché dobbiamo lasciare alla speculazione e all’abusivismo gli immobili militari dai quali sappiamo di non ricavare nulla di significativo quando abbiamo migliaia di mezzi costosi che non impieghiamo e che dobbiamo comunque mantenere? Perché ci dobbiamo accollare debiti per programmi futuri di acquisto di armi, mezzi, navi e aerei quando non riusciamo a pagare i debiti attuali? Perché facciamo gravare gli oneri della crisi sul personale e non tocchiamo i contratti esterni, gli appalti, le forniture e gli sprechi? Perché illudiamo i giovani sulle prospettive d’impiego e buttiamo i soldi facendoli giocare alla guerra? Perché arruoliamo volontari per un anno quando abbiamo sempre detto che non basta per addestrare, non basta per mandarli all’estero e uno di loro costa complessivamente come uno in servizio permanente? Ma soprattutto, perché non approfittiamo della Santa Crisi per dare un esempio a tutta la pubblica amministrazione e anche all’imprenditoria privata?

Se la risposta è che anche i militari sono dei cortigiani, che devono tenere in piedi un carrozzone per conservare i privilegi di pochi succhiando dignità e risorse a molti, che devono mantenere le industrie che sperperano e corrompono, che non devono dare l’esempio a nessuno, facendo la parte dei fessi, anzi è meglio che prendano esempio da chi ruba e corrompe, che a stare zitti si guadagnano posti e prebende per la carriera e il dopo carriera, allora occorre rassegnarsi al fallimento dell’Italia e a quello dell’etica, della concretezza e dell’efficienza militare.

Se invece qualche risposta è sincera e coraggiosa, allora la grande e drammatica occasione della crisi non sarà perduta e si potrà riprendere quella ristrutturazione che ha assorbito le speranze, le frustrazioni e le chiacchiere di dieci generazioni di generali.

(generale dell’Esercito, ex comandante della Kfor in Kosovo ed ex capo di Stato maggiore del fronte Sud della Nato).