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Gli anni dell’individualismo sfrenato

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di Rita Piccolini

Il Censis ha dedicato l’iniziativa “Un Mese di Sociale” di quest’anno a un esercizio di visione del futuro, mettendo diversi temi al centro della riflessione. Gli appuntamenti, ne sono previsti quattro nell’arco del mese di giugno, si prefiggono di approfondire alcuni aspetti fondamentali del nostro comportamento per comprendere appieno le dinamiche della società italiana. Il primo ha un titolo emblematico: “La crescente sregolazioni delle pulsioni”.

La riflessione del Censis avanza un’interpretazione antropologica del disagio che stiamo vivendo, sottolineando il peso di fenomeni complessi e trasversali: la crisi dell’autorità, il declino dei desideri, la riduzione del controllo delle pulsioni.

“E’ il depotenziamento della legge del padre – leggiamo nel rapporto- del dettato religioso, della coscienza, della stessa autoregolamentazione che trasforma la pulsione immediata in desiderio strutturato ad aprire al dominio delle pulsioni che, non più regolate né dal desiderio, né dalla coscienza, né dall’autorità si esprimono in quanto tali”. In una parola: non esistono più regole, e quelle poche a cui ci si continua nonostante tutto ad attenere, le si può comunque trasgredire, perché “così fan tutti”, “il mondo è dei furbi”, “a volte è giusto difendersi da sé, anche con le cattive”.

Il quadro è indubbiamente inquietante e conferma quello che ognuno di noi ha spesso personalmente sperimentato: aggressioni verbali e a volte anche fisiche, gesti ingiuriosi per un sorpasso o per un parcheggio; l’autoassoluzione pur di assecondare un proprio desiderio, anche se questo porta ad infrangere alcune regole,sociali, religioso o etiche che siano; il proprio “io” dilatato a dismisura e considerato come unico punto di riferimento per agire, confrontarci, giudicare. E’ il trionfo dell’autoreferenzialità per cui ognuno è arbitro dei propri comportamenti, in una società sempre più “orizzontale” in cui “il deserto cresce” e sono sempre più labili i riferimenti valoriali e gli ideali comuni.

L’indagine è suffragata da dati precisi elaborati su un campione di 1500 persone. L’85,5% degli italiani, con un picco fino al 91% nelle grandi città, ritiene che la coscienza debba essere l’arbitro unico dei propri comportamenti; che le regole non debbano soffocare la libertà personale (67,6%); che si possa essere buoni cattolici anche senza adeguarsi alla morale sessuale della Chiesa (63,5 %); che a volte sia giusto difendersi da sé anche con le cattive (48,6%); che in un mondo di furbi sia necessario fare altrettanto (21,2%); che per raggiungere gli obiettivi sia inevitabile accettare qualche compromesso (46,4); che sia legittimo per una bella donna usare il proprio corpo per avere successo ( 16,9%), anche se è interessante sottolineare che a pensarla così siano più gli uomini di media età che le donne e i giovani; che ci siano momenti di svago in cui è lecito trasgredire (24,4% di cui il 44,8 tra i giovanissimi della fascia tra i 18 e 24 anni); che per divertirsi davvero sia indispensabile perdere un po’ il controllo (9,9%) e che nella sfera privata ogni comportamento sia lecito (24,4%).

E’ il quadro della nostra società degli ultimi anni. Tutti i giorni la cronaca ci racconta notizie relative a “sballi” sconsiderati di giovani nei locali e conseguenti tragici incidenti automobilistici sulla via del ritorno, episodi di bullismo sempre più estremi e frequenti che sembrano sfuggire al controllo delle autorità scolastiche, violenze sessuali e comportamenti privati a dir poco discutibili, “sconvenienti” li avrebbero definiti le generazioni precedenti alla nostra, trasversali a tutte le classi sociali e estese alla politica. I dati ancora una volta confermano questa tendenza. Dal 2004 al 2009, a fronte di un confortante calo delle violenze estreme come gli omicidi volontari o preterintenzionali e anche delle rapine, si assiste all’aumento delle minacce e ingiurie, delle lesioni e percosse e di tutti i reati sessuali. Cade il rispetto almeno formale per i propri simili e aumenta tutta la gamma di reati in cui è forte la componente pulsionale, il che denota un allentamento delle regole e lo sfarinamento della dimensione simbolica condivisa.

E poi aumentano le forme di dipendenza. Decresce il consumo di marijuana, ma aumenta quello di cocaina. Si registra la continua crescita di uso di anti- depressivi: le dosi definite giornaliere appaiono più che raddoppiate dal 2001 al 2009. Aumentano anche le dipendenze dal gioco e da internet. Particolarmente allarmante quest’ultima, con una stima che si attesta tra il 6 e l’11% degli utenti, che assume i caratteri di una pulsione irrinunciabile che produce un progressivo distacco dalla vita reale, “Un diradamento delle relazioni concrete a vantaggio di quelle virtuali, di chi finisce per fare a meno del rapporto con l’altro a volte persino nella sessualità. Non va sottovalutata poi “l’irresistibile pulsione all’apparenza del corpo” e il ricorso a volte immotivato alla chirurgia estetica, che nasce spesso dal rapporto alterato con la propria immagine, così come avviene per i sempre più ricorrenti casi di disturbi alimentari.

Tra le forme sempre più frequenti di dipendenza non manca la coazione al consumo senza desiderio.” L’offerta ininterrotta,che è il tratto costitutivo della società dei consumi…determina una domanda spesso pulsionale di ciò che non si è veramente mai desiderato”.Obbligati ad omologarci al peggio quindi, agli acquisti d’impulso, alla trasgressione pur che sia.

Cos’è un film dell’orrore? Si domanda il direttore del Censis Roma nelle considerazioni finali. Certo non c’è da stare allegri. Il presidente De Rita, citando la commedia di Eduardo De Filippo,“Napoli milionaria”, riflette che, come la moglie del protagonista, ci dovremmo fare la domanda:”Ma cosa ci è successo”?

Quello che stiamo attraversando non è soltanto un periodo limitato.”Non è una malattia transitoria”, così come Benedetto Croce definì il fascismo, ma strutturale. C’è la necessità di sconfiggere questo individualismo sfrenato, la soggettività esasperata, di recuperare l’autorevolezza di una figura paterna. Così può essere spiegata la grande considerazione di cui gode il capo delle Stato, Giorgio Napolitano, spiega De Rita, e superare questa dimensione in cui non esiste più il senso del peccato e del reato.

Ma, nonostante tutto, un elemento positivo di novità c’è, leggiamo sulle pagine dell’indagine del Censis: i social network, che comunque rappresentano un desiderio di relazionalità anche se soltanto virtuale. Forse questo spazio su internet rappresenta il desiderio di riappropriarsi di una dimensione condivisa su cui costruire il cambiamento. Troppo poco? Può essere un inizio