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Giovani con il bicchiere in mano

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 di SILVANA MAZZOCCHI

 

IN Ragazzi ubriachi, il bel libro di Flavio Pagano (Manifestolibri), così li racconta il protagonista quindicenne: "Tanti amici miei, quando erano un po’ ubriachi, anche le ragazze, prima erano allegri, così allegri e pieni di vita che sembravano che il mondo se lo volevano mangiare. Però, dopo un po’ diventavano tristi. Il mondo se l’erano bevuto… Bere è così, sembra che voli, ma le ali non ce l’hai". Un gruppo di ragazzi come tanti cerca nell’alcol la sicurezza, ma nell’alcol finisce per perdersi. In un’altalena perenne che va dallo smarrimento alla delusione, alla voglia d’amore e d’amicizia, allo scontento. Con intorno genitori benestanti e assenti che cercano di vivere alla meno peggio, tra amarezza e disincanto. Senza saper ascoltare, o saper vedere davvero i propri figli, neanche quando rischiano di imboccare un cammino senza ritorno. 

E’ costruito a due voci, con i diversi punti di vista di padre e figlio, Ragazzi ubriachi. Il padre, un uomo buono ma distratto e lontano, irrisolto nel lavoro e incapace di imporre regole di qualsiasi tipo. Il figlio ragazzino, poco amante della scuola ed eternamente alle prese con una quotidianità che lo trascina sempre più giù. E, sullo sfondo, una madre, ansiosa, apprensiva, eternamente in viaggio, preoccupata allo spasimo, eppure negata a comprendere. Genitori separati, non diversi da tanti altri. E come tanti altri convinti che sia indispensabile occupare il tempo dei figli con mille impegni "formativi". Ma incapaci di dar loro le poche certezze di cui hanno davvero bisogno: poter contare su un punto di riferimento sicuro, su qualcuno che sappia captare le loro fragilità, l’allarme lanciato dai primi segnali di alcolismo.  Un padre e una madre in grado di saper davvero guardare il loro ragazzo, ascoltarne le ragioni, i bisogni, i desideri.

Ragazzi ubriachi racconta una realtà molto diffusa e ancora sottostimata: i giovanissimi usano l’alcol e ne abusano, si ubriacano e si stordiscono. "Bevono per dimenticare il futuro". E troppo spesso i genitori se ne rendono conto solo quando è ormai troppo tardi. Flavio Pagano, scrittore e autore televisivo, ha il dono di una scrittura semplice e suggestiva, Il suo romanzo ha il merito di raccontare un pezzo di vita vera.

I ragazzi e l’alcol, si può quantificare il fenomeno in Italia?
"Nella cultura mediterranea il bere ha una lunghissima tradizione, le cui radici affondano nella poesia latina ma in quella tradizione prevale l’aspetto conviviale, il vino come amico, consolatore e talvolta illuminante. Poi c’è stata la svolta. Il bere, molto e male, è diventato un fenomeno sociale. Il 10% dei giovani tra i 13 e i 24 anni dichiara almeno un episodio di binge drinking, ovvero il consumo di almeno cinque bevande alcoliche nel giro di due ore, lontano dai pasti, negli ultimi tre mesi. Più numerosi i maschi, 15%, ma le ragazze che bevono aumentano. Quasi il 30% dei giovani, sempre tra i 13 e i 24 anni, dichiara di essersi "ubriacato almeno una volta" e più in generale l’esperienza dell’ubriachezza, anche occasionale, riguarda quasi il 20% degli italiani. Del cambio culturale in corso fa parte anche il declino del vino a favore dei superalcoolici. L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che in Europa il 25% delle morti di giovani di età compresa tra i 15 e 29 anni è ricollegabile, direttamente o indirettamente, all’alcool. In Italia sui circa 170 mila incidenti stradali che si verificano annualmente, un terzo è attribuibile all’alcool e la metà delle vittime è rappresentata da giovani. Ovviamente l’alcool è anche la principale causa di cirrosi epatica".

Alcol e sballo, qual è il disagio dei giovanissimi? Il ruolo delle famiglie, della scuola…
"I ragazzi si avvicinano al bere perché quella tradizione di cui dicevamo è ancora viva, almeno nelle parole, e bere è il gesto conviviale per eccellenza. Non si pensa all’ubriachezza, ma ad inebriarsi. È questa l’idea che seduce. I motivi sembrano futili. Si beve perché brilli ci si sente più simpatici, per trovare il coraggio di avvicinare una ragazza, ma anche per autodrammatizzazione – che è un ideale giovanile sempre più diffuso, e molto insidioso. Riecheggiano atteggiamenti del Romanticismo, dove l’eroe è bello e un po’ ammaccato. I ragazzi perdono contatto con le proprie emozioni, bevono "per dimenticare una vita che non hanno ancora vissuto" e tendono verso atteggiamenti clamorosi. Dietro la futilità apparente delle ragioni c’è un vuoto inquietante. Bere un bicchiere e farsi quattro risate lascia il posto al bere quattro bicchieri e farsi un bel pianto. In famiglia, più che il dialogo, manca l’ascolto. E poi famiglia, società, scuola, non posseggono né offrono riferimenti. I ragazzi ubriachi fanno parte del popolo degli invisibili, di quelli che per sentire di esistere devono incendiare un cassonetto a una manifestazione, o vomitare nel cesso di un locale. Dalla politica alla vita domestica, gli adulti offrono solo confusione e debolezza".

Un romanzo a due voci, il padre e il figlio adolescente; è possibile il dialogo in certe circostanze?
"Nel libro ho cercato di dar voce ad entrambe le parti. Gli stessi episodi sono raccontati dal punto di vista di un padre (figura demolita) e di suo figlio. Il confronto è duro: i primi due capitoli cominciano con una dichiarazione di guerra "Mio figlio è uno stronzo", "Mio padre è uno stronzo", eppure è uno scontro tra persone che si cercano disperatamente. Tutto avviene in una famiglia "normale", dove non ci sono problemi economici, né tanto meno un livello culturale insufficiente. Ed è lì che l’alcool rivela la sua insidiosità. Perché non fa scalpore, non sembra una cosa pericolosa. I genitori sottovalutano spesso i segnali di disagio dei propri figli. Sono loro, prima di tutto, a essere ubriachi. Ubriachi di noia, di slogan, di idee senza radici, di parole. I genitori di oggi, spesso, in realtà sono degli eterni figli. Quello che occorre a un ragazzo è l’esempio. Quella del libro è una famiglia di genitori separati. Ma il discorso non vale solo per le famiglie dissolte. Prima di parlare con i propri figli bisogna ascoltarli, vederli. Essere presenti. Mettere regole, e dare l’esempio in prima persona. Il punto è lì. Altrimenti le parole, che pur sono un mondo meraviglioso, diventano chiacchiere. Ci vuole amore, e anche fermezza".