Questo sito contribuisce all'audience di

Frac, etc… gli sprechi negli enti lirici

di Posted on
Condivisioni

«Veni, vidi e capii» , ha detto Giulio Tremonti. Se il ministro dell’Economia si è persuaso a dare la sua parola sul reintegro del Fondo unico per lo spettacolo in precedenza selvaggiamente tagliato, il merito va ascritto al maestro Riccardo Muti. Il quale è stato evidentemente, nell’incontro avuto con Tremonti il 16 marzo al teatro dell’Opera di Roma, più convincente dell’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi.

Intendiamoci: non che adesso ci sia da scialare. I soldi pubblici a disposizione dello spettacolo sono ancora una frazione rispetto a quelli che per esempio vengono stanziati in Francia, dove al solo teatro arrivano quest’anno finanziamenti statali per 663 milioni, cifra superiore del 60% all’intero Fondo unico così com’è stato reintegrato dal Consiglio dei ministri. Fondo che risulterà in ogni caso nel 2011 pari a meno della metà di quanto fosse nel 1985, quando venne costituito con una somma equivalente a 825 milioni di oggi. E senza dover aumentare le accise sulla benzina, come ha deciso ora il governo per compensare il reintegro. Facendo così pagare il conto a tutti i cittadini. Ma almeno per quest’anno la catastrofe che paventava tutto il mondo dello spettacolo a causa dei tagli è scongiurata.

Ciò detto, sarebbe insensato non approfittare di questa dolorosa vicenda per fare un profondo esame di coscienza. Intanto sull’importanza degli investimenti nella cultura in un Paese come l’Italia. La Francia, dove la politica è decisamente più attenta a questo aspetto, dedica a tale capitolo cifre decisamente più consistenti di noi pur avendo un patrimonio artistico, archeologico e monumentale decisamente inferiore: il budget del ministero dei Beni culturali francese è cinque volte superiore a quello del ministero italiano. I cui fondi, peraltro, si sono ridotti negli ultimi dieci anni del 40%. E forse non è un caso che l’Italia, nel 1970 prima meta turistica mondiale, sia ora scivolata al quinto posto, mentre la Francia è passata in testa, con un numero di presenze straniere praticamente doppio rispetto al nostro.

Un esame di coscienza, tuttavia, va fatto anche a proposito di come da noi i pochi quattrini vengono spesi. Ha destato scalpore, due anni fa, la provocazione lanciata da Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica: dirottare verso la scuola e la televisione i fondi pubblici destinati al teatro e alla lirica. Settori definiti «a dir poco stagnanti» dallo scrittore. Opinioni ovviamente rispedite al mittente dal fronte degli enti lirici. Che però hanno dovuto affrontare sempre più spesso, negli ultimi tempi, le accuse di coltivare sprechi e privilegi anacronistici. Aldo Forbice ha denunciato sul Quotidiano nazionale che le 14 fondazioni liriche italiane, pur assorbendo circa metà del Fondo unico dello spettacolo, hanno accumulato dal 2004 al 2008 perdite per circa un centinaio di milioni di euro. Mentre Paolo Bracalini ha raccontato sul Giornale che nel 2007 il costo del personale, voce che rappresenta il 70%della spesa degli enti lirici, ha assorbito 343 milioni di euro, più del triplo dell’incasso dei biglietti (100 milioni).

I dipendenti dei 14 enti sono in tutto seimila. Per esempio la Scala (il cui vicepresidente è Bruno Ermolli, uno degli uomini considerati più vicini a Silvio Berlusconi) alla fine del 2009 ne aveva 915, di cui 149 a tempo determinato, a fronte di una pianta organica di 817 persone. Il costo, 68,8 milioni, con un aumento dell’ 8,5%rispetto al 2008: 75.180 euro procapite. Al Teatro dell’Opera di Roma, i dipendenti erano invece 742 alla fine del 2008, ultimo anno per cui è disponibile il bilancio depositato in Camera di commercio. Il loro costo, per quanto in media sensibilmente inferiore a quello della Scala (circa 58 mila euro) aveva superato i 43 milioni di euro, essendo cresciuto in dieci anni al ritmo del 5%l’anno. Più 57%dal 1997 al 2008. Il bilancio del 2008 dell’Opera di Roma, (ente commissariato nel 2009 e dove è arrivato come vicepresidente il giornalista Bruno Vespa) si è chiuso con una perdita di 11 milioni, e per l’anno successivo si prevedeva un risultato simile: 10,9 milioni, ovvero quasi un quarto delle perdite accumulate da tutti gli enti. Pari a 39,5 milioni di euro. Ha scritto Laura Maragnani su Panorama che delle 14 fondazioni liriche nel 2008 soltanto metà non ha chiuso il bilancio in passivo. Si va dagli 11 milioni di Roma ai 5,5 del Maggio fiorentino, ai 10 e mezzo del Carlo Felice di Genova, ai 4,7 del Teatro comunale di Bologna. E i debiti, dove li mettiamo? Il solo Carlo Felice ne ha per quasi 18 milioni. Ma è un caso dei tanti. Si sono accumulati man mano che il Fondo unico per lo spettacolo si riduceva, ma non si riducevano il personale, gli apparati amministrativi, i benefit.

OAS_AD(‘Bottom1’);

Certo, non è detto che il teatro e la lirica debbano per forza produrre utili. Quasi dappertutto le attività di prosa sono sovvenzionate: ed è giusto così. Ciò non toglie che qualcuno, come il sovrintendente del Carlo Felice di Genova, Giovanni Pacor, non crede «al teatro passivo». Sicuro che l’attività teatrale «debba essere gestita come un’impresa». Ma è un mondo, quello degli enti lirici, nel quale questa mentalità fa fatica a penetrare. Le assurdità si sono stratificate in decenni nei quali il sindacato non ha mai avuto difficoltà ad averla vinta su tutto. Ogni teatro ha la sua amministrazione, il suo ufficio paga, il suo capo del personale… Le orchestre sono doppie, con il risultato che i musicisti lavorano mediamente la metà. Sopravvivono spesso catene di comando pletoriche e costose, contratti integrativi senza paragoni nel pubblico impiego, e alcuni istituti sindacali che Bracalini ha giudicato «al limite del surreale». E questo è meno comprensibile. Come l’ «indennità umidità» per gli spettacoli all’aperto (che spetta pure agli impiegati!), l’«indennità armi finte» applicata all’Arena di Verona per le rappresentazioni che prevedono l’impiego di spade di compensato, l’«indennità di lingua» , che al San Carlo di Napoli scattava quando nel testo c’era anche solo una parola straniera, e perfino «l’indennità di frac». Oppure l’ «indennità di cornetta» , che percepiscono i suonatori di quello strumento, soltanto perché è diverso dalla tromba. Ha riconosciuto un anno e mezzo fa Marco Tutino, presidente dell’Anfols, l’associazione che riunisce le fondazioni: «Il sistema della lirica è malato. Le regole sono sbagliate. I costi deliranti. I vincoli assurdi. Siamo noi sovrintendenti i primi a dire che, se non si fa una riforma, è inutile darci altri soldi».