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Diritti e valori: i confini dell’Europa

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FRANCOFORTE: CLAUDIO MAGRIS HA RICEVUTO IL PREMIO PER LA PACE
PUBBLICHIAMO UN AMPIO STRALCIO DEL SUO DISCORSO

Le strade dell’integrazione e della pace

Pubblichiamo un ampio stralcio del discorso che Claudio Magris ha pronunciato ieri alla Paulskirche di Francoforte, in occasione della consegna del Friedenspreis. Magris, primo italiano a vincere il prestigioso premio per la Pace (assegnato in passato anche a Hermann Hesse, Vaclav Havel e Susan Sontag), ha ricevuto le congratulazioni del presidente Napolitano. Lo scrittore ha letto il discorso in tedesco dopo la laudatio pronunciata da Karl Schlgel. Alla cerimonia, che si svolge nel giorno di chiusura della Buchmesse, hanno partecipato circa mille invitati fra i quali il Nobel per la Letteratura Herta Mller.

A Trieste, nei grandi capannoni e cortili di una vecchia caserma abbandonata, si possono vedere, affiancati o sparsi in disordine come carcasse di mostri marini lasciati su una spiaggia dal riflusso di un maremoto, carri armati, sommergibili squarciati, cannoni anticarro, autoblinde, aeroplani dall’ala fracassata; in altri vani si allineano relitti guerreschi piu’ piccoli, gavette sfondate, cornette telefoniche da campo strappate, bossoli, elmetti, manifesti di guerra.
Un tempo quello era il regno di un personaggio bizzarro, Diego de Henriquez, il quale aveva dedicato tutta la sua esistenza ? sacrificando spietatamente a tale missione se stesso e la propria famiglia ? alla raccolta di un immenso e delirante materiale bellico, al sogno di costruire, come aveva scritto, un Museo Storico di Guerra per la pace, un Centro per la lettura e modifica del passato e del futuro; quell’esposizione universale della guerra avrebbe dovuto creare un orrore tale per quest’ultima da sradicarla nei cuori, creando cosi’ la pace perpetua.
Il professore poliglotta, oberato di debiti astronomici come quelli di una grande potenza militare, mori’ in un misterioso, forse doloso incendio nel 1974, che devasto’ il Museo e brucio’ anche lui nella bara adattata a letto in cui egli dormiva, fra i suoi Sturmgeschtze e le sue littorine blindate. Ci fu anche un processo, che non giunse ad alcuna conclusione, perche’ pare stesse raccogliendo e ricopiando dei graffiti incisi sulle luride pareti di vecchi cessi pubblici vicino alla Risiera, il campo di sterminio ? l’unico in Italia ? che i nazisti avevano installato a Trieste; graffiti in cui alcune vittime avrebbero denunciato le complicita’ di alcuni personaggi dell’alta societa’ triestina di quel tempo nella denuncia di ebrei finiti nella camera a gas. Comunque siano andate le cose, le pareti di quei vespasiani sono state imbiancate con la calce. Dopo la guerra, viene la pace, che ha pure il bianco colore del sepolcro e di tanti cuori ridotti a sepolcri imbiancati.
Non so se il febbrile collezionismo bellico di de Henriquez nascondesse, nonostante il suo certo sincero intento pacifista, una segreta, ossessiva fascinazione per la guerra. Per cercare di saperlo, occorre la letteratura, che ? diceva Manzoni ? non accerta i fatti, come la storia, ma cerca di immaginare come gli uomini li hanno vissuti. per questo che da tempo convivo con l’ombra di quest’uomo, che le fiamme del suo rogo hanno proiettato anche sulla mia mente e sulla carta su cui cerco di scrivere.
Quell’ombra mi interessa forse perche’ e’ pure una grottesca parabola di uno dei tanti abbagli che insidiano la pace gia’ nelle nostre teste prima ancora che nella realta’. Una di queste insidie e’ essere ossessionati dall’universalita’ della guerra e credere che essa sia inevitabile, inseparabile dalla vita, come nella Grande illusione di Renoir. Non dimentichero’ mai il discorso di un anziano leader nord-vietnamita, ascoltato per caso molti anni fa alla televisione francese, durante il conflitto nel suo Paese. Per gli uomini della sua eta’, disse parlando con affabile e ferma malinconia, la vita si era quasi identificata con la guerra, combattuta in quelle terre per tanti decenni e in quel momento ancora in corso; e’ questo, aggiungeva, il pericolo per noi piu’ insidioso, l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita e il respiro, l’incapacita’ di pensare la vita senza la guerra.
Tutto congiura a farcelo credere e a cedere rassegnati a questa necessita’; non a caso la letteratura occidentale inizia con un grande poema di guerra, l’ Iliade , e grandi libri sacri che fondano il mondo, come il Mahabharata e in parte l’ Antico Testamento , sono pure libri di guerra. Ma il senso della vita consiste nel resistere alle seduzioni idolatriche di cio’ che si proclama fatale, nello sperare contra spem . Was darf ich hoffen? (che cosa posso sperare?, ndr ), si chiede Kant, dinanzi al Male radicale che si presenta vittorioso, e risponde che proprio la vista della devastazione esige che essa non sia l’unica realta’ e giustifica la speranza, esperta di disperazione.
La speranza e’ la piu’ grande virtu’, incalza Pe’guy, proprio perche’ e’ cosi’ difficile ? ma appunto percio’ necessario ? vedere come vanno le cose e sperare che ciononostante domani andranno altrimenti. Talvolta una speranza di luce balena perfino nel cuore di tenebre che sembrano definitive. Nel 1943, dal treno che lo sta portando ad Auschwitz, Aron Lieukant ? il quale, a differenza di altri, e’ ben consapevole del suo destino ? trova il modo di inviare una lettera ai figli, Berte e Simon, nella quale raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate quando sono sudati. Rispetto a lui e ad altri come lui, a questa forza e a questa umanita’ indistruttibile, il Terzo Reich, che si proclamava millenario appare soltanto una banale Medusa, come scriveva Joseph Roth, destinata alla sconfitta; non e’ durata mille anni, ma dodici, meno del mio scaldabagno.
C’e’ un’altra insidia alla pace reale, che si annida nella timorata, progressista convinzione che il progresso sia gia’ realizzato, che la civilta’ abbia vinto la barbarie e che la guerra, almeno nel nostro mondo, sia stata debellata, come la febbre gialla o il vaiolo lo sono stati dai vaccini. La guerra non si nomina, neanche quando c’e’; non la si dichiara, neanche quando si gettano le bombe.
Quando la Nato ? e dunque pure l’Italia ? bombardava Belgrado e la Serbia, i giornali italiani, annunciando il ritiro dell’ambasciatore italiano da Belgrado, esprimevano la preoccupazione che tale misura potesse pregiudicare le buone relazioni fra la Serbia e l’Italia. Questa paura di guardare in faccia la realta’ ? in questo caso la guerra ? aiuta l’orrore, che non si vuol vedere, a diffondersi, come un cancro di cui il malato non voglia accorgersi. Ci si vuole ingannare, in orrida buonafede. C’e’ un terribile aneddoto, non so se vero o falso, su Nelson: interrogato perche’ avesse continuato a bombardare per due ore, anche dopo che i danesi si erano arresi, la loro flotta e Copenaghen, egli avrebbe risposto: I’m damned if I have seen it! Avevo messo il cannocchiale sull’occhio bendato. Vero o falso, l’aneddoto mostra come non si veda, non si voglia vedere la violenza. La Terza Guerra Mondiale c’e’ stata, anche se la maggior parte degli europei ha avuto la fortuna di non pagarne il prezzo di sangue. Venti milioni di morti dopo il 1945, piu’ o meno; a differenza delle vittime della Seconda, pressoche’ ignorati e dimenticati, esposti all’ulteriore violenza dell’oblio. Indulgiamo all’illusione di vivere senza guerra, perche’ il Reno non e’ piu’ un confine conteso con ecatombi di soldati o perche’ sul Carso non c’e’ piu’ quella frontiera, vicina a Trieste, che era l’invalicabile Cortina di Ferro e una miccia accesa. (…) Sono altri oggi i confini che minacciano la pace, confini talora invisibili all’interno delle nostre citta’, fra noi e i nuovi arrivati da ogni parte del mondo, che stentiamo perfino a vedere perche’, come dice la canzone di Mackie Messer, sono al buio. Nel 2000 un noto uomo politico italiano, divenuto poi Ministro della Repubblica, si reco’ a Lodi, in Lombardia, nel luogo in cui si doveva costruire una moschea, tirandosi dietro al guinzaglio un maiale per offendere gli immigrati musulmani che chiedevano quella moschea. Pure questo e’ un piccolo atto di guerra.
Ora nel mio Paese c’e’ una legge che viola un fondamentale principio democratico, in quanto autorizza gruppi di privati cittadini a controllare l’ordine e la sicurezza ? beni certo essenziali e da difendere con fermezza ? specialmente nei confronti degli immigrati.
Spero, da patriota italiano, che il mio peraltro incantevole Paese non sia, ancora una volta, all’avanguardia in senso negativo: il fascismo, dopotutto, in Europa, lo abbiamo inventato noi, anche se poi altri ci hanno ben superato nello zelo. Un nuovo populismo, oggi serpeggiante un po’ dovunque in Europa, sta creando, ha scritto Massimo Salvatori, democrazie senza democrazia. Esso e’ una minaccia a quest’ultima e alla pace ? ogni minaccia alla democrazia e’ minaccia alla pace, qualsiasi forma essa assuma ? e non ha nulla a che vedere col classico fascismo, termine tirato in ballo a sproposito come uno stupido ritornello.
Questo populismo e’ una gelatinosa totalita’ sociale, che distrugge alcuni valori fondamentali, ogni sentimento del lecito e dell’illecito, del rapporto tra il bene dell’individuo e il bene comune. Sentimento che non e’ sufficiente ma e’ necessario avere, per poter almeno sperare di costruire giustizia e dunque pace. Senza la prima, non c’e’ la seconda; l’insofferenza crescente per la legge che persegue i reati e la limitazione del potere della magistratura che li persegue esprimono il torvo sogno di una vita senza legge o con meno legge possibile, ossia di una giungla, di una condizione di bellum omnium contra omnes , in cui i forti trovino pochi ostacoli nello schiacciare i deboli. In un’intervista televisiva del 3 maggio 2003, riportata due giorni dopo sul Corriere della Sera , il professore di filosofia Toni Negri ? delle cui elucubrazioni pseudo rivoluzionarie si sono verosimilmente nutrite le Brigate Rosse sotto il cui imbecille piombo reazionario sono caduti molti rappresentanti dell’Italia migliore, quella piu’ aperta e volta ad una societa’ diversa e piu’ libera ? ha dichiarato pubblicamente la propria solidarieta’ a Berlusconi, in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura.
Ma questi rischiano di essere discorsi soltanto morali, come se le minacce di guerra derivassero solo dall’indegnita’ di alcune, anche numerose, persone. La guerra e’ nell’aria come una minaccia o una realta’ oggettiva. (…) Quest’ultima sta assumendo tanti volti; si insinua e si mimetizza nelle piu’ diverse manifestazioni; non e’ solo la strage del Biafra, l’11 settembre a New York o le tonnellate di isocianato di metile a Bhopal, che hanno fatto tanti piu’ morti. Guerra e’ il traffico di organi strappati a bambini assassinati a tal fine, e’ l’ininterrotta catena di assassinati dalla mafia per difendere il suo fatturato di grande multinazionale. Oggi la guerra e’ senza limiti, come dice il capolavoro di Qiao Liang e Wang Xiangsui, un vero Clausewitz del Duemila. Dinanzi alle dimensioni mondiali di tali possibili catastrofi, l’attuale debolezza e sconnessione dell’Europa appaiono doppiamente penose e colpevoli. Solo un’Europa realmente unita, un vero Stato ? naturalmente federale, decentrato ? potrebbe avere la capacita’ (e avrebbe il dovere) di affrontare problemi che non sono piu’ nazionali. All’Europa spetta il grandioso e arduo compito di aprirsi alle nuove culture dei nuovi europei provenienti da tutto il mondo, che vengono ad arricchirla con le loro diversita’. Si trattera’ di mettere in discussione noi stessi e di aprirsi al massimo dialogo possibile con altri sistemi di valori, ma tracciando le frontiere di un minimo ma preciso quantum di valori non piu’ negoziabili, da considerare acquisiti per sempre e da rispettare come assoluti che non vengono piu’ messi in discussione. Pochi ma netti valori, come ad esempio l’uguaglianza di diritti fra tutti i cittadini a prescindere da ogni differenza di sesso, di religione o di etnia. Ma finche’ l’Europa sara’ ancora un’Azione parallela, la nostra realta’, come quella musiliana, sara’ campata in aria.

(Traduzione di Ragni Maria Gschwend)

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