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Di immondizia si può morire

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Francesco Tortora

 BOSCOREALE (Napoli) – In una telefonata intercettata nel 2007 Gianfranco Mascazzini, l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente, li definiva con disprezzo «abitanti del Quarto mondo» e invitava i suoi sottoposti a sversare nella discarica a pochi passi dalle loro case «i rifiuti più puzzolenti». Da allora ne è passato di tempo, ma gli abitanti di Terzigno, il piccolo paese ai piedi del Vesuvio divenuto famoso per le dure proteste anti-discarica dello scorso ottobre, ancora non si rassegnano a un destino di «monnezza e malattie» e continuano la lotta con altri mezzi. Abbandonata la violenza, hanno ideato un’iniziativa che, nei loro intenti, dovrebbe sconfiggere l’inefficienza delle strutture pubbliche. Da qualche giorno una parte dei residenti della città assieme a quelli di Boscoreale, comune che confina con la discarica Sari, hanno organizzato un censimento porta a porta tra tutte le famiglie del territorio per documentare il numero delle persone che si sono ammalate di tumore negli ultimi anni. Lo scopo è dimostrare che vi è un’effettiva connessione tra l’utilizzo della discarica e l’aumento delle malattie croniche tra i cittadini che vivono in questo territorio

IL CENSIMENTO – Il censimento porta a porta è stato ideato dal movimento «Vesuvio in lotta» e nasce dalla consapevolezza che il registro dei tumori in Campania è stato istituito solo per 35 dei 92 comuni esistenti nella provincia di Napoli ed è fermo ai dati del 2007. I comitati civici hanno creato un questionario ad hoc che, recita il sito del movimento, ha lo scopo di «rivelare e documentare la presenza di elementi capaci di alterare la qualità della vita» ed è «il giusto strumento per capire e rivendicare un futuro migliore per noi e i nostri figli».

IL TERRITORIO PACIFICATO – Oggi i territori che circondano la discarica appaiono come luoghi pacifici e nonostante le periferie di Boscoreale e di Terzigno siano invase da cumuli di spazzatura, non hanno nulla a che vedere con il territorio in preda al fuoco e alle fiamme di qualche mese fa. Un camion bruciato lungo la strada che porta alla discarica Sari è l’unico ricordo degli scontri passati, ma l’intera area è pattugliata da polizia e dai militari e dovrebbe essere inaccessibile. Tuttavia da un luogo che ospita un maneggio è possibile avvicinarsi alla discarica e da qui si può osservare il suo stato: decine di gabbiani volano sul panettone di rifiuti coperto da enormi teloni e di tanto in tanto un liquido scuro, che ha tutta l’aria di essere percolato, fuoriesce dalla pancia della discarica .

LA DISCARICA – Oggi, dopo l’accordo tra il premier Berlusconi e i sindaci dell’area vesuviana dell’ottobre 2010, cava Sari smaltisce la spazzatura di circa 300.000 persone che vivono nei 18 comuni limitrofi e ogni giorno sono portate qui circa 300 tonnellate di rifiuti. Niente a che fare con le cifre da capogiro raggiunte nelle notti della crisi. In un primo momento l’accordo stipulato a ottobre fu salutato come una vittoria dei movimenti civici: la richiesta più importante fu accettata dal governo che revocò l’apertura di Cava Vitiello, la discarica più grande d’Europa che doveva sorgere a pochi passi dalla Sari. L’utilizzo di quest’ultima, che per oltre 20 anni era stata gestita illecitamente dal clan camorrista Fabbrocino di Palma Campania, fu confermata «fino all’esaurimento», nonostante il 5 ottobre del 2010 il Procuratore della Repubblica di Nola Paolo Mancuso, durante un’udienza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, avesse descritto la discarica come la sede di «inadempienze anche abbastanza gravi e significative per quanto riguarda il pericolo di infiltrazione nel terreno di reflui, di percolati e così via». Un mese dopo, il 18 novembre, il Procuratore tornò sui suoi passi e in un comunicato sentenziò: «La conclusione che il funzionamento della discarica produce contaminazione delle falde acquifere e pericolo per la pubblica salute è del tutto priva di riscontri documentali».

IL PIANO REGIONALE – Nonostante la botta d’arresto nel corso degli ultimi mesi molti esponenti dei comitati civici e i cittadini hanno continuato a chiedere la bonifica e la chiusura della discarica di Terzigno, sottolineando lo stato drammatico dell’ecosistema ambientale. L’ultima doccia fredda è arrivata lo scorso 15 marzo con la presentazione del “Piano Regionale per la gestione dei Rifiuti urbani della Regione Campania”. Il documento non solo prevede la creazione di tre nuovi termovalorizzatori in Campania (oltre a quello già attivo di Acerra, nei prossimi tre anni ne sorgeranno uno a Napoli Est e altri due a Salerno e a Caserta), un’accelerazione sulla raccolta differenziata e una riduzione dei rifiuti da smaltire in discarica, ma riconferma il prosieguo dell’attività della Sari per i prossimi mesi e rivela che nella stessa si potranno smaltire ancora 130.000 tonnellate di rifiuti.

LE CONTESTAZIONI – La decisione è stata fortemente contestata dai movimenti civici che nelle scorse settimane hanno organizzato manifestazioni e riunioni. Come raccontano alcuni esponenti di “Vesuvio in Lotta” per l’ennesima volta i residenti si sentono traditi dagli amministratori regionali e provinciali: «In questa discarica continuano a buttare di tutto – afferma la dottoressa Anna Maria Sannino, titolare di un laboratorio di biochimica a Boscoreale -. Nonostante le ricerche scientifiche di rinomati studiosi come Antonio Marfella, tossicologo dell’Istituto dei tumori Pascale di Napoli e Antonio Giordano, ordinario di Anatomia ed Istologia patologica all’università di Siena, dimostrino l’aumento del 20% dei tumori tra la popolazione campana nelle provincie di Napoli, Caserta e alcune zone dell’Avellinese, dovuto alla devastazione del territorio da parte delle ecomafie, i politici locali non tornano sui loro passi. Oramai la nostra ultima speranza resta il censimento porta a porta delle malattie tumorali. Solo così potremo provare che esiste una reale connessione tra tumori e inquinamento del nostro territorio».

NUOVE TECNOLOGIE – Dello stesso avviso Mauro Brancaccio che accusa la regione Campania di avere un’idea obsoleta dello smaltimento dei rifiuti e di non voler sfruttare le nuove tecnologie: «Esistono oggi gli impianti di trattamento meccanico biologico che grazie a innovativi macchinari riescono a separare i rifiuti e a riciclarli completamente. Più volte abbiamo presentato ai nostri amministratori l’esempio degli stabilimenti di Vedelago in Provincia di Treviso. Oggi riescono a riciclare circa il 99% dei rifiuti che arrivano negli stabilimenti sia con la raccolta differenziata porta a porta sia dalle industrie. I costi per la costruzione di un impianto simile sono molto inferiori a quelli necessari per la creazione di un termovalorizzatore e possono essere ammortizzati in pochi anni poiché i rifiuti riciclati producono energia e quindi denaro».

AFFARI E POLITICA – Più scettico appare Luigi Casciello che fa notare come nei giorni scorsi il Consiglio regionale abbia approvato una norma che prevede un patto di solidarietà tra le province campane. Nei prossimi mesi se una delle province entrerà in crisi e non riuscirà a smaltire la propria spazzatura «per fondate e comprovate ragioni oggettive», le altre realtà territoriali, in cambio di denaro, saranno obbligate ad aiutarla: «E’ il modo attraverso il quale i nostri politici continueranno a perpetrare l’uso delle le discariche e a fare affari. Mentre cercano nuovi buchi da riempire di spazzatura, a noi ci condannano a morte».