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Dall’eredità all’esproprio le dieci cause civili più lunghe

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Piu’ di 1.500 giorni per una sentenza. Oltre quattro anni in media per una causa davanti alla Corte d’appello, 3.324 giorni per discutere un fallimento, 1.021 per un processo di previdenza, 1.039 per una causa di lavoro privato, 740 per il pubblico impiego, 113 giorni per una separazione consensuale, 740 per la giudiziale. E quasi tre anni per recuperare un credito. Sono anni che il governo annuncia riforme della giustizia. Silvio Berlusconi e i suoi approvano il “legittimo impedimento” per il premier che deve partecipare alle udienze, aboliscono i reati (il falso in bilancio), annunciano la necessita’ del “processo breve”, rendono piu’ difficili le rogatorie, favoriscono i tempi della prescrizione dei reati.

Ma c’e’ un ma. Comunque la si pensi su questi argomenti delicati, va detto che appartengono alla giustizia penale: quella che riguarda piu’ da vicino la carriera imprenditoriale del presidente del consiglio. Tantissime volte nei corridoi dei tribunali ci si sente invece chiedere, soprattutto dagli avvocati: perche’ non andate a vedere la giustizia civile? Perche’ la giustizia civile vive sempre sulla soglia del collasso? Come mai i nostri contenziosi sono tra i piu’ lunghi d’Europa? Quanto costa la mancata riforma allo Stato e ai cittadini? Quanto ci rimettono le imprese? E infine: quali sono i casi piu’ emblematici dei ritardi della giustizia? Repubblica ne ha trovati dieci. Sono i processi piu’ lunghi d’Italia.

MEZZO SECOLO DI UDIENZE
“Quando mio padre ha preso la causa ero solo un bambino”, ricorda, e sembra una barzelletta, l’avvocato Aldo De Montis. Ha davanti il ricorso in appello di un processo cominciato a Cagliari negli anni Sessanta. Occupazione abusiva di suolo pubblico, 67,10 metri quadrati nel quartiere periferico di Sant’Avendrace. Lo Stato chiamo’ Edoardo P. a giudizio il 24 febbraio 1969. Ma alla prima udienza, il convenuto non si presento’. “Contumace”: il giudice rinvia. Seconda udienza, il copione non cambia. E cosi’ alla terza, alla quarta, alla quinta, dalla decima, alla ventesima, trentesima, alla quarantesima, sino alla cinquantanovesima. Quanti anni di rinvio per questo costruttore abusivo? Venticinque. “Nei quali – scrive il giudice Paolo Piana – non si e’ svolta alcuna attivita’ processuale”.

All’udienza del 14 luglio 2003 – dopo altri rilievi tecnici, una perizia, una dichiarazione d’acquisto – l’avvocato De Montis deve dichiarare purtroppo la morte dell’assistito. Il giudice interrompe il processo, ma la causa passa agli eredi, alla moglie Imperia, ai figli Patrizia e Marcello. La fine e’ surreale. “Anche il giudice commette un errore, nel 2009 – dice l’avvocato – condanna la famiglia P. e ripartisce le quote da pagare in quattro invece che in tre”. La vedova e i due figli ricorrono in appello. E si ricomincia. Che dire di fronte a vicende come questa? “La procedura e’ farraginosa – spiega Luca Palamara, presidente dell’Anm – anche perche’ si toccano diritti primari, sono necessarie perizie, contro-perizie, stime. Non si finisce mai. Impugnazioni, opposizioni, appelli…”. Ma un dato s’impone. L’anno scorso le istanze presentate per indennizzo da ingiusta durata del processo sono state 9.192: e il 78 per cento non riguardava il penale. Ma il civile. Se ci si rivolge oggi al tribunale di Palmi, ci si sente dire che la prossima udienza sara’ nel 2016.

SCIOPERO A PRIMAVERA
Ma dove affonda le radici l’inefficienza del processo civile? E che ruolo ha avuto la riforma degli anni Novanta? Quali effetti distorti? Il processo civile si svolge per iscritto, con notifiche di carta, l’on line e’ semi-sconosciuto. La riforma degli anni Novanta ha portato al congelamento dei ruoli dei giudici e alla creazione di sezioni stralcio, i Goa. Nati per chiudere i processi con vecchio rito, non hanno smaltito il carico. Sarebbero percio’ queste vecchie cause, secondo il ministro Angiolino Alfano, “a creare il blocco della giustizia civile, perche’ – ha riferito in Parlamento – i procedimenti in arrivo vengono regolarmente smaltiti, e nel 2008 il saldo negativo e’ stato di soli 220 mila”. Sara’, ma le sezioni dei giudici onorari, cioe’ avvocati o notai, secondo la riforma sarebbero dovute durare pochi mesi: e invece, alla faccia di tutti i “processi brevi” d’Italia, sono ancora in piedi e ben attive. Stando alla Federmot, il sindacato dei giudici onorari, sinora l’istituzione del giudice di pace – per le controversie fino a 5 mila euro per i beni mobili e a 20 mila euro per i risarcimenti – ha aiutato i tribunali. L’organico dei giudici togati raggiunge le 6.300 unita’, ma solo la meta’ fanno civile. E a questi vanno aggiunti, appunto, i 1.831 onorari e i circa 2.800 di pace. Si sentono indispensabili, ma anche “i precari della giustizia” e annunciano una primavera di scioperi.

I TERRENI DELLA CURIA
Ma quanto costa il tempo sprecato grazie alle lentezze dei tribunali? Che tipo di ricadute ha sull’economia del nostro paese? Per le imprese della Lombardia il costo e’ di 454 milioni, in Piemonte e’ di 106, in Puglia 159, nel Lazio 305, per un totale nelle regioni di 2.269 milioni di euro. L’ufficio studi della Confartigianato parla di “una tassa occulta di 371 euro che ricade su imprenditori, consumatori, fornitori, clienti”, tutti noi. Altro che far galoppare l’economia ed essere ottimisti. Sono devastanti gli effetti dei ritardi della giustizia civile sull’economia. Il rapporto Doing business 2010, pubblicato dalla Banca mondiale, dimostra l’incidenza negativa sugli investimenti stranieri in un paese in cui persino i cosiddetti “provvedimenti urgenti” possono restare in piedi piu’ di 20 anni.

Un altro esempio concreto: la Curia arcivescovile di Napoli rivendica la proprieta’ di un fondo a Pozzuoli dall’ottobre ’91. Promuove un’azione di spoglio: “Roba da tre udienze. Pochi mesi”, dice l’avvocato Corrado Lanzara. Invece passano dieci anni tra zuffe, ricorsi, impugnazioni e nel 2003 il giudizio viene dichiarato estinto, e cioe’ “dissolto”. La Curia fa appello: prossima udienza si terra’ 16 marzo 2011. Solo fra un anno – vent’anni dopo la prima carta bollata – si sapra’ se il processo e’ defunto o tornera’ in aula: si’, per ripartire da zero.

LIBERTY PALERMITANO
L’arretrato del contenzioso civile, nel suo dato generale, e’ gigantesco. Nella relazione annuale il Guardasigilli parla di 5 milioni e 625.057 procedimenti da definire. I piu’ longevi riguardano le successioni: le cause per l’eredita’ del “caro estinto” possono durare decenni, come se fossero una maledizione e non una benedizione. A Palermo (Pirandello aveva buon materiale per le sue commedie) il record e’ della famiglia T., che litiga da 35 anni. Ci sono due sorelle e un fratello: tra loro i beni dei genitori da dividere, una villa storica e un terreno. Trent’anni di contenzioso tra tribunale, appello e Cassazione per arrivare (infine) a un accordo privato tra le parti. “La procedura esecutiva sta per avviarsi – spiega l’avvocato Alessandro Palmigiano – ma ripartira’ anche la causa, perche’ c’e’ chi vuol sapere se quell’accordo e’ valido”. Intanto per l’ingiusta durata del processo, i giudici di Caltanissetta hanno liquidato alla famiglia solo 10 mila euro. “Erano troppo litigiosi”, e’ stata la motivazione. Anche questa parte e’ stata impugnata in Cassazione, essendo per l’avvocato Palmigiano “una beffa”.

Di beffe, anche tragiche, a Palermo se ne trovano parecchie e molti legali citano la famosa “eredita’ Tagliavia”. Era la notte del 12 aprile 1965, quando muore Salvatore Tagliavia, armatore, sindaco, tre mogli, neppure un figlio, possedimenti valutati in cento miliardi di lire, tra ville liberty, feudi sconfinati, gioielli e quadri d’autore. Un’eredita’ da favola, sulla quale si allunga – attraverso i democristiani fratelli Gioia – l’ombra di Michele Greco, il papa di Cosa Nostra. Un tempo mezzadro degli agrumeti di Ciaculli, ha finito col vestirsi come il padrone. “Con una serie di sofisticatissime operazioni societarie – racconta l’avvocato Cristina Nicastro – i Gioia lasciano agli eredi solo le briciole”. L’ultimo dei processi per l’eredita’ Tagliavia e’ cominciato nel 1987, per la successione di un palazzo storico di via Cavour. Si aspetta ancora l’udienza in Cassazione.

Ma le storie palermitane non sono un rarita’, se la divisione di un palazzetto nel paese di Cardito, vicino Napoli, comincio’ nel lontano 1976. Dopo cento udienze, sette giudizi, 110 mila euro di onorari per gli avvocati, sono saltate fuori due nuove pretendenti, e cioe’ le vecchie zie. Adesso, dopo 35 anni, si aspetta la Cassazione per sapere se si torna in Appello per la divisione o se si ricomincia da capo.

UNA SEPARAZIONE DA SEDICI ANNI
La riforma Alfano del 2009 ha dato un aiutino alla Cassazione, introducendo un filtro che “elimina le sciocchezze”, come dice Marcello Matera, sostituto procuratore generale per il civile. Ma servirebbe ben altro: “I colleghi francesi – dice l’alto magistrato – si occupano solo dei casi veramente rilevanti per la comunita’, una cinquantina l’anno. Una volta che la giurisprudenza e’ consolidata e’ inutile presentare istanza”.

Nel capoluogo pugliese due coniugi, M. M. e B. A., sono riusciti a divorziare in tempi regolamentari, ma sulla divisione dei beni il processo dura da 16 anni. Il giudizio di merito e’ cominciato il 14 novembre 1994, nel febbraio 2001 la signora e’ riuscita a far vendere un terreno in localita’ Torre a Mare. L’asta e’ avvenuta il 21 gennaio scorso, il processo resta aperto. Nello stesso tribunale un’operaia aspetta da 16 anni la liquidazione dall’azienda che l’ha messa alla porta, 55 mila euro piu’ interessi. Spera nella sentenza di primo grado entro quest’anno. “Nessuno ci giura”, avverte l’avvocato Vito Nanna.

Anche Genova non scherza. Un grossista di materiale edile attende da 32 anni venti milioni di lire, che oggi tra rivalutazioni e interessi equivalgono a 200 mila euro. Il tempo ha consentito agli imprenditori falliti di tornare in pista, il creditore aspetta ancora.

NORD-SUD TEMPI TRIPLICATI
E in Europa? L’Italia e’ davvero il paese in cui la giustizia civile ha piu’ difficolta’? Dalle cifre si direbbe di si’. Il numero enorme delle cause pendenti – due milioni 793 mila – ci porta al vertice delle classifiche europee: dopo Olanda (5.819) e Russia (5.023), siamo terzi, con 4.809 procedimenti ogni centomila abitanti. Litighiamo davanti al giudice il doppio dei francesi e dei tedeschi. I numeri impietosi sono sottolineati nel rapporto su 46 paesi della Commission europe’e pour l’efficacite’ de la justice, il piu’ autorevole misuratore del sistema giustizia del Consiglio d’Europa. Il ritratto italiano e’ di un servizio nel caos. Per un fallimento ci vogliono in media 2.561 giorni al Nord, 3.333 al Centro, 4.052 al Sud, 5.051 (sono 14 anni…) nelle isole. I tempi di giacenza media delle cause comuni nei tribunali ordinari sono a tre velocita’: 762 giorni al Nord, 954 al Centro, 1.172 al Sud, 1.069 nelle isole. “Nel Meridione si litiga un po’ di piu’ – dice Silvana Sica, la civilista nella giunta dell’Anm – Molto dipende dall’organizzazione degli uffici e dalla geografia dei distretti. inutile tenere aperti tribunali con quattro giudici. solo uno spreco”.

Insomma, nelle grandi citta’ i tribunali funzionano un po’ meglio. Ma quanto meglio? Da Roma Nord la signora Flavia, 103 anni, ha appena scritto al presidente del tribunale Paolo De Fiore, che vanta “liti di condominio risolte in tre o quattro anni”. Considerata l’eta’, la nonnina vorrebbe arrivare alla sentenza, la causa e’ recente. Ce la fara’?, domanda al giudice.