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Crisi finanziaria: perche’ l’Italia sta peggio della Spagna

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Un tempo la battaglia si giocava sul terreno della crescita economica per stabilire chi andava più forte, adesso la partita é sul filo della disperazione, e cioé chi rischia di più il terribile default. Il duello infinito tra Italia e Spagna é una lunga storia di competizione mediterranea tra popoli molto simili per carattere, quadro politico ed economico, coesione sociale. Gli ultimi round, nel corso di quasi un ventennio, sono stati tre. Nel primo la Spagna, con la sua "lezione" che ha sorpreso tutti gli osservatori e con un miracolo economico che sembrava destinato a non finire mai, ha annunciato il sorpasso, in termini di ricchezza nazionale, nei confronti dell’Italia. E, a parte le statistiche, contavano i fatti: il motore iberico girava a pieno ritmo, mentre noi eravamo già fermi; il paese si é modernizzato nelle infrastrutture, dall’alta velocità all’urbanistica delle grandi città, mentre in Italia non si riusciva ad aprire un cantiere; la politica si stabilizzava in una fisiologica alternanza tra popolari e socialisti, mentre il Belpaese restava infilato nella palude di un’infinita transizione dopo il crack della Prima Repubblica. Le parti si sono invertite con il secondo round, dopo l’esplosione della Grande Crisi del 2008. Il miracolo spagnolo evaporava sotto i colpi di un debito insostenibile dei privati cittadini (molto simile a quello dei paesi anglosassoni) e di una bolla immobliare che aveva messo in ginocchio la prima leva della crescita interna. La Spagna affondava, e noi galleggiavamo. Al punto che quando si citavano i paesi più compromessi dell’Unione europea, il gruppo dei Pigs, si faceva riferimento a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna: l’Italia, al contrario, era fuori dalla lista nera.In poche settimane, i giorni di una nova "tempesta perfetta" sui mercati di tutto il mondo, i due paesi paesi sono tornati ad avvicinarsi, ma questa volta nel fondo del burrone, ed anzi l’Italia, stando al parametro degli spread tra i titoli di Stato nazionali e quelli tedeschi, é finita per contendere alla Spagna il triste primato, il segno di una crisi ad altissimo rischio.
Ma come si spiega la nostra sconfitta in questo desolante terzo round? I numeri non bastano a capire la situazione, anzi sembrano in contrasto con le tensioni di queste ore perché mostrano la Spagna in una condizione decisamente peggiore della nostra. Se il rapporto debito-pil dell’Italia é molto più alto della Spagna é anche vero che il deficit spagnolo é il doppio rispetto a quello italiano: i nostri conti pubblici correnti, in teoria, sono più in ordine. Quanto alla crescita, é troppo bassa per entrambi, ma le previsioni dicono che l’Italia a fine anno arriverà all’1 per cento e la Spagna non supererà la soglia dello 0,8 per cento. Va ancora peggio, per gli spagnoli, il duello sul piano della disoccupazione. Noi viaggiamo attorno all’8 per cento, loro sono oltre il 20 per cento della popolazione attiva, con quasi 5 milioni di disoccupati e il 43 per cento dei giovani senza lavoro. Un disastro, visto da Madrid. Se dunque dovessimo stare alla legge delle statistiche, risulta chiaro come gli spagnoli nel 2011 siano più rovinati degli italiani, e quindi sarebbe giusto considerare la Spagna un paese decisamente più a rischio dell’Italia, cosa che non emerge dai rispettivi differenziali dei titoli di Stato dei due paesi rispetto ai virtuosi tedeschi. E allora? La verità é che i numeri della macro economia, e le varie rilevazioni degli istituti nazionali e internazionali, non tengono conto di una variabile decisiva per misurare la salute di un paese: la stabilità politica. In questo decisivo campo di gioco, la Spagna ha consolidato il suo sorpasso nei confronti dell’Italia, mostrandosi al mondo come una nazione ormai ancorata alle regole di una matura e solida democrazia. Senza traumi, senza tragedie nazional-popolari, e innanzitutto senza pericolose scosse per l’economia, durante l’intero ciclo del lungo duello con l’Italia, gli spagnoli hanno mandato a casa tre premier, Gonzales, Aznar e Zapatero, consentendo una fisiologica alternanza al governo del paese di due schieramenti contrapposti. Tre capi di governo sono finiti in pensione ancora cinquantenni, compreso l’ultimo, Zapetero, che si appresta ad uscire di scena con elezioni poltiiche anticipate già in calendario. In Italia, invece, la transizione é ancora incompiuta, e l’alfa e l’omega del sistema politico resta l’ultrasettantenne Silvio Berlusconi che in questi anni ha sempre sconfitto l’avversario di turno. Il ricambio non c’é e non si vede, con un Paese che sembra avvitato attorno al suo declino. La politica, insomma, fa la vera differenza oggi tra Italia e Spagna, e questo lo hanno capito bene anche i mercati finanziari.