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Così la Francia pensa di ridurre il nucleare

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 Giampiero Martinotti

Settecentocinquanta miliardi, una somma da capogiro: sarebbe questo il costo dell’ abbandono del nucleare in Francia. Una cifra ancora da verificare e avanzata dai difensori dell’ energia atomica. «Calcoli da tavolino: il nucleare costerebbe caro anche se continuassimo a usarlo», dicono i Verdi. Nel Paese in cui la "religione" atomica raccoglieva la quasi unanimità dei consensi, il dibattito sull’ energia sta diventando più forte che altrove. La tragedia di Fukushima ha aperto una breccia, i candidati socialisti all’ Eliseo caldeggiano la fuoruscita o almeno il ridimensionamento dell’ atomo, la destra è spiazzata dalla decisione tedesca. E la lobby atomica tenta ad ogni costo di contrastare la nuova tendenza: «Senza il nucleare, la fattura energetica esploderebbe in proporzioni senza precedenti», dice l’ Alto commissario all’ Energia atomica, Bernard Bigot. Il quale rifiuta di far cifre sui costi di un’ uscita dall’ atomo, anche se giudica verosimile un costo perlomeno triplo rispetto a quello stimato dai tedeschi (250 miliardi). Con 19 centrali e 58 reattori, la Francia produce con il nucleare il 78% della sua elettricità. Il settore occupa direttamente e indirettamente 410 mila persone, impiegate da 450 aziende che vantano un valore aggiunto di 12,3 miliardi, spiega il Figaro. E i difensori dell’ atomo sottolineano il valore rappresentato dall’ indipendenza energetica del Paese per difendere le proprie posizioni. Ma nessuno ha ancora valutato quel che potrebbero rappresentare le industrie alternative. Inoltre, le centrali francesi invecchiano ed è giunto il momento di scegliere se rimpiazzarle o scegliere fonti alternative: impressionata da Fukushima, la Francia s’ interroga per la prima volta sulla sua strategia energetica.