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Cosi’ il federalismo fiscale colpisce il Sud e non riduce gli sprechi

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Il Sud ha bisogno del federalismo fiscale. Soltanto una forte autonomia impositiva potrà creare le condizioni affinché nelle regioni meridionali si affermino classi dirigenti più responsabili e meno sciagurate nella gestione del denaro pubblico. Chi sbaglia paga: questo è un principio sacrosanto per un buon funzionamento della democrazia, e finora nel Mezzogiorno, anche grazie alle coperture finanziarie dello Stato, non è stato applicato, con i risultati che tutti conosciamo. Enormi sprechi, alimentati dalla catena della corruzione e del clientelismo; un basso livello nella qualità dei servizi; una gigantesca zona grigia della spesa pubblica nella quale si allungano le mani della criminalità organizzata. Ma con il federalismo proposto dal governo, almeno nella versione che finora conosciamo, non si aiuterà il Sud a uscire dalla trappola del malgoverno e si rischierà di allargare la forbice che distanza comuni, province e regioni nelle diverse zone del Paese.

I buchi neri di questa riforma, che nasce viziata da un’eccessiva impronta leghista e dall’afonia politica del ceto politico meridionale, sono evidenti. E ben documentati dagli studi della Banca d’Italia e di diversi istituti di ricerca, tutti concordi nel ritenere impossibile, nelle attuali condizioni, una convergenza virtuosa verso i parametri di costi standard dei servizi più bassi, oggi concentrati, come nel caso della Sanità, soltanto nel Nord e in alcune aree del Centro. E’ una legge che non tiene conto, in modo sostanziale, delle diverse condizioni di partenza: in termini di reddito, di prodotto interno lordo, di contesto territoriale. E’ una legge scritta immaginando un’Italia, una e una sola, che nei fatti non esiste. Con il risultato che, rispetto agli attuali trasferimenti, le città del Sud si troverebbero nella condizione di fare i conti con tagli di risorse compresi tra il 30 e il 50 per cento. Vi sembra una cosa sostenibile? A quel punto gli amministratori meridionali avrebbero solo due opzioni a disposizione: un taglio verticale dei servizi ( e non degli sprechi) o un aumento vertiginoso della pressione fiscale. In entrambe le ipotesi il conto per i cittadini del Sud sarebbe salatissimo. E se è vero che nel Nord quattro regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte) presentano un residuo fiscale positivo, cioè versano allo Stato più di quanto ricevono, bisogna pure tenere presente nella contabilità nazionale la quota di risorse pubbliche che coprono le pensioni e gli ammortizzatori sociali concentranti nelle regioni settentrionali.
Eppure, se ci fosse un clima politico più sereno e una maggiore consapevolezza ad approfondire i rischi devastanti di una riforma che si vuole trasformare in una bandiera da presentare agli elettori, le correzioni di fondo sarebbero a portata di mano e non avvolte nella nube di un fondo di perequazione oscuro nei suoi meccanismi di funzionamento. La prima soluzione è quella della gradualità: bisognerà dare il tempo necessario e ragionevole alle diverse comunità locali di assorbire l’impatto del federalismo, di attrezzarsi per gestirlo in modo responsabile. L’autonomia impositiva, se la si vuole realizzare nell’interesse generale del Paese, ha bisogno di un atterraggio morbido al Sud, e non di qualche colpo di frusta. In secondo luogo, spetta al governo e al Parlamento accompagnare il federalismo con una forte incentivazione del principio di sussidiarietà. Significa, cioè, che singole comunità locali potranno svolgere direttamente, nelle forme organizzative più varie, dalle cooperative alle imprese sociali fino alle associazioni di volontariato, alcuni servizi collettivi a costi competitivi rispetto a quelli oggi previsti nel settore pubblico. Si tratta di fare un passo avanti in direzione di quella Big Society, sulla quale il premier inglese Cameron ha costruito la sua piattaforma politica. Con due leve così forti, gradualità e sussidiarietà, il federalismo fiscale potrà essere veramente una riforma storica, rappresentando l’occasione di un avvicinamento tra le diverse aree del Paese. E non il baratro dietro il quale c’è il rischio di una definitiva e insanabile spaccatura.