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Corporazioni ed evasori fiscali: Monti ci prova. Ma gli italiani lo aiutano?

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Il crinale della modernizzazione, che comprende risanamento e crescita, lungo il quale procede ad alto rischio il cammino del governo Monti , da alcuni giorni vede all’orizzonte due scogli con un comune denominatore. Parliamo delle liberalizzazioni, termine improprio con il quale si vuole definire l’obiettivo descritto dal capo del governo con il concetto di  “disarmo delle corporazioni”, e dell’equità fiscale, un’altra astrazione in un Paese dove l’evasione rappresenta  un fenomeno di massa e non una circoscritta patología. Quanto al comune denominatore, la lotta contro le chiusure corporative del mercato e della concorrenza  e quella contro le tasse scansate sempre e comunque hanno un’unica matrice: il nostro ruolo di cittadini che difendono, anche giustamente, il loro tornaconto ma non possono smarrire il senso degli interessi generali, di una comunità  che ha bisogno di condividere molto più di un’appartenza a una singola categoría oppure a un gruppo sociale.

La rivolta dei tassisti, dei benzinai, dei farmacisti, dei notai, e potremmo proseguire con buona parte delle categorie professionali, é il pegno che si paga nell’Italia che si é chiusa a riccio, da decenni,  per difendere con le barricate, e con la sponda di un ceto político sfarinato, privilegi e rendite più che sacrosanti diritti. Pensateci un attimo: dovevamo aspettare  un governo d’emergenza, con un premier che tienecon le  spalle al muro i partiti senza arte né parte, per aumentare le farmacie? Non potevano farlo, da soli e con un’autoriforma, gli stessi farmacisti invece di andare in Parlamento a caccia del protettore di turno, a sinistra come a destra? E non c’é mica bisogno della scienza bocconiana di Mario Monti per sapere che la rete di distribuzione dei benzinai fa acqua da tutte le parti, a danno dei cittadini. Ricordo che il problema si pose già nel 1983, quasi trent’anni fa, e da allora non é cambiato quasi nulla. Quando si agisce sotto stato di necessità, e per giunta con un default da non escludere, c’é sempre il rischio di qualche sopruso , di errori demagogici e di colpi alla cieca che non distinguono il necessario dall’inutile. Ma se un governo deve rispondere all’opinione pubblica e al Parlamento dei propri errori, i membri, tutti i membri, delle corporazioni oggi sotto scacco dovrebbero chiedersi quali danni hanno fatto alla credibilità della loro categoría e al Paese per il fatto che non hanno saputo mai alzare lo sguardo oltre il proprio interesse per sentirsi ,da cittadini, responsabili di un bene comune, la tenuta dell’Italia come sistema e non solo come nazione.

Lo stesso discorso vale per l’equità fiscale. Gli italiani, come elettori e come consumatori, hanno mille buoni motivi per indignarsi con i politici inconcludenti e spreconi e contro caste di varia taglia, piccola, media e grande. E’ perfino comprensibile la rabbia rispetto ai sacrifici addebitati sul conto dei “soliti noti”: anche in questo ambito il governo rischia, ogni giorno, di fare errori di valutazione e di inefficace propaganda. Ma tanto zelo contro le colpe degli altri, persone, uomini pubblici  e categorie, dovremmo applicarlo innanzitutto quando si tratta di fare il nostro dovere di cittadini, a partire da un corretto pagamento delle imposte. Non serve il moralismo a buon mercato, il dito sempre puntato contro l’altro e mai guardandosi allo specchio: basterebbe il buon senso e una piccola dose di responsabilità.  L’Italia ha già vissuto, in un recente passato, la grande illusione di una “rivoluzione morale”, definizione solo da censurare per il suo velleitario  contenuto inquisitorio, e abbiamo visto come é andata a finire. Erano gli anni del crollo della Prima Repubblica, quando mentre qualche procuratore pensava di “rivoltare il Paese come un calzino” e la política era nell’angolo sotto il peso di una dilagante corruzione  (corsi e ricorsi della storia…), gli italiani prima hanno giocato al ruolo dei grandi indignati, dei censori e degli accusatori, e poi sono ritornati, ognuno con il suo stile, alle vecchie e note cattive abitudini, compreso il vizietto di svuotare le casse dello Stato con diverse forme di prelievi irregolari, dall’appropriazione indebita dei soldi pubblici all’evasione fiscale. Più che una “rivoluzione morale” quella é stata una commedia all’italiana, in un Paese abituato a recitare molto bene, e non solo al cinema o al teatro. Il bis, però, in questo caso non é proprio richiesto dal pubblico in sala.