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Con le coltivazioni si possono combattere i cambiamenti climatici

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Il nostro comportamento quotidiano determina consumi di risorse e di conseguenza emissioni di gas in atmosfera – i cosiddetti gas serra – che possono causare alcuni cambiamenti climatici. Ad esempio si stima che solo attraverso la nostra spesa alimentare si producano un terzo degli impatti ambientali sul clima.

Per capire qual è il nostro impatto a livello internazionale si usa un indicatore semi quantitativo e qualitativo che prende il nome di carbon footprint, letteralmente impronta carbonica.  Attraverso questo indicatore le emissioni sono stimate all’interno di tutto il ciclo di vita del prodotto  – inclusi gli ingredienti per la sua produzione – dalla nascita al consumo e si contabilizzano in numeri .  Nella sua forma più semplice il carbon footprint lo troviamo sulle etichette dei migliori prodotti al consumo, alimentari e no, espresso con un numero (es. grammi di anidride carbonica equivalente) accompagnato da un logo. Talvolta per gli alimenti più virtuosi come il vino al logo si accompagna una frase che indica l’impegno dell’azienda a ridurre le emissioni nel tempo (cosa facevo in passato, cosa faccio nel presente, cosa vi prometto di fare in futuro). Un modo semplice per riuscire a comunicare ai cittadini argomenti scientifici complessi nonché indicazioni comportamentali ormai diffuso in gran parte dei mercati centro nord europei e oltre oceano e che a breve raggiungerà in modo esteso anche le nostre tavole.

Allora andiamo a fare la spesa e acquistiamo i prodotti a bassa emissione, saremo consumatori consapevoli! Ma quanto saremo utili a rallentare o impedire il cambiamento indesiderato del clima? Esperienze pluriennali condotte in alcuni Paesi europei dimostrano che il contributo del singolo consumatore è insignificante, ma sono soprattutto i produttori della filiera agroalimentare a poter incidere sul clima. La ragione è puramente quantitativa e comprensibile. Ad esempio, per compensare un viaggio in aereo da Milano a Parigi, un consumatore che acquista in modo consapevole – quindi attento alla filiera corta, ecocompatibile, sostenibile, ecc – dovrebbe acquistare 180 kg porzioni di patata, 188 porzioni di pomodoro, 440 di detersivo, 785 di succo d’arancia, 4 lampadine. Diciamo pure un anno di spesa. Al contrario se una piccola azienda agraria della nostra pianura produce in modo sostenibile compensa in un anno il viaggio di migliaia di persone sulla stessa tratta. Perché l’agricoltura, al contrario di tutte le attività umane, è l’unica naturale e produttiva in grado di produrre crediti di gas serra fissando i gas nelle piante e negli animali destinati a diventare in seguito nostro cibo.
 
La nuova sfida è quindi investire sulle aziende agricole e agro-alimentari che producono in modo intensivo sostenibile certificando le loro emissioni, su agricoltori attivi a combattere i cambiamenti climatici ma soprattutto su consumatori attenti a riconoscere il ruolo dell’agricoltura e di chi lavora correttamente. Cerchiamo, pretendiamo dai nostri venditori i carbon foot print dei nostri prodotti e manteniamo la nostra libertà di viaggiare come ci sembra più comodo; sarà molto meno faticoso.

Prof. Ettore Capri
Centro di ricerca per l’agricoltura sostenibile OPERA
Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza (Italia)