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Comuni, le pratiche online fantasma

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Sergio Rizzo – corriere della sera


Che il rapporto fra Internet e la nostra pubblica amministrazione non sia mai stato idilliaco, ne sono prove lo stato decisamente carente delle nostre strade informatiche, dove la velocità è settantesima nel mondo, inferiore a quella della Giamaica, e il livello infimo degli investimenti per adeguarle. Ma il fatto che in un Paese come l’Italia, sulla carta fra i più ricchi e industrializzati del mondo, fosse possibile oggi iniziare e completare una pratica via web (per capirci senza fare una fila o consegnare una carta), soltanto in 541 Comuni su quasi 8.100, cioè il 6,7%del totale, aiuta a capire molte cose. Per esempio perché arranchiamo nelle classifiche mondiali della competitività. Per esempio, perché il costo della nostra pubblica amministrazione continua a essere così più elevato che nel resto del mondo. Per esempio, perché abbiamo servizi tanto scadenti. Fanno rabbia i dati che sono contenuti nell’ultimo dossier della Confartigianato sul peso della burocrazia. Lì dentro c’è scritto che i Comuni in grado di fornire interamente un servizio via web alle imprese sono ancora meno di quei 541: appena 112, vale a dire l’ 1,4%di tutti quanti. A dispetto di tante vuote promesse, come quella dell’ormai mitologico «sportello unico» , o di mettere tutto «online» . Di più: 1.191 sono i Comuni che non hanno nessuna informatizzazione per gestire il patrimonio, 818 quelli privi di computer per la gestione del personale e perfino 49 che ancora fanno la contabilità a mano. A mano! Colpa delle piccole dimensioni di molti municipi, certamente. Forse, però, anche di profonde resistenze culturali presenti nel settore pubblico, se nell’ultimo anno appena il 13,4%degli italiani di età superiore a 14 anni «ha potuto adempiere ad obblighi burocratici spedendo» via Internet, dice la Confartigianato, «moduli compilati dalla pubblica amministrazione» . Pressoché ultimi, in questo genere di rapporti, fra i Paesi del continente europeo. Non meravigliamoci, allora, che nella sua classifica «Doing business 2011» , con la quale si misura la facilità di fare impresa, la Banca mondiale abbia piazzato l’Italia nella casella numero 80. Ottantesima, e non c’è da consolarsi pensando che altri 103 stanno messi peggio di noi. Il fatto è che davanti, e di gran lunga, abbiamo tutti i nostri principali concorrenti: il Regno Unito (quarto, dietro Singapore, Hong Kong e Nuova Zelanda), gli Stati Uniti (quinti), e poi il Giappone (al posto numero 18), la Germania (22), la Francia (26) e la Spagna (49). Solo per citarne alcuni. Per giunta, nel 2010, l’anno al quale si riferisce la classifica, l’Italia è scivolata ancora indietro di 4 posizioni. Questa graduatoria, dove solo apparentemente Internet c’entra poco, tocca un altro tasto dolente. Qual è per «Doing business 2011» il problema più macroscopico dei nostri imprenditori? Non quello di ottenere credito, lì siamo appena ottantanovesimi. Neppure le tasse: in quel caso occupiamo la posizione numero 128. Piuttosto, lo stato disastroso della giustizia civile. Campo nel quale per la Banca mondiale siamo decisamente fra gli ultimi del pianeta: centocinquantasettesimi. Alle imprese costa 2 miliardi 216 milioni l’anno, la somma di un miliardo 239 milioni per il ritardo nella riscossione dei crediti e 977 milioni a causa dei maggiori oneri finanziari. Un procedimento civile dura in Italia mediamente 1.108 giorni in primo grado e 1.197 in appello. Per non parlare delle efferate lungaggini dei fallimenti. In media 10 anni, un mese e 18 giorni. Va detto che la situazione è molto differente da città a città: per arrivare a una sentenza di primo grado nel tribunale di Torino «bastano» 720 giorni, mentre a Messina ne servono 1.449. E poi nei primi sei mesi del 2010, dice il ministero della Giustizia, l’arretrato si sarebbe ridotto (per la prima volta dopo tanti anni) del 3,8%. Ma i numeri sono comunque spaventosi. Alla fine del 2009 i procedimenti pendenti erano 5 milioni 826.440, quasi un milione in più rispetto ai 4 milioni 896.281 del 2000. Nell’ultimo trentennio sono cresciuti a un ritmo di 140 mila l’anno: 16 all’ora. Per dare un’idea delle dimensioni gigantesche di questo problema, l’ufficio studi della Confartigianato ha calcolato la superficie che coprirebbero tutte le pratiche giacenti, messe una accanto l’altra: 69 campi di calcio come quello di San Siro a Milano. Il fatto è che in Italia la conflittualità civile è elevatissima. Superiore, ha calcolato la Confartigianato, del 58,6%alla media dei principali Paesi europei. Nel 2008 qui si sono innescate 6,9 nuove cause civili ogni 100 abitanti, contro 4,5 in Inghilterra, 4 in Spagna, 3,7 in Germania e 2,9 in Francia. Tutto lavoro per una categoria professionale, quella degli avvocati, sterminata. Abbiamo 332 legali ogni 100 mila abitanti, a fronte di 267 in Spagna, 168 in Germania, 76 in Francia e appena 21 (nonostante un numero di controversie non proprio modesto) nel Regno Unito. Se la giustizia civile è uno dei fattori che più scoraggia gli investitori, non vanno sottovalutati gli altri costi della burocrazia: e torniamo dritti, ovviamente, all’informatica. Pesano, secondo una stima contenuta nel dossier della Confartigianato, per 23 miliardi e 50 milioni l’anno, dei quali 16 miliardi 629 milioni gravano sulle imprese che hanno almeno un dipendente. Si tratta di una somma pari a un punto e mezzo di Pil, «quasi metà» , argomenta l’ufficio studi dell’organizzazione, «del differenziale fra la pressione fiscale dell’Italia e quella dell’eurozona» . Il costo maggiore riguarda le procedure per «lavoro e previdenza» (9 miliardi 940 milioni), seguite da quelle ambientali (3 miliardi 409 milioni) e fiscali (2 miliardi 757 milioni). Ma un bel contributo viene anche dalle pratiche per la tutela della privacy (2,1 miliardi). Tutto questo senza tener conto del fatto che molti passaggi burocratici vengono considerati dai diretti interessati assolutamente inutili. Un sondaggio effettuato a maggio su un campione di 403 aziende dall’Osservatorio Ispo-Confartigianato ha dato risultati sconcertanti. In testa ai soggetti che richiedono il maggior numero di pratiche considerate inutili c’è l’Agenzia delle entrate (26%), davanti a banche, Inps e uffici comunali (tutti con un identico 21%). Problemi che si ripercuotono su tutte le attività economiche, comprese le opere pubbliche. Si sa che per realizzarle, in Italia, servono tempi biblici. Dieci anni e 5 mesi, nella media, per i lavori di importo superiore ai 100 milioni. Ma più di un terzo della durata (il 36%) è assorbita da quello che nel dossier Confartigianato viene definito come l’ «attraversamento» : ovvero, i tempi morti per passare da una fase all’altra. Sugli oltre 10 anni necessari per una grande opera, si buttano via in questo modo ben 45 mesi.