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Babele Europa

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Riva Gigi

Il danno collaterale più fragoroso delle bombe sganciate su Tripoli si avverte esattamente 2.115 chilometri più a Nord: a Bruxelles. Ne esce devastata la fragile costruzione di un’Europa politica. E ci vorranno anni per sgombrare le macerie. Oltre i compromessi di facciata, buoni per le ipocrisie istituzionali, ci sono due fotografie emblematiche dello stato agonizzante in cui versa l’idea di un’unità diplomatica del Vecchio continente. Nella prima c’è la baronessa di Upholland, lady Catherine Margaret Ashton, che dovrebbe essere l’Alto rappresentante della politica estera e di difesa Ue (pomposa quanto vacua definizione), tenuta ai margini e quasi fuori obiettivo dalle istantanee sui vertici in cui si è decisa un’azione trascurabile come la guerra alla Libia. Nella seconda ci sono Nicolas Sarkozy e Angela Merkel che entrano da soli, quasi senza salutarsi, nella sala Justus Lipsius (dal nome di un umanista fiammingo) sede del Consiglio d’Europa. Fino a un mese fa, e sembra passata un’era, erano soliti prendersi a braccetto nel corridoio degli Antici per fare un ingresso scenografico, in coppia, sostegno visivo di un asse franco-tedesco che regge l’Europa carolingia. L’asse, metaforicamente colpito dagli aerei Rafale impegnati nella campagna d’Africa, si è spezzato. Temporaneamente sostituito, perché in politica non esistono vuoti, da un altro accordo che corre lungo la Manica, ad ancorare al Continente, come mai era successo in passato, un Paese tradizionalmente euroscettico e isolazionista come l’Inghilterra. Siccome le svolte, anche le più repentine, non avvengono in un giorno, per capire bisogna riandare all’inizio di novembre. Quando lo stesso Sarkozy e David Cameron rimettono mano a un progetto cullato dai loro predecessori Chirac e Blair e poi naufragato nelle divergenze della guerra irachena. Sorvolando su contenziosi storici che arrivano fino a Napoleone e all’ammiraglio Nelson, firmano un accordo di cooperazione militare che impegna loro e i successori per quasi tutta la durata del sécolo. Prevede: la formazione di un esercito comune tra i 3.500 e i 6.500 soldati per operazioni bilaterali o da mettere a disposizione di Nato, Ue, Onu; budget di 100 milioni di euro l’anno per ricerca e sviluppo in settori delicati come comunicazioni satellitari e sistemi aerei e navali; formazione congiunta dei piloti per la futura flotta di aerei militari A 400M. Persino una collaborazione in ambito nucleare con la condivisione dei segreti meglio custoditi dai due Stati-nazione e ricerca per sottomarini nucleari di nuova generazione. Scopo proclamato: la riduzione delle spese militari, meno 8 per cento entro il 2014 per Londra, taglio di 54 mila posti entro il 2016 per Parigi. Aspirazione implicita: continuare a pensarsi come potenza anche in epoca di crisi finanziaria. Un patto del genere Sarkozy non poteva sottoscriverlo con una Germania che si è solo da poco, e timidamente, riaffacciata sui teatri bellici e si è abituata, dopo decenni di tutela esterna, a immaginarsi gigante economico ma nano militar-politico. Con tanti saluti, dunque, a quella brigata franco-tedesca che avrebbe dovuto rappresentare il nucleo di una futuribile armata europea. Immaginare che l’Europa possa sedersi a qualsiasi tavolo che conta senza disporre di una forza propria, oltre che miope è assolutamente velleitario. E la fuga in avanti, pro domo loro, di Sarkozy-Cameron altro non è se non un colpo di maglio contro Bruxelles e a favore della sovranità statale nelle scelte strategiche. La cartina di tornasole dell’assunto è arrivata a stretto giro di posta, quattro mesi dopo, quando le carte firmate sono diventate azione concreta sui cieli della Libia. In mezzo ci sono stati altri passaggi a sancire divisioni e a sciogliere le gite a braccetto negli austeri palazzi comunitari. Lo scontro più duro, sul nucleare. Era due Consigli d’Europa fa e Angela Merkel, col puntiglio professorale che le è proprio, aveva elencato le ragioni per cui c’era bisogno di stabilire un livello condiviso dei controlli sulla sicurezza di tutti gli impianti sul continente. Fosse perché si sentiva sul collo il fiato dell’onda verde che poi l’ha travolta nelle elezioni regionali, è probabile. Stadi fatto che un imbufalito Sarkozy, con l’enfasi retorica che gli è propria, si è impadronito del microfono a difesa dell’onore di Francia: Le nostre le controlliamo noi». E nessuno si permettesse di ficcare il naso e di obiettare sugli standard in vigore nella République.

È utile anche sapere che la Merkel, tra i colleghi, si è meritata un nomignolo stravagante: "la Cinese". Si deve alla sua abitudine, simile a quella delle autorità di Pechino, di riaprire dossier che sembravano chiusi con intese già raggiunte. È stato il caso, recentemente, del "Meccanismo permanente di stabilità" col quale si era previsto di stanziare, dal 2013, 80 miliardi di euro in tre anni che dovrebbero servire ai Paesi in difficoltà. Voleva diluire la cifra in cinque anni e pretendeva che gli Stati con la Tripla A, i più solidi, potessero far fronte alla loro quota con delle semplici garanzie, mentre gli altri dovevano versare capitale. Sarebbe significato investire di un ruolo cruciale le agenzie di rating che danno le pagelle, le stesse nell’occhio del ciclone per le clamorose sviste di questi ultimi anni. Sul punto è insorto Silvio Berlusconi e si è trovata una formula di compromesso per cui gli anni restano cinque, ma i Paesi intervengono «attraverso strumenti adeguati.. Non sfugga che sinora sono stati citati soltanto quattro leader di un’Europa che dovrebbe essere a 27. Gli altri, non pervenuti. I nordici non hanno interessi nella crisi libica, e così quelli dell’Est. Zapatero si è chiuso dentro i confini di una Spagna che gli ha voltato le spalle ed è in altre faccende affaccendato. I quattro moschettieri allora devono duellare, anche quando nolenti, costretti dal peso specifico della propria nazione e dei propri interessi. Ed è proprio la diversificazione, in questa fase, di interessi "parti-culari" che mina la costruzione della "casa comune" europea. Capi in difficoltà, a vario titolo, hanno prodotto quella che un ambasciatore definisce -coalizione dei deboli. Sarkozy della Merkel e della locomotiva tedesca avrebbe ancora bisogno per superare le secche di una crisi economica che non finisce. Vasto programma e dai tempi lunghi. Potrebbe dare i suoi frutti quando il treno delle prossime elezioni presidenziali (2012) è già passato e lui rischia, stando ai sondaggi, di non essere a bordo. Più spicci i metodi e i dividendi possibili, di una guerra che rispolvera la grandeur, tantopiù se ammantata dal nobile proposito di difendere la popolazione civile. Cameron è già in difficoltà dopo nemmeno un anno, ha le piazze piene di studenti-contestatori e sulle spalle il fantasma di Tony Blair e del suo decisionismo. La Merkel ha l’esperienza negativa dell’impegno della Bundeswehr in Afghanistan, un consenso calante nonostante i conti floridi. Quanto a Berlusconi, si guadagna, nel mazzo, l’appellativo per lui insolito di Temporeggiatore. I legami troppo stretti con Gheddafi, la nostra posizione geografica, le nostre aziende sparse nel deserto libico, gli consigliano un basso profilo e una prudenza che ci relegano in secondo piano. E stato così per la videoconferenza a quattro Sarkozy-Cameron-Merkel-Obama tenutasi lunedì 28 marzo e dalla quale siano stati esclusi, nonostante forniamo basi e aerei. Sarà pure stata la «perfidia francese., come mastica amaro un diplomatico, la vendetta per il nostro ostinato richiedere un cappello Nato che superasse il direttorio di Parigi. Ma eccola qui la terza fotografia che illumina il momento storico: della pur riottosa Germania non si può fare a meno. Dell’Italia, in fondo, sì. E anche: se Obama risponde a una "convocazione" francese, se gli Stati Uniti hanno un profilo gregario, se non c’è un dominus chiaro, il mondo multipolare fa una grande fatica a seguire leadership non riconosciute, non accreditate come tali. E l’Europa che da tempo promette di parlare con una voce sola si trasforma in un cortile. In una Babele.