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Anche il nucleare in America e’ a rischio

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di Fabio Deotto

 

3 centrali nucleari americane su 4 perdono trizio radioattivo per colpa di tubature obsolete. Questa tranquillizante rivelazione emerge da un’ inchiesta firmata Associated Press che ha contribuito a spostare il dibattito sull’opportunità del nucleare dalla sempre più cauta Europa alla nuclearissima America.

Se la scorsa settimana, in concomitanza con il referendum che ha interrogato gli italiani sul ritorno al nucleare, aveva fatto scalpore la notizia secondo cui gran parte delle centrali Francesi erano a rischio sicherezza, i dati forniti da Associated Press sono altrettanto allarmanti: 48 siti nucleari americani sui 65 esaminati avrebbero infatti registrato perdite di trizio radioattivo, che in alcuni casi avrebbero raggiunto livelli di concentrazioni fino a 375 volte superiori alla soglia di rischio (è il caso dell’impianto di Quad Cities, dove nel 2008 è stata registrata una perdita di 7,5 milioni di picocurie per litro). L’inchiesta si è abbattuta sul panorama politico americano con la forza di un uragano, al punto che alcuni, tra cui il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, si stanno già attivando per far chiudere gli impianti nel proprio stato.

Il trizio è un isotopo radioattivo dell’idrogeno (invece che da un protone e un neutrone è formato da un protone e due neutroni), le sue caratteristiche chimiche gli consentono di reagire molecole di radicale ossidrile, andando a formare acqua ultrapesante. Il trizio può comportare problemi alla salute (in particolare leucemia e tumori al sistema nervoso) se ingerito o inalato, la sua breve emivita all’interno del corpo umano (due settimane), tuttavia, scongiura i pericoli derivanti dal bioaccumulo. Bisogna però considerare che il tempo di dimezzamento dei radioistopi di trizio è pari a 12 anni, e questo crea problemi per quelle falde acquifere interessate dalle perdite.

Pur accogliendo la richiesta di incrementare i controlli, il Nuclear Energy Institute americano, ha respinto al mittente gran parte dei dati evidenziati dall’inchiesta. Inoltre, il vice-presidente, Tony Pietrangelo, ha sottolineato che le perdite registrate, per ubicazione e intensità, hanno un fattore di rischio per la salute pari allo zero.

Ma le preoccupazioni più grandi non vertono sulla possibilità che il trizio vada a inquinare le falde acquifere limitrofe (a quanto pare, nessuna delle perdite avrebbe raggiunto i siti di fornitura idrica), ma piuttosto sui rischi derivanti da disastri naturali. In particolare, parlando di Stati Uniti, su quelli comportati dalle inondazioni. Lo scorso 7 giugno, l’impianto di Fort Calhoun, in Nebraska, è stato colpito da un incendio che mandato temporaneamente in tilt i sistemi di raffreddamento del reattore

Fort Calhoun è una centrale nucleare ad acqua pressurizzata la cui installazione risale agli anni ’70, già nel 2010 la direzione della centrale era stata bacchettata dalla Nuclear Regulatory Commission affinché provvedesse a rimodernare i propri sistemi di prevenzione contro le inondazioni. Ora, Fort Calhoun si trova a fronteggiare l’esondazione del Missouri e le forti pioggie di questi giorni che potrebbero comportare un serio pericolo per il funzionamento del reattore, secondo alcuni paragonabile a quanto avvenuto a Fukushima.

E proprio su Fukushima, nel frattempo, si concentra il recente rapporto vergato dall’Agenzia internazionale sull’energia atomica. “ Date le risorse disponibili” si legge nel rapporto “ difficilmente si sarebbero potute escogitare soluzioni migliori di quelle che sono state implementate.” Un colpo di spugna sulle sviste di Tepco? Tutt’altro. La frase, nel rapporto, si riferisce allo staff che ha coordinato ed eseguito le operazioni di messa in sicurezza e operato direttamente sul campo. Nei confronti di Tepco e delle autorità giapponese, il giudizio della Iaea è invece tutt’altro che positivo. Il rapporto evidenzia infatti come le autorità avrebbero sottostimato i rischi derivanti dallo Tsunami, mancando di attuare le misure necessarie a fronteggiare il disastro.

Nonostante i dovuti distinguo, il caso di Fukushima e di Fort Calhoun dimostrano chiaramente una cosa: nonostante i soldi investiti e i tranquillizzanti proclami, molte centrali nucleari oggi attive sono ancora pericolosamente vulnerabili di fronte ai disastri naturali.