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Anche Confindustria spreca troppo

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Sergio Rizzo

«Basta sprechi, dobbiamo fare

una riforma violenta della semplificazione». Quante volte l’avrà ripetuto Emma Marcegaglia ai politici, restando regolarmente inascoltata? Decine, almeno. Sarebbe però interessante sapere come un identico appello sarebbe stato accolto dalla Confindustria. Perché anche lì, inutile negarlo, con quei problemi bisogna fare i conti. Intendiamoci: dire che in questi tre anni si è rimasti con le mani in mano non sarebbe corretto. La presidente aveva fissato l’obiettivo

di ridurre del 20% i costi

e ci riuscirà. Nel 2010 le spese sono scese a 39 milioni 129 mila euro, ritornando allo stesso livello del 2000. Del resto sono stati anni difficili, durante i quali si è dovuto fare i conti con la peggiore crisi del dopoguerra che ha incrinato anche le più granitiche certezze.

Per esempio i dividendi del «Sole 24 Ore», che rappresentavano un’importante fonte di entrate nel bilancio della Confindustria, si sono azzerati: in due esercizi il gruppo editoriale ha accumulato perdite per 93 milioni. Rendendo il giro di vite una scelta ancor più inevitabile.

Ma stiamo parlando pur sempre di una goccia nel mare. Al quartier generale della Confindustria lavorano 228 persone. Contando i 16 dipendenti impiegati nella sede di Bruxelles si arriva a 244: meno del 5% del totale del «sistema». Un magma di 258 associazioni di categoria e territoriali, che pagano 4.500, forse 5 mila stipendi. Senza considerare consulenze, affitti, bollette… E poi le società. La Confindustria ha 19 partecipazioni, fra dirette e indirette. Quelle delle organizzazioni a valle sono decine e decine. Quote di giornali, come «L’Arena di Verona» o la «Gazzetta di Parma». Ma anche imprese di servizi, società finanziarie… Il conto? Nessuno con precisione lo sa. Tantomeno Roma. Una «confederazione» di strutture fra loro tutte indipendenti non ha un bilancio «consolidato», né ufficioso né tantomeno ufficiale. A dire la verità neppure il bilancio di Viale dell’Astronomia, che invece esiste, è pubblico. Confindustria è privata e non è tenuta a diffonderlo. Anche se per un’associazione con un tale impatto sociale sarebbe forse doveroso, né più né meno come fanno, da anni, i sindacati: la Cisl ce l’ha dal 2002 sul proprio sito internet.

I contribuenti morosi

Ma una stima si può comunque azzardare. Al 31 dicembre scorso le imprese aderenti erano 146.046, con 5 milioni 439 mila 195 dipendenti. Considerando una media pro capite di 100 euro (le quote alle associazioni si pagano sulla base del personale) ecco che si arriverebbe alla strabiliante somma di oltre 540 milioni l’anno. Il «sistema» confindustriale costa oggi più o meno questa cifra. Un terzo in più rispetto ai 400 milioni che, dicono sempre le stime, si incassavano (e si spendevano) nel 2002. Naturalmente al lordo di un fenomeno forse inaspettato: la morosità contributiva. Le associazioni dei territori più colpiti dalla crisi confermano che molti imprenditori in difficoltà interrompono o ritardano i pagamenti delle quote. E qualche ripercussione si è avvertita anche a Roma, se è vero che nel 2009 i crediti di viale dell’Astronomia erano aumentati di quasi un milione, cioè del 47,8%. Piccole scorie. Tra l’altro, assicurano, in lesto smaltimento grazie alla ripresina. Il che non può nascondere ovviamente i problemi.

La Confindustria ha centouno anni e li dimostra tutti. Un apparato spesso anacronistico, governato da una burocrazia resistente alle riforme, articolato su più livelli non sempre funzionali agli obiettivi. Con un patrimonio gigantesco, accumulato negli anni. Ma pure con costi alti e lamentele proporzionate al loro livello. Il «sistema» confindustriale italiano si finanzia ancora in prevalenza, a differenza di quanto accade in altri Paesi (la Germania su tutti), con i contributi a carico degli associati. Poi le associazioni, a loro volta, finanziano la struttura centrale. I servizi a pagamento sono ancora lontanissimi da quel 30% che secondo i calcoli dovrebbe essere la loro quota ideale nel fatturato di un’associazione del genere. Addirittura ovvio che la differenza di efficienza e prestazioni fra Nord e Sud sia in molte circostanze abissale.

I passi della riforma

Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe ingeneroso negare i progressi compiuti negli ultimi tre anni. Come l’avvio di una riforma per rendere più agili gli apparati e disboscare il groviglio delle associazioni. O come il cambio di passo sul fronte etico. Prima con la determinazione di espellere le imprese che non denunciano ricatti ed estorsioni: una svolta epocale, innescata dal coraggio del presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, ma di cui Emma Marcegaglia porta indiscutibilmente il merito. E non un gesto di facciata, se si pensa che da allora almeno 40 aziende, ritenute colpevoli di non aver rispettato questa nuova regola, sono state estromesse dall’associazione della Sicilia. Poi con la decisione di applicare un nuovo rigoroso codice deontologico per chi riveste incarichi nell’organizzazione: mossa che ha prevedibilmente provocato svariati mal di pancia.

Il fatto è che gestire la Confindustria secondo gli schemi tradizionali è diventato sempre più difficile. Gli iscritti continuano a crescere e la stragrande maggioranza è un pulviscolo di piccole aziende. Il settore dei servizi è diventato ormai preponderante, le aziende pubbliche sono sempre più potenti e i conflitti d’interessi interni sono cresciuti esponenzialmente. Basti pensare alla presenza in alcune associazioni (per esempio quella di Roma) delle banche, contro cui gli industriali sono in perenne conflitto.

La semplificazione, poi, che pure è cominciata, procede faticosamente. Il caso del Lazio, dove da sei diverse unioni industriali, di cui cinque provinciali più una regionale, si è arrivati a tre con la prospettiva di unificare tutto, è ancora sporadico. E si capisce perché: meno burocrazia, minori costi, forse anche meno inutili convegni (soltanto i giovani imprenditori ne organizzano, a Capri e Santa Margherita ligure), come ha auspicato in un’intervista al «Corriere» la stessa presidente. Inevitabile che il «corpaccione» manifesti molte resistenze.

I costruttori

In molte categorie, fra queste quella dei costruttori, serpeggiano i malumori. Da un governo cui la Confindustria aveva dato subito una grande apertura di credito si aspettavano molto di più. È arrivata la cassa integrazione per fronteggiare la crisi, vero. E sono arrivati pure alcuni provvedimenti mirati, come quello per le reti di imprese. Ma la ciccia non si è vista. Dei tagli alle tasse neppure l’ombra, mentre la pubblica amministrazione continua a pagare i propri debiti (giunti, si dice, a 70 miliardi) con ritardi inaccettabili. Qualcuno imputa la mancanza di risultati al venir meno della capacità lobbistica. Altri rimproverano Emma Marcegaglia per aver tenuto un atteggiamento troppo morbido, e troppo a lungo, nei confronti di un governo che ha sempre fatto orecchie da mercante.

C’è poi chi non esita a rimarcare i «coinvolgimenti» personali di una presidente di Confindustria cui Berlusconi era arrivato a offrire (offerta però declinata) la poltrona di ministro dello Sviluppo economico. Dimenticandosi forse, i sostenitori di questa tesi, il clamoroso scontro fra la stessa Marcegaglia e «il Giornale» della famiglia del premier, che aveva minacciato su di lei (minaccia definita «un cazzeggio» dal vicedirettore Nicola Porro) un’inchiesta al fulmicotone.

Nell’elenco di questi «coinvolgimenti» c’è la partecipazione, un po’ subita e poi dismessa, alla cordata sponsorizzata dal premier per rilevare l’Alitalia. C’è la joint venture turistica, nata all’epoca per precedente governo del Cavaliere e sciolta appena qualche mese fa, con l’ex carrozzone pubblico Sviluppo Italia. E c’è l’aggiudicazione alla società Mita resort presieduta dalla stessa Marcegaglia della gestione del complesso alberghiero realizzato dalla Protezione civile per il G8 della Maddalena, evento successivamente spostato all’Aquila. Spostamento, va detto, comunque appoggiato dalla presidente di Confindustria nonostante «il grave danno economico», come lei stessa dichiarò subito, a causa di quella decisione.

I rapporti con il sindacato

Per non parlare dei giudizi contrastanti sulla gestione dei rapporti con il sindacato, segnati dagli accordi separati con Cisl e Uil siglati nonostante la solenne promessa (versione dell’ex segretario cigiellino Guglielmo Epifani) che mai e poi mai la sua Confindustria avrebbe firmato intese senza la Cgil. Salvo poi trovarsi di fronte a una sterzata ancora più brusca nelle relazioni industriali imposta dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne con i patti per Pomigliano d’Arco e Mirafiori. Un salto di qualità che a un certo punto sembrava aver messo in discussione perfino l’adesione alla Confindustria delle nuove società costituite dalla casa torinese per gestire quegli stabilimenti. Fatto forse tecnicamente giustificabile ma per l’organizzazione politicamente squassante. Come l’ultimo episodio che ha segnato le assise generali di Bergamo, dove l’amministratore delegato della Thyssen, Harald Espenhahn, condannato per l’incendio allo stabilimento di Torino che il 6 dicembre 2007 costò la vita a sette operai, è stato accolto da un applauso scrosciante. Un brutto scivolone che ha costretto lo stato maggiore della Confindustria a scuse pubbliche, dopo essere stato seppellito dalle critiche dei sindacati e dei politici di ogni schieramento. E faticosamente recuperato con la proposta di istituire un premio alla sicurezza, dedicato alla memoria di quelle vittime. Emma Marcegaglia non è stata fortunata, almeno rispetto al suo predecessore Luca Cordero di Montezemolo. Il suo bilancio è comunque positivo. Ha dovuto attraversare una terribile tempesta, durante la quale tenere la barra dritta era difficilissimo, e lascerà in un momento delicato. Il futuro presidente si troverà di fronte a una situazione aggravata da un contesto politico quanto mai incerto. Forse non è un caso che la corsa alla successione sia cominciata con inconsueto anticipo. E sarebbe sbagliato sottovalutare alcuni piccoli segnali, come le durissime dichiarazioni dell’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato al «Corriere» sul candidato del centrodestra alle elezioni comunali di Napoli Gianni Lettieri («un segnale di continuità con un tragico passato»), ex presidente degli industriali partenopei. Parole che si potrebbero interpretare come un attacco alle tentazioni di collateralismo fra politica e imprenditoria. I grandi elettori sono già pronti a calare gli assi. Per regalarci molte sorprese: il capo del comitato tecnico confindustriale per l’Europa Giorgio Squinzi, il presidente dell’Unione industriali di Roma Aurelio Regina, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni. E l’imprenditore dell’acciaio, Gianfelice Rocca.