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Agrigento città a pezzi

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Macerie, polvere, sgomberi. Del maestoso palazzo nobiliare tardo barocco Lo Jacono Maraventano, dei suoi splendidi fregi in pietra calcare, delle vezzose balconate panciute, crollato all’alba del lunedì di Pasquetta, non resta più che questo. A parte il rischio concreto che succeda ancora. E ancora. E ancora.

Proprio così. Nel disinteresse generale, l’intero centro storico di Agrigento si sta sbriciolando. Quindici giorni prima di Palazzo Lo Jacono era crollato l’Istituto Schifani, un antico collegio di suore, anch’esso in quella pietra locale del tutto simile per colori e friabilità a quella della cattedrale di Noto: gioiello del barocco siciliano, che nel ’96, stanca di attendere restauri già decisi da sei anni, si accasciò al suolo. E l’elenco di edifici storici che rischiano lo stesso destino è lungo. Alcuni sono in via Duomo, l’antica strada nobiliare che porta alla Cattedrale, dove si affaccia anche la Curia. La stessa Cattedrale, monumentale esempio di architettura normanna, ha una profonda crepa che ne spacca a metà il pavimento: una parte resta attaccata al costone di roccia, una parte scivola inesorabilmente a valle. Un problema idrogeologico enorme legato anche al sottosuolo ricco di ipogei che costituivano la rete idrica della città, ancora rimpianta dai cittadini che per avere acqua in casa montano cisterne sui tetti fatiscenti aggravando il rischio di crolli.

A Palazzo Lo Jacono Maraventano non è servita la cisterna per crollare. Anche perché il tetto era già crollato da anni. Imploso. Restava in piedi, in bilico su se stesso, il muro esterno. Malgrado un recente restauro, a farlo venire giù è bastata, forse, la processione del Venerdì santo. Per questo, mentre la procura procede nell’indagine per disastro colposo, resta la rabbia di chi poteva finirci sotto. Angelo Argento, che viveva nel palazzo di fronte, ancora ribolle: «Ci avevano evacuato per un mese intero l’anno scorso per mettere il palazzo in sicurezza. Ma, rientrati in casa, vedevamo ancora le crepe. Abbiamo avvertito il sindaco, la protezione civile e la sovrintendenza. Ma loro dicevano: “È tutto a posto”. Come all’Aquila». E come in Abruzzo, la rettifica è arrivata con un boato e i muri che venivano giù. L’avvocato Basilio Vella, che a nome del signor Argento e di altri vicini, ancora sotto sgombero, ha presentato un esposto contro le omissioni dell’amministrazione cittadina e della sovrintendenza, denuncia: «Nell’ordinanza di rientro in casa il sindaco aveva scritto che il pericolo era cessato. Sarà invece un miracolo se, alla fine, non si conteranno anche dei morti».

POTREBBERO ESSERCI DUE "DISPERSI"
Morti? Già, perché in una storia che sembra scritta proprio dal genio agrigentino, non si sa nemmeno se le macerie di Palazzo Lo Jacono Maraventano, rotolate a ridosso del portale di una chiesetta antica (ormai annessa alla contigua villa con piscina del regista Michele Guardì), nascondano due vittime. “Un si sape”, glissano gli agrigentini con fare allusivo. Padre Mario Russotto, parroco della Cattedrale, chiusa al pubblico per quella crepa che ne mette a repentaglio la stabilità, congiunge le mani e rivela: «Due clandestini, che dormivano nel Palazzo, mancano alla mensa delle suore dal giorno del crollo. Nessuno li ha più visti da allora». Le autorità fanno spallucce: «I vigili hanno portato i cani e gli apparecchi che captano il calore del corpo. Nulla c’era».

GLI ALLARMI INASCOLTATI
Si vedrà a macerie tolte. Ma la rimozione si rinvia di giorno in giorno. Un po’ perché si aspetta l’arrivo di fondi regionali. Un po’ perché si teme un effetto domino. I grandi massi stuccati sostengono comunque muri fatiscenti che nel fascinoso dedalo di vicoli legano antiche vestigia normanne a resti di dimore borboniche e persino alle colonne di un tempio di Athena su cui sorge la chiesa di Santa Maria dei Greci. Troppi sono abbandonati all’incuria. Mortale qui più che altrove. Giuseppe Lentini, di un comitato di abitanti del centro storico di Agrigento, nel 2006 ha stilato una lista di 15 edifici a rischio, inviando esposti e diffide, invano. I primi due sono già in macerie. Il professor Giuseppe Tantillo, del laboratorio di restauro dei monumenti dell’Università degli studi di Palermo, con sede ad Agrigento, si dispera: «Il danno non è solo la perdita dell’edificio in sé, e Palazzo Lo Jacono era un monumento di particolare pregio artistico. Ma è la ferita che ne subisce l’intero centro storico. Se perdiamo questo, perdiamo la capacità di individuare le nostre radici che, senza nulla togliere alla unicità e alla bellezza della Valle dei Templi, sono anche qui. Ecco perché sarebbe assurdo ora procedere con demolizioni mirate. In questi giorni stanno addirittura smontando una chiesa, invece di consolidarla e magari ridestinarla a un nuovo uso socialmente utile. Perché il centro va fatto rivivere, non deve essere un museo».

Inutile dire che gli esperti di restauro dell’università non sono stati nemmeno interpellati. «Non hanno la competenza per fronteggiare l’emergenza, ma nemmeno chiedono la consulenza nostra, che ovviamente sarebbe gratuita», lamenta il professor Tantillo che ricorda come, quando venne istituita la facoltà di Architettura, l’allora preside Saverio Brancato offrì la possibilità alla città di avere tutti i laboratori mobilitati al recupero del centro storico. Per un po’ la cosa andò avanti. Poi si arenò.

Alfonso Lazzaro, assistente del Laboratorio di restauro, invoca interventi decisi: «Ogni crollo è un pezzo di storia che se ne va. Bisogna iniziare dalla messa in sicurezza, ma occorre fare presto». A pochi metri dall’edificio crollato c’è Palazzo Lo Vetere, dall’antica facciata barocca, con i balconi in ferro battuto bombato per far spazio alle gonne larghe delle signore in affaccio su via Duomo, ora dal tetto pericolante. Poco oltre è comparso uno striscione con su scritto: «San Gerlando proteggici dagli inetti e dagli incapaci». Chi è stato inetto? E chi incapace?

I magistrati, Santo Fornasier e Arianna Ciavattini, vogliono vederci chiaro. Ma nello scenario pirandelliano le colpe si mascherano da meriti e i colpevoli da vittime. Il sovrintendente Pietro Meli scarica sul sindaco: «Palazzo Lo Jacono era sì vincolato, ma da molti anni. E non c’era necessità di intervenire perché i lavori erano stati già fatti dal Comune». Il sindaco, l’Udc Marco Zambuto, allarga le braccia: «È vero che avevo autorizzato la processione del Venerdì santo. Ma i tecnici avevano detto che non c’era pericolo». L’ingegnere del Comune, Salvatore Principato, ha il cerino in mano: «Se cercano un capro espiatorio eccomi. Ma i fondi bastavano solo per consolidare un angolo».

FORSE LE CAPRE AIUTEREBBERO
Padre Giuseppe Russo, responsabile dei padri Redentoristi di Agrigento, denuncia: «In un mio articolo avevo suggerito di portare in centro le capre. Almeno loro, mangiando le erbacce, farebbero più di ciò che è stato fatto finora. La verità è che qui non conta il sindaco. Non conta la Regione. Contano solo la mafia e la massoneria». Ma le responsabilità delle istituzioni locali, per l’avvocato Vella, sono ben individuabili: «Era un palazzo riconosciuto di rilevanza storico-artistica. La sovrintendenza aveva l’obbligo di tutelarlo e il Comune, di concerto, doveva avviare gli interventi di consolidamento e recupero. La verità è che ad Agrigento quando cade un capitello dorico si spendono miliardi, ma non si fa nulla per il centro storico che sta crollando ». Il sindaco Zambuto promette che ora la situazione cambierà. «Ho chiesto uno stanziamento straordinario alla Regione da tre milioni di euro, e al ministero dell’Ambiente altri due milioni e trecentomila euro di fondi per la lotta al dissesto idrogeologico. Il 9 verrà ad Agrigento l’architetto Paolo Portoghesi al quale vorremmo affidare la regia della riqualificazione. Lui ne è entusiasta».