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A Roma guasto un bus su tre

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di Fabio Carosi

I
bus romani o non escono per niente dai depositi, oppure una volta su tre sono costretti a rientrare ai box per guasto. Roma va a piedi e il nuovo management dell’Atac segna il primo flop. Affaritaliani.it ha preso visione di un documento riservatissimo che sancisce il record negativo storico dei guasti dei bus della flotta più grande d’Europa: il report dei guasti relativo al mese di marzo. Trenta giorni terribili per l’azienda di via Prenestina guidata da Maurizio Basile, trenta giorni in cui la media dei guasti ha superato il 27 per cento. Di fatto è come se d’improvviso i romani fossero stati privati di un autobus su 3, come se il servizio annuale fosse stato ridotto di quasi 30 milioni di chilometri, crollando miseramente vero i parametri di una media città. Non certo della Capitale da sempre alle prese col problema del traffico e con l’alternativa all’automobile. Con questi numeri ci vuole coraggio ad invitare i cittadini e i turisti ad usare il mezzo pubblico.

Se da una parte l’aumento sconsiderato dei guasti ha tenuto un terzo della flotta nei depositi, dall’altra però ha consentito all’azienda qualche risparmio: poche migliaia di euro, però, perchè in Atac il costo del lavoro è la prima voce del bilancio. Dunque, non solo mezzi fermi, ma anche autisti a spasso in attesa che gli operai riparino i mezzi.

Secondo alcune fonti aziendali molto ben informate, la causa della morìa dei bus sarebbe da rintracciare nelle nuove scelte manageriale che hanno bloccato le manutenzioni esterne, in particolare quelle affidate tramite un contratto contestatissimo alla società Amati, concessionaria italiana della tedesca ZF, leader mondiale dei cambi automatici e delle idroguide. La scure dei tagli agli appalti esterni avrebbe di fatto bloccato qualsiasi attività, andando a sommarsi ad una flotta la cui età media costringerebbe qualsiasi altra società ad importanti e costanti manutenzioni per garantire l’efficienza. Invece Atac ha tagliato tutto, scegliendo la via interna alle riparazioni e pagando lo scotto dovuto all’assenza di qualificazione professionale degli operai.

Il dramma dei bus “morenti” appare anche più grave se si confronta il dato di marzo con la media nazionale delle aziende di altre città: a fronte del 27 per cento di guasti romani, Milano, Bologna, Genova e persino Napoli non superano il 12 per cento, considerato fisiologico e comunque legato strettamente alla vetustà dei mezzi che aumenta il costo delle manutenzioni man mano che i bus invecchiano. Milano, poi sorride di fronte a Roma. L’Atm di Elio Catania, fa rientrare nei depositi solo 7 bus su cento, anni luce dalla Capitale. E questro le aziende pubbliche, perchè invece i privati viaggiano con percentuali di mezzi rotti che non supera quasi mai il 5 per cento, considerata come media naturale. Ma Roma si prende anche un altro record assoluto negativo: a fronte di un parco che ha un’età media di 12 anni, è la città che ora spende meno per ripararli. E all’orizzonte non si vede neanche un euro per nuovi bus. Eccezion fatta per i 470 destinati al servizio periferico, previsti in arrivo già nei prossimi giorni. Mezzi nuovi di zecca, per i quali è in via di allestimento una kermesse di presentazione e che però non finiranno nei depositi Atac, bensì in quelli della società privata che si è aggiudicata il servizio nella cintura urbana. Per Basile&Co neanche un bus, dovranno farcela con quello che hanno in rimessa e, visti, i chiari di luna, è sempre più necessario un piccolo piano Marshall per assicurare lunga vita ai mezzi già provati.

Ma tra debiti stratosferici che pongono l’azienda sull’orlo del baratro e hanno costretto ad inserire nel bilancio del Comune, la ri-fusione con Atac Patrimonio per aumentare l’esposizione bancaria e avere nuovi liquidi, il futuro è nero. Anxi, è un futuro praticamente a piedi.