108 giorni in bici tra i siti Unesco italiani | Non Sprecare
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108 giorni in bici tra i siti Unesco italiani

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Dalla laguna di Venezia ai sassi di Matera. Dai trulli di Alberobello alle necropoli etrusche. Sono soltanto quattro esempi del progetto Unesco in bici, un percorso che collega in 108 giorni di bicicletta i 44 siti Patrimonio dell’umanità Unesco sparsi in tutta Italia. Non solo una grande avventura, ma un progetto multimediale avvincente che racconta un viaggio in bicicletta attraverso i capolavori della cultura e del paesaggio italiano. Il diario di viaggio è un collage di fotografie e un documentario in HD di un’impresa, iniziata nell’estate 2010 da un gruppo di ragazzi trentini. Un modo per scoprire e far conoscere le bellezze d’Italia doc, ma anche per mettere in evidenza alcune criticità.

PROBLEMI – La burocrazia non ha permesso di realizzare la puntata alla reggia di Caserta, mentre la Villa del Casale a Piazza Armerina viveva in uno stato di abbandono: mezzo ettaro di mosaico vittima dell’incuria a causa dei lavori di restauro bloccati dai mancati finanziamenti della Regione Sicilia. I lavori dovevano finire nel 2008. E a pochi chilometri lo splendore di Noto era offuscata dall’immondizia che ricopre splendidi giardini di mandorli, appena fuori dalla città.

PROGETTO – Il progetto è stato creato e realizzato da ragazzi sotto i trent’anni con percorsi di vita diversi, competenze diverse e diverse passioni. Lo scopo? Visitare i 44 siti dell’Unesco nel territorio italiano muovendosi esclusivamente in bicicletta, alla scoperta di meraviglie troppo spesso dimenticate, in un viaggio pulito e sostenibile fra le risorse culturali e naturali italiane. L’anima di questa spedizione è Alessandro Cristofoletti, 28 anni, di Trento, diploma in tecnica agraria, appassionato di alpinismo e arrampicata, finito poi a interessarsi ai beni culturali. Una passione non nuova, visto che alla base della sua cultura sta la lettura, alimentata fin da bambino. Cultore di musica (suona pianoforte e chitarra) ha girato dei documentari ed è stato assistente di regia nell’ultima produzione di Michele Placido e dopo la scelta dell’Unesco di dichiarare patrimonio dell’umanità le Dolomiti, ha messo in piedi questo viaggio tra le 44 bellezze d’Italia, oggi salite a 47.

IL VIAGGIO – È partito con amici da Trento, percorrendo la prima parte di Tirrenoper scendere a Roma e arrivare in Sardegna. Da qui la Sicilia e poi la Campania, senza visitare la Calabria che non ha siti degni di questa certificazione. Quindi Basilicata, Puglia, Molise (senza siti) e le altre regioni del Nord, esclusa la Valle d’Aosta, che per ora ha soltanto nomination. Finale ai piedi della Marmolada, a passo Fedaja, il 17 settembre. Suoi compagni di viaggio i ciclisti Samuele Pellegrini, Michele Rampanelli, Marco Menestrina, Luigi Dal Bosco, Efrem Ferrari e Marco Zanetti alternatisi sul camper, ognuno con i suoi compiti, di guida, di ripresa e di scrittura. Spesso la sera si finiva con quattro computer accesi. Mai uno screzio, mai un litigio. Le giornate erano scandite come di trasferimento o visita dei siti. All’inizio i ciclisti erano due, poi uno soltanto, mentre l’altro abbandonava per andare a laurearsi e altri due sul camper a guidare o a riprendere, a mantenere i contatti con le autorità locali o a sbrigare le pratiche di alloggio o di autorizzazione per visitare e riprendere i siti.

BENI CULTURALI – «Nel nostro piccolo», spiega Alessandro Cristofoletti, «abbiamo attraversato tutta la possibile incoerenza e farraginosità di una struttura stanca e inefficiente che, a seconda dei luoghi e dei siti, procede a velocità diverse creando disparità enormi per beni della medesima importanza storica o artistica o naturale. Basti pensare che durante il viaggio, in alcuni siti, per assolvere a tutta la burocrazia richiestaci, dovevano lavorare due persone per giornate intere, in altri bastava presentarsi con telecamera e microfoni sottobraccio. Ciò che stupisce rispetto a quanto detto è che non si parla di un’economia a perdere, ma di un sistema che se gestito bene può fare aumentare di molto sia i posti di lavoro direttamente collegati ai beni culturali e naturali, sia quelli dell’indotto, che potrebbe beneficiare di una ricchezza che per una discreta percentuale deriverebbe da portafogli stranieri. Tutto questo collegato a un automatico volano sull’ospitalità e la ristorazione, altri elementi per i quali l’Italia si è guadagnata un buon nome. Anche perché, come abbiamo visto, questo atteggiamento, unito a scelte adeguate in ogni rispettivo settore, porterebbe indiscutibilmente benefici al comparto alberghiero, a quello enogastronomico, all’artigianato e alle piccole imprese».

CRITERI – Ma vivere in un ambiente patrimonio dell’umanità non è sempre piacevole. «L’Unesco», spiega Crittofoletti, «fornisce una serie di norme per la conservazione architettonica, urbanistica, paesaggistica e artistica che vanno rispettate dai siti perché essi possano conservare la nomina. Quando a essere sito Unesco è il centro storico di una città o quasi un intero centro abitato, come Alberobello, è particolarmente difficile per la popolazione conciliare questo regolamento con esigenze di ordinaria amministrazione come la ristrutturazione di una casa, il rifacimento di un tetto o l’imbiancatura di una facciata. I costi per tali lavori sono più alti perché devono intervenire operai specializzati e a volte veri restauratori anche per case abitate da famiglie non particolarmente abbienti. Vengono così a crearsi dei sentimenti contrastanti in cui le persone sono da un lato orgogliose e dall’altro frustrate. Lo stato anche qui si rivela inefficiente perché gli aiuti e gli incentivi si rivelano scarsi, ritardatari e inadeguati. Sono quindi molte le famiglie che abbandonano un trullo o una casa di interesse culturale per l’impossibilità di far fronte alle spese». Speriamo che anche gli italiani, come gli stranieri che vengono nel nostro paese, si portino appresso la guida dei siti, per dare maggiore visibilità a questi luoghi, spesso poco considerati.