Tanzania: quando la foresta si trasforma in una trappola | Non Sprecare
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Tanzania: quando la foresta si trasforma in una trappola

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Sulle montagne dell’Eastern Arc, nel cuore della Tanzania, ricoperte da foreste antiche 30 milioni di anni, è in corso una lenta e drammatica marcia funebre: decine di specie animali, in particolare anfibi, si stanno muovendo verso le vette. Una volta in cima, non avranno più altre vie di fuga da un mondo che non è più il loro; cambiamenti climatici, deforestazione e bracconaggio lo hanno alterato al punto da aver avviato questa processione verso l’alto che offre una sola via di uscita: l’estinzione. È la «trappola di sommità», come la definiscono gli scienziati che stanno studiando questo fenomeno, scattata in seguito all’innalzamento delle temperature. I primi a finirci dentro saranno gli animali che vivono da sempre sulla cima di queste montagne africane. Loro, più in alto di così, possono solo andare all’altro mondo.

Isole in mezzo alla savana
Nella foresta sul massiccio dei monti Udzungwa, di notte, si prova paura. È inutile fingere che non sia così: il fascio di luce della pila frontale inquadra un cono troppo piccolo, e la colonna sonora che arriva dal buio pesto non concede tregua. Non tanto i canti delle rane, degli uccelli o i suoni di altri animali notturni sconosciuti, che paiono mostruosi all’orecchio cittadino, ma quello che mette ansia è il rumore delle foglie o dei rami che si muovono all’improvviso, pochi metri a fianco del sentiero che si inerpica verso la vetta della montagna. È una paura ancestrale e incontrollabile. Si cammina, si arranca, in mezzo a una natura dove, di notte, si muovono anche serpenti e leopardi. Non si vede, ma si sa di essere visibili. Gli Udzungwa fanno parte della catena dell’Eastern Arc, nota come «Galápagos dell’Africa», lunga circa 900 km e composta da tredici massicci separati: parte dal Kenya e attraversa tutta la Tanzania. Il soprannome deriva dal fatto che l’Eastern Arc ripropone lo stesso concetto di arcipelago delle Galápagos: là ci sono isole separate dal mare, qui isole di foresta pluviale sulla sommità di montagne divise dalla savana. E, su ognuna di queste, che hanno un’altezza variabile dai 1.300 ai 2.700 metri, l’evoluzione di organismi un tempo simili si è via via differenziata, portando a «faune» diverse e separate su ogni singola «isola» che si alza in mezzo alla savana; zona invalicabile come fosse un mare per la maggior parte degli animali che vivono in foresta. Più si sale di quota, più si trovano specie che vivono solo qui. Questa catena montuosa, a sua volta, si inserisce nel più vasto sistema dell’Eastern Afromontane, che corre lungo la dorsale africana che va dall’Eritrea allo Zimbabwe.

L’umano si ridimensiona
Quando si trova lì sopra, l’«umano» si ridimensiona subito, forse anche perché sa di trovarsi in mezzo a foreste abitate da una delle più alte concentrazioni di specie al mondo: 7.598 piante, 490 mammiferi, 1.299 uccelli, 347 rettili, 229 anfibi e 893 pesci di acqua dolce. Per fare un confronto, solo nella zona dell’Eastern Arc, estesa 24 mila kmq, vivono 119 specie di vertebrati endemici, contro le 35 che ci sono in tutta Italia, quindi su 300 mila kmq, e le 28 specie presenti nelle Galápagos, estese poco meno di 8 mila kmq. Alle 11 di sera, a circa 1.000 metri di altitudine, si muore di caldo: ci sono ancora 30 gradi e un tasso di umidità che fa grondare tutto, la vegetazione è bagnata come se avesse appena smesso di diluviare. È la stagione delle piogge, quella giusta per studiare gli animali che si muovono in questo mondo, in particolare gli anfibi, che sono i «termometri» più sensibili ai cambiamenti climatici e dell’habitat. Sulle loro tracce, ormai da quindici anni, c’è Michele Menegon, ricercatore del Museo delle Scienze di Trento che, in collaborazione con le comunità locali, conduce ricerche finalizzate anche alla conservazione del patrimonio naturale della Tanzania. Menegon, a furia di consumare scarponi da montagna in Africa, ha imparato a non avere paura della foresta. Neanche dei leopardi: «Quando inquadri il suo muso con la torcia, lui non si muove ma scuote la testa per uscire dal fascio di luce che lo infastidisce. La paura viene quando lo senti e non lo riesci a illuminare con la pila. Mi è capitato solo una volta e sono tornato sui miei passi».

Gli studi
Con le rane, che insieme ai serpenti sono gli animali più studiati da Menegon, ci sono meno problemi, a parte il fatto che bisogna muoversi solo di notte per poterle vedere, illuminate dalle torce. Di giorno le loro doti mimetiche, che sono tra le strategie adottate per salvarsi dai predatori, sono tali da renderle praticamente invisibili. I dati raccolti nell’Eastern Arc e le analisi effettuate dai ricercatori del Museo di Trento, che hanno lavorato in collaborazione con colleghi dell’Università di Dar es Salaam, della Wildlife Conservation Society, dell’Università di Basilea e del Museo di Storia naturale di Londra, permetteranno a breve di poter prevedere il periodo di estinzione di alcune delle specie destinate a finire nella trappola di sommità, basandosi sulla tolleranza termica delle specie a rischio e mettendola in relazione ai modelli matematici predittivi di innalzamento della temperatura. Questa inesorabile marcia verso la fine, oltre che dai cambiamenti climatici, è forzata anche dal soccombere della foresta di fronte all’avanzare dell’uomo, che si fa largo con il disboscamento fuori controllo, la costruzione di dighe e il bracconaggio. In Africa, ogni anno, viene «mangiata» un’area di foresta di 34 mila km quadrati, una superficie doppia di quella del Veneto.

I pigmei
Lungo la catena dell’Eastern Afromontane l’ultima tribù rimasta a vivere nella foresta è quella dei Pigmei Batwa, che si trova all’interno di alcune aree tra Ruanda e Congo orientale: sono gli unici a conservare la natura che li circonda. Il resto della popolazione non ha un rapporto tradizionale con la foresta, che viene vista soprattutto come risorsa da sfruttare, spinta non poco in questa concezione dalla ingombrante presenza di società occidentali. E questa popolazione continua a crescere: negli ultimi anni, in seguito alla diminuzione delle piogge, è in corso una intensa migrazione dalle regioni più aride alle zone a ridosso delle foreste, dove la quantità di precipitazioni resta più elevata e in parte prevedibile, requisiti fondamentali per chi coltiva la terra senza irrigazione artificiale. Gli «umani», che evidentemente non si ridimensionano abbastanza, premono dal basso e, sulle pendici dell’Eastern Arc, procede la marcia verso la fine. In attesa di conoscere la data esatta del funerale.

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