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“Stressati e felici”, gli italiani e la crisi

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da oltre 10 mesi che la crisi e’ stata “ufficialmente” dichiarata. A livello globale, ma anche da noi. E fa sentire i suoi effetti. Nei comportamenti privati, nelle aspettative sociali. Ma anzitutto nella condizione sociale e di vita degli italiani. L’indagine condotta da Demos-Coop nelle settimane scorse ne offre numerosi segni. cresciuta notevolmente la quota di persone che ha familiari disoccupati oppure in cassa integrazione. Si e’ allargata anche la componente di famiglie che lamentano la perdita di valore del proprio risparmio. Oppure il ricorso al sostegno finanziario di parenti e amici. Necessario per tirare avanti. Anche le previsioni sui tempi della crisi non sono rassicuranti. Quasi il 60% degli italiani (intervistati) ritiene che durera’ ancora a lungo. Almeno un anno. Eppure, nonostante la crisi, il clima d’opinione non sembra essersi deteriorato.

LE TABELLE DEL SONDAGGIO

L’atteggiamento sociale verso il futuro, al contrario, negli ultimi mesi appare migliorato. Comunque: meno negativo. Verso le prospettive dell’economia nazionale, familiare. Personale. Anche il calo dei consumi denunciato dagli italiani, nei mesi scorsi, sembra essersi arrestato. Come si spiega questo contrasto apparente fra le condizioni e le percezioni? Perche’ la crisi, contrariamente alla paura del premier, non fa paura? Non ci soffermiamo, in questa sede, sulle ragioni sociali, legate allo specifico “modello italiano”.

I cui limiti, spesso deprecati, in fasi critiche come questa, si traducono in risorse. Il ruolo eccedente delle famiglie e delle reti comunitarie, la sovrabbondanza di piccole e piccolissime imprese, il peso del risparmio privato. Agiscono da ammortizzatori sociali. Sistemi di protezione, che assorbono, frammentano e rendono meno pesante l’impatto della recessione. Economica e finanziaria. Tuttavia, vi sono altre ragioni, altri meccanismi che contribuiscono a limitare il peso della crisi. Il primo, piu’ importante, e’ la capacita’ di adattamento. La fatidica – per alcuni famigerata – “arte di arrangiarsi”, di cui gli italiani stessi si dicono orgogliosi – e si dichiarano maestri. Si trasferisce anche negli atteggiamenti verso gli altri. Verso il mondo. Verso se stessi. D’altronde, per anni la crisi e’ stata agitata ora come una minaccia, ora come una catastrofe imminente. Cosi’, quando e’ arrivata, molti si sono chiesti: e allora? C’eravamo gia’ abituati. E poi la convinzione che “ce la faremo”, come ce l’abbiamo fatta in passato. In mezzo a una pluralita’ di emergenze.

Per questo, come mostra l’indagine di Demos-Coop, gli italiani alternano stati d’animo non sempre coerenti. Anzi, talora in opposizione stridente. Si dicono preoccupati, ansiosi e stressati. Ma anche – in misura minore – felici e soddisfatti. In non pochi casi (circa il 13% della popolazione) felici e stressati al tempo stesso. Gli italiani, semmai, hanno modificato i loro stili di vita e i loro comportamenti. Li hanno adeguati al segno dei tempi. Sono divenuti ulteriormente prudenti e casalinghi. Sette su dieci: hanno accentuato l’attenzione sui consumi domestici (luce, acqua, gas). Quattro su dieci: passano piu’ tempo a casa. E, dunque, da soli, davanti alla tivu’. Oppure con gli amici. Invece, fanno meno l’amore (o, almeno, e’ cio’ che dichiarano a un estraneo che li intervista, in modo indiscreto, nel corso di un sondaggio). Hanno ripiegato su modelli di vita piu’ parsimoniosi e modesti. In questo modo hanno ammorbidito l’impatto psicologico della crisi. Che li spaventa meno. Questa regola, ovviamente, non vale per tutti. O meglio: tutti cercano di adattarsi. Ma con esiti diversi. Dipende da alcune condizioni specifiche. Tre di esse, in particolare, distinguono le persone piu’ infelici e stressate.

Il primo “distintivo” e’ la posizione sul mercato del lavoro. Lo esibiscono le figure marginali e precarie. Gli esclusi. I disoccupati, i cassintegrati e i loro familiari. Il loro grado di insoddisfazione e’ molto piu’ elevato della media. Sono naturalmente poco felici. E anzi spesso infelici. Preoccupati. Ansiosi. Come potrebbe avvenire diversamente?

Il secondo “distintivo” e’ definito dai “consumi”. Consumare meno e soprattutto “peggio” aumenta il grado di frustrazione e di infelicita’. E cio’ non riguarda necessariamente – e solamente – le persone in condizioni economiche e sociali piu’ difficili. D’altronde, l’abbiamo sottolineato altre volte, i consumi – usati in modo selettivo – fungono da placebo. Aiutano ad “abbassare” l’ansia. A gratificarsi, soprattutto nei momenti difficili. In mezzo alla crisi.

Il terzo distintivo dell’infelicita’ e’ squisitamente “politico”. Caratterizza, prevalentemente, le persone che si collocano apertamente a sinistra. Ma anche quelli che rifiutano le differenze. Quelli che “destra e sinistra, oggi, uguali sono”. Caso specifico ed estremo: gli elettori dell’IdV di Antonio Di Pietro. Sono i piu’ stressati, i piu’ depressi. I piu’ infelici di tutti. Li angoscia una crisi diversa da quella che affligge l’economia globale e nazionale. Una crisi che essi ritengono piu’ grave, Riguarda la politica. La loro infelicita’ dipende dallo stato dello Stato. E delle istituzioni. Dipende dalla presenza di Berlusconi alla guida del governo. E dell’Italia. (Non a caso esprimono il massimo livello di sfiducia verso il premier). Dipende, inoltre, dall’insofferenza per la leadership politica di centrosinistra: opposizione inefficace. E per la debolezza etica di una parte della societa’. Specchio del governo e del suo leader. Sono infelici perche’ alla crisi economica – fino a quando esplodera’ in modo davvero violento – si possono adattare. Magari con fatica e sacrificio. A Berlusconi no. Da cio’ l’insofferenza. E molta sofferenza.