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Il futuro? Una rete piena di energia

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Il petrolio sta finendo, il clima sta peggiorando e anche l’Occidente non si sente molto bene. Jeremy Rifkin non è WoodyAllen ma il richiamo alla geniale battuta è inevitabile. «Siamo una civiltà fondata sul paradosso: abbiamo costruito il nostro futuro sulla riesumazione dei depositi del Carbonifero. Petrolio, carbone e gas sono regali del passato, con il primo che costa sempre più ma di cui ne abbiamo sempre meno. Se aggiungiamo i cambiamenti climatici provocati dalle emissioni prodotte dalla combustione di queste sostanze il quadro è completo. E un futuro che sa molto di suicidio».

Questa non è una battuta allegra
«Torniamo ai paradossi. Questa crisi economica è devastante, non v’è dubbio. Ma volendo vedere il bicchiere mezzo pieno contiene un aspetto positivo che andrebbe valorizzato. Perché sta facendo capire a tutti, anche ai più cocciuti, che se non cambiamo strada finiamo nel burrone».

Non le sembra di esagerare?
«Sul burrone non ho dubbi: è l’esito inevitabile di questa impostazione politica ed economica basata sullo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse. Per quanto riguarda la crisi ho il sospetto che per cambiare direzione dobbiamo prima sbattere il naso. E triste ma è così».

E dove dovremmo andare? È da anni, anzi decenni che stiamo parlando della necessità di cambiare strada ma finora i risultati sono stati deludenti.
«Questa volta potrebbe essere diverso», dice Rifkin, venuto a Roma a presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale (Mondadori) dove traccia uno scenario possibile, o almeno auspicabile, per un futuro energetico completamente sostenibile.

«Oggi siamo agli inizi di un possibile cambiamento, una svolta epocale di quelle che capitano poche volte nella storia. Il punto è che dipende da noi decidere se vogliamo coglierla e realizzarla o continuare come adesso: sfruttando il passato anziché costruire il futuro».

Tradotto cosa significa?
«Le grandi trasformazioni economiche della storia avvengono sempre quando una nuova tecnologia di comunicazione incontra un nuovo sistema energetico. La convergenza fra le tecnologie a vapore e i metodi di stampa ha trasformato un mezzo di comunicazione nel principale strumento di gestione della prima rivoluzione industriale. Le macchine da stampa azionate a vapore, poi le rotative e le linotype hanno aumentato la velocità di stampa e ridotto i costi. Libri, riviste, quotidiani hanno aperto la strada, per la prima volta nella storia, all’alfabetizzazione di massa. Sarebbe stato impossibile gestire la prima rivoluzione industriale attraverso la scrittura mano e i codici miniati».

E la seconda?
«Ai primi del Novecento, il convergere della comunicazione elettrica col petrolio e il motore a scoppio ha spianato la strada alla seconda rivoluzione industriale. Gli strumenti della prima comunicazione elettrica parlo del telegrafo e del telefono, sono diventati i meccanismi per gestire, organizzare e portare sul mercato la seconda rivoluzione industriale».

E adesso?
«Oggi abbiamo la possibilità di unire due tecnologie straordinarie: Internet e le energie rinnovabili. Sa cosa hanno in comune queste tecnologie? Che sono diffuse. Sono dappertutto».

Per Internet è chiaro, per le rinnovabili un po’ meno.
«Alla fine di questo secolo centinaia di milioni di esseri umani trasformeranno i propri edifici in piccole centrali elettriche capaci di raccogliere le energie rinnovabili: pannelli solari ma non solo».

Che c’entra col concetto di diffusione?
«C’entra. Perché anziché utilizzare l’energia prodotta solo per le proprie necessità, i singoli cittadini la metteranno a disposizione degli altri. Ci saranno reti intelligenti in grado di distribuire l’energia ovunque ce ne sarà bisogno. E qui che entra in ballo la tecnologia diffusa di Internet: una gigantesca rete che invece di bit distribuirà elettroni. Ma non basta».

Che altro?
«Le energie rinnovabili, come è noto, non sono costanti ma variabili. Bisogna trovare sistemi efficienti per immagazzinare l’energia in eccesso da rilasciare quando non c’è il sole o non soffia il vento. Al momento la strada più convincente è quella dell’idrogeno. In pratica, si utilizza energia per produrre idrogeno e, quando serve, si sfrutta l’idrogeno per produrre energia. Col vantaggio che, a differenza del petrolio, l’idrogeno è un elemento naturale che non inquina».

Detto così sembra semplice. Quanto ci vorrà per completare questa Terza rivoluzione?
«Una ventina d’anni da quando si parte. Ma con un vantaggio: che costruire la Terza rivoluzione aiuterebbe a uscire dalla crisi economica».

In che senso?
«Per realizzare il cambiamento bisogna trasformare le case in piccole centrali elettriche rinnovabili, montare pannelli solari, costruire impianti eolici, sfruttare le biomasse. E questo vuol dire nuovi posti di lavoro. Con un vantaggio».

Quale?
«La ricetta, quando sei in crisi, è sempre la solita: tagli, tagli, tagli. E un errore: perché su usi solo le forbici, finisce che ti tagli anche le gambe per camminare. Assieme ai tagli devi investire. E per farlo hai bisogno di un progetto convincente, un piano su cui tutti si sentano pronti a investire anche in tempo di crisi».

Chi si sta muovendo più rapidamente in questa direzione?
«Sicuramente la Germania, che è il Paese che più di tutti crede nelle rinnovabili. Ma direi l’Europa nel suo insieme: l’Unione Europea Ue è stata la prima a imporre il 20 per cento di rinnovabili entro il 2020. Questo vuol dire avere una visione del futuro. Il vostro problema piuttosto è un altro: vi manca una narrazione convincente».

Anche lei come Vendola
«Gli americani sono stati sempre dei grandi narratori. Pensi ai discorsi di Kennedy, a quelli di Martin Luther King. E il “grande sogno” americano è stato una formidabile modo per comunicare un concetto e un progetto a milioni di persone. Quello vi manca è una capacità narrativa di quel tipo: avete tante parole, tanti concetti ma non riuscite a tradurli in un racconto unico».

Obama è un bravo narratore?
«In campagna elettorale è stato formidabile: era l’uomo di Internet, del Black-berry, della Green-economy. Ora si è perso nel linguaggio frammentato e noioso della politica quotidiana: elenca una serie di problemi ma non indica una convincente via d’uscita. Non è più un narratore. Ed è un peccato, perché la Terza rivoluzione industriale è un bellissimo racconto. Una volta che l’hai ascoltato non pensi ad altro». 

Intervista di Luca Landò a Jeremy Rifkin