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Cinquemila cause pronte per mettere ko il glifosato. Non aspettiamo i tribunali per fermare l’erbicida tossico

In America Dewayne Johnson, giardiniere, ha ottenuto un risarcimento di 289 milioni di dollari per un cancro alla pelle. Potrebbe essere il primo di una lunga serie. Ma intanto si continuano a vendere 750 prodotti con glifosato destinati all'agricoltura e al giardinaggio

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DIVIETO USO GLIFOSATO IN ITALIA

Potrebbe essere solo la prima di cinquemila sentenze sfavorevoli. Il tribunale di San Francisco, che ha condannato la multinazionale Monsanto a risarcire con 289 milioni di dollari Dewayne Johnson, malato di cancro alla pelle, vittima del glifosato contenuto nel disserbante Roundup, apre una voragine per il gruppo (controllato dalla Bayer) e potrebbe mettere finalmente fuori gioco una delle sostanze più tossiche in commercio per l’agricoltura e per la coltivazione di orti e giardini. Dopo Johnson altre cinquemila persone potrebbero essere risarcite, e una valanga di cause rischia di travologere la Monsanto.
Ma intanto i 750 prodotti destinati al giardinaggio domestico e all’agricoltura a base di glifosato, continuano a essere veduti in tutto il mondo, e anche in Italia. E mentre la politica imbelle continua a prendere ordini dalla Monsanto, ci pensano i giudici a mettere ko la multinazionale degli erbicidi. Il Parlamento europero, ricordiamolo, già da qualche anno ha messo fuori legge la vendita del glifosato, ma queste norme entreranno in vigore soltanto nel 2022, giusto il tempo per consentire alla Monsanto di prendere le sue contromisure e di farla franca nuovamente. Toppo tardi il 2022, bisogna muoversi prima.

Al momento, il glifosato continua a essere molto venduto in Europa (1 milione di tonnellate l’anno, e ben 10mila in Italia) nonostante una letteratura vastissima, oltre 90mila documenti, che ne sottolinea rischi e pericoli per la salute. Di tutti. E nonostante un’affermazione perentoria da parte dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) che risale al 2015, in base alla quale il glifosato viene definito «probabilmente cancerogeno».

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divieto uso glifosato

STOP USO GLIFOSATO IN ITALIA

Intanto, di fronte alle solite meline dell’Europa imbelle, lenta e impotente, i singoli Paesi hanno già preso dei provvedimenti contro il glifosato. L’Italia è ancora ferma alle enunciazioni di principio ed a parziali limitazioni dell’uso di questo micidiale pesticida, mentre la Francia, un paese dove l’agricoltura è strategica e non solo sul piano economico e dove le stesse lobby agricole sono molto forti, ha invece rotto gli indugi. E ha annunciato che, a prescindere dalla decisione in sede europea, il glifosato sarà completamente eliminato nel paese entro la fine del mandato presidenziale di Emmanuel Macron.

COS’É IL GLIFOSATO

Si tratta di uno degli erbicidi più utilizzati al mondo in agricoltura, e non solo. Sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, inizia ad essere commercializzato come diserbante nel corso degli anni settanta dalla Monsanto. Inizialmente impiegato per eliminare le erbe infestanti prima della semina: con la comparsa delle piante geneticamente modificate e quindi resistenti al glifosato, il diserbante ha cominciato ad essere utilizzato anche dopo la semina.

A COSA SERVE IL GLIFOSATO

A che cosa serve l’erbicida? A ripulire campi, parchi, frutteti, strade e boschi, dalle erbe infestanti. Ma anche per fare seccare i cereali prima del raccolto e raccogliere le spighe più in fretta. Il glifosato funziona perché blocca un enzima presente solo nelle piante, e quindi ha una sua efficacia.

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UTILIZZO GLIFOSATO IN ITALIA

Nel nostro Paese non è possibile coltivare piante geneticamente modificate ma il glifosato viene comunque adoperato in agricoltura. Diamo atto all’ex ministro Beatrice Lorenzin di avere preso una decisione coraggiosa. La ministra Lorenzin, durante il suo mandato, con un decreto ha messo in campo alcune restrizioni, molto forti, sull’uso di questo micidiale e tossico prodotto. Primo: l’uso del glifosato è vietato “in parchi giardini, campi sportivi, aree di gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne, complessi scolastici e strutture sanitarie”. Secondo: il divieto scatta anche in agricoltura, durante il raccolto e la trebbiatura, ovvero quando i prodotti della terra sono ormai prossimi a finire nelle nostre tavole. Terzo: in Italia vengono revocate nuove autorizzazioni di prodotti fitosanitari.

RESTRIZIONI USO GLIFOSATO IN ITALIA

Quanto all’agricoltura, e in generale all’economia italiana, manca ancora la consapevolezza di un elemento decisivo per chiudere questa partita: l’Italia ha tutto l’interesse a eliminare il glifosato, e non solo per problemi di salute che comunque dovrebbero essere sempre prioritari, ma anche sulla base degli interessi delle aziende del made in Italy, agricole ed industriali. Quindi il no al glifosato è un sì all’interesse nazionale, da sistema Paese.

I vantaggi sono evidenti. Nel settore agricolo la nostra eccellenza, dove stiamo consolidando un primato europeo grazie anche a una straordinaria qualità di prodotti ed a buon livello competitivo delle aziende, è il biologico. Ovvero un’area della produzione nella quale il glifosato è già escluso. Quindi, le imprese dell’agricoltura biologica del made in Italy hanno già assorbito i costi dell’eliminazione del glifosato, e semmai saranno i nostri concorrenti stranieri a doversi misurare con questo problema.

Un secondo vantaggio economico riguarda il settore industriale. Le alternative al glifosato ci sono, ampiamente disponibili sul mercato, e rimandano spesso a innovazioni di procedimenti e di materiali sulle quali l’intera filiera del made in Italy è molto avanti. Solo un esempio: il glifosato si può eliminare con la pacciamatura che prevede la copertura con teli di plastica biodegradabile. Sulla pacciamatura i nostri agricoltori sono molto esperti, e sulle plastiche biodegradabili le imprese italiane sono all’avanguardia nel mondo, non solo in Europa. Quindi noi abbiamo tutto l’interesse a eliminare il glifosato.

divieto uso glifosato in italia

DANNI DEL GLIFOSATO

Il glifosato viene utilizzato in modo massiccio in agricoltura, ma anche dalle pubbliche amministrazioni per la pulizia dei margini stradali e dei binari ferroviari. Un motivo in più per eliminarlo e sostituirlo con sostanze meno pericolose, che l’industria italiana è già in grado di produrre e di offrire sul mercato. Al contrario, il glifosato è difeso, anche con operazioni poco trasparenti e di lobbysmo ai confini dei reati previsti dai codici penali, da grandi multinazionali, innanzitutto la Monsanto.

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RISCHI DEL GLIFOSATO

È chiaro, quindi, che in questa battaglia sono in gioco interessi forti dell’industria chimica globale e di grandi produttori agricoli che utilizzano l’erbicida. Non a caso, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), con sede in Italia, a Parma, ha sempre preso le distanze dalle ricerche e dagli allarmi lanciati dall’Oms sui rischi cancerogeni del glifosato. E come lo ha fatto? Nel modo meno limpido possibile, con una generica affermazione in base alla quale all’Autorità per la sicurezza alimentare «non risultano provati con certezza gli effetti cancerogeni del glifosato». Forse per la «certezza» vogliamo aspettare una contabilità di morti?

Comunque non bisogna essere catastrofisti per vincere questa battaglia. Purtroppo, per essere onesti, bisogna riconoscere che l’agricoltura in generale ha fatto grandi progressi nel mondo occidentale, anche e proprio grazie agli agenti chimici. Ma oggi siamo in condizione di voltare pagina. E sappiamo i danni del glifosato, a partire dal rischio di alcuni, specifici tumori, ormai accertato da una vasta letteratura scientifica. Così come sono sicuri e documentati i danni ambientali ed economici dell’erbicida: uccide insetti e uccelli, quindi mette in pericolo la stessa biodiversità.

Infine, concentrare tutta la battaglia su un sì o un no al glifosato è un altro errore. L’agricoltura di oggi, nel nostro continente, è in gran parte non sostenibile: insetticidi velenosissimi, liquami tossici, un uso smodato di antibiotici, per esempio, nella produzione della carne. Quanto basta per essere preoccupati, senza lanciare continui allarmi. E quanto basta per lavorare intensamente, il più intensamente possibile, nella ricerca di valide alternative. Innanzitutto aiutando, in modo concreto, gli agricoltori e le imprese industriali della filiera agroalimentare ad imboccare la strada della sostenibilità. Anche nel loro interesse.

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