Danni del rumore | Non sprecare
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Civiltà sonora, l’abbiamo sostituita con l’inciviltà sonora. Dal clacson ai video guardati a tutto volume. Fino alla musica in cuffia, a un’intensità assordante

A New York se suoni il clacson a vanvera, paghi una multa di 350 dollari. In Italia si contano sulla punta delle dita le discoteche dove non si spaccano i timpani dei ragazzi. Con canzoni a decibel insostenibili. Tra l’altro non consentiti dalla legge

DANNI DEL RUMORE

Quando parliamo di civiltà sonora, dovremmo iniziare rovesciando il significato del titolo. Siamo in una fase di crescente inciviltà sonora. Più o meno ovunque, a partire dalle nostre città, e in generale dai luoghi della vita di comunità, passando per i locali pubblici (da un bar a una discoteca), i negozi (quando si comprano un paio di scarpe da ginnastica, in qualche caso bisogna tapparsi le orecchie per la musica a tutto volume), fino alle nostre case.

Inutile dire che l’inciviltà sonora somma parecchi danni. È uno spreco assoluto, di beni primari e immateriali, come la salute, in questo caso l’udito, e come il piacere di una conversazione, di un dialogo, di una passeggiata urbana senza restare sommersi dai clacson, per esempio. Già, i clacson. A New York hanno adottato la linea dura, durissima. Se ti permetti, da automobilista o da motociclista, di suonare il clacson senza un motivo giustificato (devi segnalare un’emergenza, o stai correndo in un ospedale con un ferito a bordo), hai ottime probabilità di pagare una multa non proprio light. La bellezza di 350 dollari in contanti. In Italia, e che ce lo raccontiamo a fare …, il clacson viene usato, con frequenza, come una clava. E di solito si abbina a qualche urlo ed a qualche insulto, a un povero diavolo che ha avuto la pessima idea di attraversare la strada sulle strisce pedonali.

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INCIVILTÀ SONORA

Ma dove si annida la crescita tumultuosa dell’inciviltà sonora? Sempre nello stesso posto, il più insidioso. Nel boom della tecnologia, delle nostre protesi elettroniche, e nel modo, anche dissennato in termini di rumori causati a noi stessi e agli altri, con il quale usiamo questi meravigliosi apparecchi.

Un italiano su dieci ha problemi di udito (fonte autorevolissima, Eurotrack), e l’emergenza sanitaria si gonfia mano a mano che l’età scende: un giovane su quattro, tra i 15 e i 24 anni, non sente più bene ed è entrato nel girone infernale delle persone, uomini e donne, a rischio sordità. L’inquinamento acustico, di questo si tratta, prodotto da smartphone, cellulari, MP3, tablet, e potremmo andare avanti con una lunga lista di oggetti, è veramente un serpente. Striscia dappertutto. Si passa dal maleducato che parla ad alta voce, in treno o in un qualsiasi luogo pubblico, al cafone che per vedere il suo filmino su Instagram o su Youtube, si dimentica che di solito nella vita esistono anche gli altri. E non tutti siamo interessati al filmino del cafone o alle sue performance su Instagram.

Poi c’è l’effetto rumore personale e autolesionista, dovuto alla segnaletica della civiltà sonora high-tech. La sveglia del telefonino (e qui le variabili musicali sono infinite), l’avviso di un sms a volume alto, il tormentone del WhatsApp vocale, le ultime notizie, generalmente catastrofiche, direttamente sbattute in prima pagina, del cellulare in quanto, come sapete, la carta stampata è in fase di presunta archiviazione.

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Un altro anello di questa catena degli orrori rumorosi, con annesso spreco della salute, si può fotografare da una fonte-Cassazione in materia di scienza, medicina e stili di vita: la Fondazione Veronesi. In un testo scritto con molta sintesi e competenza da Daniele Banfi, potete leggere statistiche impressionanti. Nell’Unione europea, quindi siamo in Italia, dieci milioni di adolescenti e di giovani, sono a rischio sordità semplicemente per il modo sciagurato con il quale usano cuffie, cuffiette e auricolari. D’altra parte, lo aggiungiamo noi, l’80 per cento dei teenager tra i 13 e i 17 anni sente la musica, qualsiasi musica, tramite iPhone e MP3: dunque non sogniamoci neanche per un secondo di migliorare la nostra sostenibilità ambientale dicendo ai ragazzi di tornare al mangiadischi, come pure qualcuno ogni tanto prova a dire. Con la testa fuori dalla realtà.

Esistono, come al solito, una valanga di divieti e di norme, per provare a scoraggiare l’inciviltà sonora della musica ascoltata a volume troppo alto, e con troppa continuità. Alcune regole sono davvero aria fritta, altre vengono puntualmente non rispettate. La partita tra la civiltà e l’inciviltà del rumore, in questo caso dei suoni, si gioca attorno alla soglia di rischio dei decibel. Se la superi, per giunta in continuazione, ti fai male. Semplice, no? Esiste perfino una legge non scritta, ma perfetta sul piano scientifico, la legge del 60. La musica, e non stiamo parlando di balere e discoteche, si può ascoltare a un’intensità di volume non superiore ai 60 decibel, e per non più di 60 minuti al giorno. Un’ora ogni 24, che, se ci pensate, basta e avanza per godersi il piacere della musica, rock, pop, punk, classica, rap, neomelodica, e proseguite fino a dove vi pare.

Nelle discoteche, invece, prima di una formuletta da buonsenso, c’è la legge, quella che poi si traduce, o si dovrebbe tradurre, in sanzioni economiche, chiusure dei locali per un certo periodo, reati da contestare. Ma noi comunità di Non sprecare sappiamo bene che le discoteche, e lo abbiamo scritto più volte, non raramente rappresentano il moderno Far west, dove ognuno fa quello che gli pare, e purtroppo ci sono casi di tragedie per questa anarchia e per le leggi non rispettate nel grande giro della musica, danzata e ascoltata, anche a volumi folli. La legge dice che, in una discoteca, il tetto dei decibel è a quota 105, e si può arrivare, nei picchi, a 120 decibel. Ma informatevi con qualcuno dei vostri figli e dei vostri nipoti, oppure chiedete notizie alle famiglie dei ragazzi e dei giovani italiani: in quante discoteche italiane si rispettano questi tetti della civiltà sonora ridotta a inciviltà sonora? Correte il rischio di avere una lista di nomi che si possono contare sulla punta delle dita.

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E allora, che fare? Vogliamo impedire ai ragazzi, ai giovani, di divertirsi con la musica come da secoli si diverte l’uomo e come ci siamo divertiti anche noi di altre generazioni? Impossibile e stupido, anche se ogni tanto possiamo dare qualche regola in materia. Molto meglio, molto più convincente, sarebbe, magari con il contributo determinante della scuola, spiegare bene ai ragazzi i danni della musica ascoltata a volumi così abnormi, riderci sopra, ricordare che troppe persone, in passato, sono morte per il fumo solo perché non sapevano i suoi danni, collaterali al piacere di aspirare una sigaretta. Così, insieme, possiamo cercare tutti di prendere qualche sana e semplice precauzione per combattere l’inquinamento acustico in generale, e il disastro della musica a volume troppo alto, in particolare. Certo, con una premessa: che i genitori non siano ancora più scalmanati dei figli e non facciano parte di qualche tribù dell’assordante rumore metropolitano.    

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