La rivoluzione (lenta) dei cibi autentici | Non Sprecare
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La rivoluzione (lenta) dei cibi autentici

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Cosi’ l’Italia doc ha salvato i prodotti delle sue campagne Petrini di Slow Food: la biodiversita’ e’ la chiave del futuro

Agenzia di Pollenzo, interno giorno nel bar dell’omonimo albergo. un’ala dell’antico edificio sabaudo diventata cittadella cultural- enogastronomica dove l’Universita’, che compie sei anni, occupa il posto di primo piano: un progetto ambizioso, uno dei tanti, che il sessantenne Carlin Petrini da Bra, fondatore di Slow Food, ha portato a termine con successo. Qui, la dimensione e’ internazionale, al pari della rete dei presidi (per la difesa del patrimonio alimentare in via d’estinzione) e degli associati della chiocciola , italiani, europei, americani. Come Terra Madre, il movimento mondiale dei contadini, dei pescatori, dei piccoli artigiani. Come il gruppo di giovani manager della ristorazione, che, mentre conversiamo con Carlin, si fermano a salutarlo, prima di avviarsi al corso sul Barbaresco: francesi, inglesi, giapponesi. Chi l’avrebbe mai detto? Gia’, chi l’avrebbe mai detto che la filosofia del piacere, della buona tavola, si sarebbe trasformata in un’idea rivoluzionaria. Sono passati vent’anni?spiega Petrini ? e ormai Slow Food ha superato la fase della gastronomia ludica, che pure continua ad esserci. Il nostro movimento e’ stato il primo ad intercettare la potenzialita’ della politica agroalimentare, nel ruolo di soggetto attivo in grado di portare avanti tre temi forti: la sostenibilita’ ambientale, la qualita’ della vita, la giustizia sociale. Esagerato? No. Chi conosce bene il guru di Slow Food (una vita dedicata al movimento, stipendio netto mensile 3.500 euro) sa che non bara. Supportato da una schiera coesa di collaboratori, tira dritto per la sua strada. Per inciso, le battaglie hanno fatto scuola. E molti, pur fuori dalla sua orbita, oggi camminano su un binario parallelo. Prendiamo l’esaltazione della biodiversita’. All’inzio di questa avventura ? racconta ? sostenevamo l’importanza del rapporto prodotto-territorio. Ora non c’e’ comune italiano che non sia orgoglioso delle materie prime autoctone: quel tipo di fagiolo, di cipolla, di ciliegia eccetera. Sia chiaro ?aggiunge ? non mi interessa il vanto della primogenitura. Anzi. L’importante e’ che non si sviliscano i contenuti delle idee.

Il rischio, in parole povere, e’ quello dei cattivi imitatori. Per non dire delle operazioni truffaldine. Il lardo di Colonnata (uno dei primi presidi Slow Food), ad esempio, dopo essere stato salvato e recuperato, ottenendo una forte visibilita’ mediatica, e’ diventato un must, al punto da registrare una diffusione capillare nei ristoranti e nelle trattorie. In realta’, si tratta di falsi lardi di Colonnata fatti passare per veri. importante avere la massima informazione sui cibi che acquistiamo?continua Petrini ?. Non solo sulla provenienza del prodotto ma anche sul processo produttivo. Soltanto cosi’ il consumatore ha liberta’ di scelta. Determinando, in tal modo, le politiche agroalimentari . La chiocciola (simbolo del movimento) cammina per il mondo. Con successo. Per dirne una, negli Stati Uniti, regno dei fast food e degli ogm, Slow Food conta 40.000 associati. La sua filosofia, non di massa d’accordo, attacca: le micro-birrerie oggi tengono il 20 per cento del mercato Usa, i farmer market sono almeno 10.000. Segnali importanti , chiosa Carlin. Tra l’altro?aggiunge ? la cultura gastronomica italiana ha conquistato l’America. Nelle case di New York e di Chicago si consultano i ricettari italiani. In Europa? I Paesi che piu’ si distinguono per l’attenzione ai temi della biodiversita’ sono la Germania e l’Olanda dove c’e’ il piu’ alto numero di nostri associati, rispetto agli abitanti . Va da se’ che Petrini, oggi presidente internazionale di Slow Food (la sezione Italia e’ guidata da Roberto Burdese), guarda anche dentro il nostro Paese. Si batte contro l’introduzione degli ogm (purtroppo, se si sfonda da noi, la porta viene spalancata ovunque), ritiene che si debbano riconquistare i terreni al biologico e che sia doveroso bloccare la cementificazione delle aree agricole. Ma Carlin Petrini non intende restare chiuso nel piccolo recinto, parlando soltanto ai contadini, ai pescatori e ai consumatori. Guarda con interesse alla grande industria alimentare. Apprezzando le imprese (sempre piu’ numerose) che seguono strade virtuose. Non sono khomeinista ? avverte ?. Plaudo a quelle aziende che si preoccupano di ridurre le emissioni di Co2, che danno valore alla tracciabilita’ del prodotto e alla sostenibilita’. La sfida e’ planetaria?conclude ?. Sono convinto che il riscatto dalla crisi, determinata anche dall’osannata finanza che pretendeva di dettare legge senza essere scalfita dal lavoro degli umili, passera’ soprattutto dalle economie locali. Un visionario? Non credo. Davide ha battuto Golia.