Il businnes delle dighe tra profitti sicuri e dubbia utilità | Non Sprecare
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Il businnes delle dighe tra profitti sicuri e dubbia utilità

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Ripulire gli invasi delle grandi dighe italiane. Togliere dal fondale dei laghi artificiali, che sono quasi tutti montani, i depositi che si sono accumulati in mezzo secolo. Tradotto in denaro, per le grandi aziende di movimento terra si tratta di un business da un miliardo di euro che si può leggere tra le righe della manovra «salva Italia». Un po’ defilati all’interno dell’articolo 43 (quello delle «altre misure») ci sono infatti nove commi, dal numero 7 al 15 compresi, che proprio questa «grande pulizia» prescrivono. Con tutto ciò che ne consegue.

Il numero otto recita: «Ai fini del recupero delle capacità di invaso e del ripristino delle originarie condizioni di sicurezza il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con le regioni e le province autonome individua (…) le grandi dighe per le quali sia necessaria e urgente la rimozione dei sedimenti accumulatisi nei serbatoi». Si tratta di una versione aggiornata della «grande buca» di Keynes, quella che la mano pubblica dovrebbe far scavare, riempire (e remunerare) in un periodo di grande crisi economica? Forse è così, anche se quei commi richiamano alla memoria le immagini delle alluvioni di qualche settimana fa, compreso il caso della diga Rocchetta in Lunigiana sul quale la magistratura ha aperto un’inchiesta. E, in effetti, proprio alla sicurezza si richiamano le norme della manovra.

Ma la sensibilità degli enti locali e delle aziende grandi e piccole che operano nell’idroelettrico è assai elevata: l’energia elettrica prodotta con l’acqua delle dighe e delle condotte forzate vale 3 miliardi di euro l’anno di ricavi oltre a più di 200 milioni di sole concessioni. Per non parlare, poi, dei tanti posti garantiti nei consigli di amministrazione delle società di gestione. È stato calcolato che, in media, per ogni singolo lago da svuotare si tratterebbe di trasferire da qualche altra parte (ma dove?) una media tra 1 e 2 milioni di metri cubi di materiali alla volta. Pari a centomila-duecentomila carichi di un camion da dieci metri cubi. Per i maggiori bacini idroelettrici si inizia a stimare una spesa intorno a un miliardo di euro.

Chi pagherebbe gli interventi? Ovviamente le aziende concessionarie, sotto forma di costi di esercizio: Enel, Edison, A2A e tutti i produttori fino a quelli locali, dalla Val d’Aosta al Trentino e all’Alto Adige. È altrettanto ovvio, però, che si parla di costi che sarebbero scaricati sulle bollette dei consumatori.

Ma si tratterebbe di lavori veramente necessari? Secondo una prima valutazione affidata a Giuseppe Zollino (Ingegneria elettrica all’Università di Padova) non ci sono motivi di «interramento» dei laghi che la giustificano: l’analisi dei dati pubblici forniti da Terna porta a concludere che negli ultimi anni il livello di riempimento degli invasi è stato modesto, e che i laghi sono forse fin troppo grandi rispetto all’andamento storico del meteo e dei corsi d’acqua. Quanto alla sicurezza, conterebbero solo i sedimenti che si depositano a ridosso delle dighe, che sono comunque progettate e collaudate per resistere a carichi assai maggiori.

Insomma, si torna alla questione della «grande buca» di Keynes. E nasce il dubbio che quelle risorse, invece che finire alle aziende del «movimento terra» possano essere utilizzate per altri scopi: magari alla pulizia del letto dei tanti corsi d’acqua che causano eventi come le alluvioni di fine ottobre.