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Coronavirus, la guerra per il vaccino. Chi perderà? I paesi più poveri

Tutti parlano di “sfida globale”, ma il vaccino è una partita di potere tra super potenze barricate negli egoismi nazionali. Innanzitutto Stati Uniti e Cina. Con l’Europa e l’Italia nell’angolo

Più che una corsa, è una vera e propria guerra. Combattuta con tutte le armi possibili, innanzitutto il denaro, e con sullo sfondo il duello Cina-Stati Uniti che sta caratterizzando la storia del nuovo secolo. Una guerra di potere per la conquista del vaccino, alimentata dagli egoismi nazionali, mai così forti, e contraria a uno dei più importanti goal previsti dall’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo sostenibile. Il goal numero 3, che prevede Salute e benessere diffusi in tutto il pianeta.

GUERRA DEI VACCINI

L’obiettivo di arrivare, in tempi ragionevolmente brevi, a un rimedio certo contro il Covid-19, è diventato prioritario in tutto il mondo, e non solo per questioni sanitarie. In ballo c’è il destino della ripresa economica. E chi prima arriva al vaccino, prima riparte con l’intera economia. Poi ci sono gli interessi geopolitici: tagliare in prima posizione il traguardo del vaccino significa affermarsi come la prima potenza mondiale, cosa che a Donald Trump farebbe molto comodo nell’anno delle elezioni presidenziali. Al contrario, un sorpasso cinese rischierebbe di fargli perdere consensi decisivi, con una bandiera facile da sventolare da parte dei suoi avversari democratici: «Trump non ha fatto altro che predicare l’American first, ma intanto i cinesi vengono protetti dal coronavirus prima degli americani…». Così la corsa al vaccino anti Covid-19 da grande occasione per ridurre le distanze sanitarie nel mondo, per avvicinare popoli del Nord e del Sud, si sta trasformando in una guerra tra paesi ricchi a spese dei paesi poveri. Con lo spreco di una grande opportunità di cambiamento.

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GUERRA DEI VACCINI TRA CINA E STATI UNITI

Al momento, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, sono in fase di sperimentazione preclinica più di cento vaccini, mentre in fase di sperimentazione clinica il numero scende a otto. E qui le cose si complicano, in quanto di questi otto vaccini ben quattro arrivano proprio dalla Cina. E tra questi il rimedio messo a punto dalla Cansino Biologics, la prima azienda biotecnologica cinese già arrivata alla «fase 2» della sperimentazione umana, anche grazie a una stretta collaborazione con l’esercito e gli apparati militari cinesi. Un’altra azienda cinese, la Sinovac, sempre sotto la spinta dei militari, ha già annunciato che potrebbe iniziare la produzione del vaccino entro il mese di luglio.

CORSA AL VACCINO CONTRO SARS-COV-2

Dunque, Xi Jinping sta spingendo al massimo sull’acceleratore per tagliare il traguardo del vaccino in prima posizione, e con questo rilanciare l’economia a pieno regime e in anticipo rispetto a tutte le altre grandi nazioni del pianeta. Gli Stati Uniti stanno cercando di rispondere con altrettanta velocità, e Trump punta tutto sull’operazione Warp speed, velocità di curvatura. Decine di miliardi di dollari di investimenti, uso massiccio di tecnologie avanzate, massima collaborazione tra istituzioni pubbliche e private: con questi ingredienti il piano prevede di distribuire, ovviamente in America, le prime 100mila dosi di vaccino a novembre del 2020, e altre 200 milioni di dosi entro i due mesi successivi. Numeri spaventosi, che Trump sogna, nonostante gli scienziati siano molto cauti sulla tempistica dei vaccini e parlano di almeno 12-18 mesi di attesa, anche perché l’arrivo ufficiale del rimedio preventivo al Covid-19 coinciderebbe con le elezioni presidenziali. E potrebbe consentire a Trump di recuperare lo svantaggio che attualmente i sondaggi danno al presidente uscente rispetto al concorrente democratico Biden.

D’altra parte l’America ha le risorse per giocare su più tavoli in questa guerra dei vaccini. Tornando alla short list dei magnifici otto già in fase di sperimentazione clinica, esclusi i quattro che arrivano dalla Cina, due arrivano dagli Stati Uniti; uno è il risultato di una collaborazione tra la tedesca BioNTec, la statunitense Pfizer e la cinese Fosun Pharma; l’ultimo è il frutto di ricerche dell’università di Oxford con la casa farmaceutica inglese AstraZeneca. Gli americani hanno anche ipotecato, finanziando le ricerche già al primo stadio, l’eventuale scoperta di un vaccino da parte del gigante farmaceutico francese Sanofi.

La storia è emblematica per capire come andrà a finire questa guerra dei vaccini, e chi ne pagherà il conto, a partire dalle nazioni più povere. In perfetta buona fede, e forse anche per devozione rispetto ai suoi finanziatori, Paul Hudson, direttore generale della Sanofi, si è lasciato a scappare dalla bocca la verità sulla corsa al vaccino: «Quando ci arriveremo, e speriamo presto, la maggior parte dei pre-ordini andranno a favore a chi investito sulle nostre ricerche per proteggere la sua popolazione. Cioè agli Stati Uniti d’America…». Apriti cielo. È sceso il campo l’intero governo francese per protestare e il presidente Emmanuel Macron ha immediatamente scomunicato i vertici di Sanofi con queste parole: «Il vaccino è un bene pubblico, fuori dalle logiche di mercato. Servono risposte multilaterali coordinate, per renderlo disponibile a tutti e nello stesso tempo». Di fronte alla scomunica dell’Eliseo il direttore generale della Sanofi ha dovuto fare una parziale retromarcia, ma le parole di Macron, alla luce dei fatti che stiamo raccontando, sono davvero un concentrato di ipocrisia e di scarsa attendibilità.

Al contrario di quanto afferma il presidente francese, non c’è nulla più di un vaccino, nell’industria farmaceutica, che risponde alle logiche di mercato. È sempre andata in questo modo. E con il Covid-19 sarà ancora peggio in quanto le cifre da mettere sul tavolo sono enormi ed escludono dal gioco singole, piccole e medie nazioni. La seconda bugia è la «risposta multilaterale coordinata», una balla gonfiata da una falsa retorica europeista, lontanissima dalla realtà dei fatti, e ripetuta anche dai vertici della Commissione europea. Il portavoce Stefan de Keersmaecker, a proposito del rimedio preventivo contro il Covid-19 non fa altro che richiedere «solidarietà e coordinamento» a livello europeo. Due cose che non si sono viste nella fase critica della pandemia e tantomeno si vedono nella corsa al vaccino. 

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VACCINO CONTRO IL CORONAVIRUS

D’altra parte qui bisogna essere realisti. L’interno impianto della governance globale, a partire dagli organismi sovranazionali, è sotto scacco, e non è mai stato messo in discussione come in questo periodo. L’ultimo caso è proprio l’Organizzazione mondiale della Sanità, dove Trump ha deciso di fare un passo indietro, utilizzando anche un argomento convincente per l’opinione pubblica del suo paese. I 400 milioni di dollari versati ogni anno all’Oms, rispetto ai 30 pagati dai cinesi. Più di dieci volte. Ma in generale tutte le politiche multilaterali sono in crisi, mentre vanno per la maggiore gli egoismi nazionali. E ciò vale a maggior ragione per la corsa al vaccino contro il coronavirus.

Con questo livello di disimpegno da parte degli americani, e con le tensioni tra Stati Uniti e Cina sul vaccino che ricordano quelle tra americani e russi negli anni della corsa alle ricerche e alle missioni spaziali, l’Europa alle prese con una crisi economica e sociale devastante, rischia di essere l’asino in mezzo ai suoni. Una voce, isolata, nel deserto.  Si è visto bene ad aprile, quando la Commissione europea ha organizzato una conferenza globale di donatori per finanziare ricerche su un vaccino anti Covid-19 con l’impegno di renderlo poi disponibile «a tutti», come tuona Macron dall’Eliseo. Bene: a questa conferenza non si sono presentati Stati Uniti, Russia, India, Brasile, Argentina, e la Cina ha fatto solo un atto di presenza inviando il suo ambasciatore presso l’Unione europea, privo di qualsiasi potere decisionale.

CHI VINCERÀ LA GUERRA DEI VACCINI?

Tra i paesi europei chi risulta più avanti nella corsa al vaccino è il Regno Unito (ex partner dell’Unione), dove hanno sede diverse multinazionali farmaceutiche e dove il governo ha stanziato quasi 50 milioni di sterline solo per due sperimentazioni. Anche qui siamo in fase di annunci: l’AstraZeneca parla di 100 milioni di dosi pronte entro la fine del 2020, con «assoluta priorità alla distribuzione interna». Ancora una volta, prima della salute dei cittadini contano gli interessi economici e politici: arrivare a un traguardo simile, in anticipo su tutti, per il Regno Unito significherebbe dare una scossa importante all’economia, e per il premier Boris Johnson sarebbe l’occasione buona per recuperare consensi in un periodo di estrema impopolarità.

VACCINO ITALIANO PER IL CORONAVIRUS

Infine l’Italia. L’azienda Irbm di Pomezia partecipa al programma della AstraZeneca con l’università di Oxford, ma ha già firmato un accordo di prelazione con Londra: quando arriverà il vaccino, tutte le dosi iniziali (30 milioni) andranno ai cittadini britannici. Zero agli italiani. Già, perché alla fine, la guerra del vaccino anti Covid-19 va nella direzione opposta rispetto all’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo sostenibile, che al goal numero 3 prevede «Salute e benessere per tutti e per tutte le età». Un recente precedente racconta bene come finirà questo film dell’orrore degli egoismi nazionali: il conto lo pagheranno i paesi più poveri, con le loro popolazioni. Nel 2009 ci fu la cosiddetta febbre suina, e tutti i governi occidentali firmarono accordi con le case farmaceutiche per avere a disposizione il vaccino. All’epoca alla Casa Bianca c’era il democratico Barack Obama, che non rispettò l’impegno di dare il vaccino anche ai paesi poveri, concentrando la distribuzione all’interno degli Stati Uniti d’America. Conclusione: la febbre suina alla fine causò “soltanto” 18mila morti accertate. In realtà le vittime furono 575mila, concentrate in Africa e nel sudest asiatico. Dove il vaccino non è mai arrivato.

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