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Elogio della gentilezza

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“Un indicatore della salute mentale – scriveva lo psicoanalista e pediatra Donald Winnicott nel 1970 – e’ la capacita’ di un individuo di entrare in forma immaginativa e in maniera accurata, nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un’altra persona; e anche di concedere a un’altra persona di fare la stessa cosa con lui”. Si tratta di un concetto innovatore che mette l’empatia (e le sue distorsioni) al centro della vita psichica dell’individuo. Empatia, simpatia, altruismo, benevolenza, umanita’, gentilezza d’animo, indicano una vasta gamma di sentimenti che hanno a che fare con l’attenzione verso l’altro, il prendersi cura dell’altro, il sentire le emozioni e i sentimenti dell’altro.

Il saggio “Elogio della gentilezza” (Ponte Alle Grazie), scritto a quattro mani dallo psicoanalista Adam Phillips, gia primario di Psicoterapia infantile al Charing Cross Hospital di Londra, e dalla storica Barbara Taylor, focalizza l’attenzione sulla gentilezza, elaborando una visione laica, scevra da sentimentalismi, idealizzazioni o moralismi, come arte (e fatica) quotidiana di ascoltare ed accogliere la vulnerabilita’ altrui (ed anche la propria), rimandando al valore profondo dell’appartenenza reciproca. Dipendiamo gli uni dagli altri non tanto (o non solo) per la nostra sopravvivenza, quanto per il nostro essere vero e proprio, sostengono i due autori. In questa visione la gentilezza e’ molto piu’ di un fragile ponte che collega due entita’ separate, il se’ e l’altro; diviene caratteristica di un se’ sociale, relazionale, plasmato dalle mutue relazioni con l’altro.

Tutti (o quasi tutti) siamo capaci di atti di gentilezza occasionali. Ci donano una sottile ed intensa gratificazione, come un piacere proibito. Tuttavia ne siamo al contempo estremamente disturbati. Non riusciamo ad essere mai cosi’ generosi come vorremmo, ma niente ci ferisce piu’ di una gentilezza non ricevuta. “La generosita’ assorbe molti dei nostri pensieri e tuttavia la gran parte di noi e’ incapace di vivere una vita che vi si ispiri” – osservano gli autori.

Pur tuttavia la gentilezza, nella maggior parte dei casi, e’ un’opzione temporanea, delegata ad esprimersi pienamente in figure femminili (prima di tutto le madri), o in personaggi in odore di santita’. Perche’, nonostante sia contagiosa, come il riso o il pianto, si scontra con tali resistenze interiori che ne smorzano il flusso spontaneo, fino a riuscire talvolta ad annullarlo? Perche’ genera perfino sospetto, diffidenza? Come e quando abbiamo perso la fiducia nell’altro, al punto di credere che la generosita’ ci impedira’ di avere successo nella vita o che vi siano piaceri piu’ grandi della generosita’, e perche’ la maggior parte di noi pensa che in definitiva siamo tutti pazzi, cattivi e pericolosi, in competizione per qualsiasi cosa valga la pena di possedere?

Gli interrogativi si intrecciano: la gentilezza rappresenta una forma di egoismo mascherato o una fragile barriera protettiva contro l’aggressivita’ altrui (saro’ gentile con te cosi’ tu non potrai farmi del male), o una virtu’ dei deboli? Le forme quasi automatiche in cui rispondiamo alle emozioni dell’altro, in particolare alla sofferenza, come la mimesi (osserviamo l’espressione di un altro e la imitiamo) o l’associazione diretta (i segnali della situazione della vittima attivano nello spettatore ricordi di esperienze simili che egli ha vissuto in passato, suscitando in lui emozioni corrispondenti), fanno pensare ad una base biologica dell’empatia che e’ passata al vaglio della selezione naturale, diventando parte integrante della natura umana. Nella sua forma piu’ matura l’empatia e’ capacita’ immaginativa, rappresentazione mentale dell’altro, cui corrisponde un notevole impegno cognitivo. Al contrario, l’egoismo puo’ essere interpretato come una mancanza di immaginazione cosi’ grave da costituire una minaccia non tanto per la nostra felicita’ quanto per la nostra salute mentale.

Se esistono dunque tante prove a sostegno che la vita vissuta nell’istintiva identificazione simpatetica con gli altri sia la vita che siamo piu’ inclini a vivere, dove nascono le contraddizioni e i paradossi della gentilezza? I due autori approdano ad una spiegazione : “I gesti gentili dimostrano in maniera lampante che siamo animali vulnerabili e dipendenti, la cui risorsa migliore risiede in quello che possiamo essere gli uni per gli altri. La capacita’ o l’istinto della generosita’ possono essere attivamente e incosciamente sabotati da quella parte di noi che teme l’intimita’ e peraltro la alimenta”.

Come aveva intuito Rousseau, la storia della gentilezza d’animo cammina di pari passo alla storia dell’infanzia dell’individuo, di un “se'” che si costituisce e si organizza nel contesto dei legami di attaccamento con le figure significative, che porta a sviluppare una amorevolezza che includa l’ambivalenza che caratterizza le relazioni umane. “La generosita’ reale non e’ un trucchetto magico, un incantesimo che fa sparire ogni impulso di odio e aggressivita’ a tutto vantaggio di una dedizione spassionata agli altri – concludono gli autori. E ancora: “La generosita’ e’ un aprirsi agli altri, che, per dirla con Rousseau, ci espande, e cosi’ gratifica la nostra natura profondamente sociale”.