Avete presente la giornata di un barista? Inizia all’alba e può terminare anche in nottata, per uno stipendio basso e non arrotondato dagli straordinari. Per lui, quei modesti 10 centesimi che a voi non costano nulla per arrotondare il prezzo di un caffè, possono fare la differenza e aiutare gli altri. E se la mancia arrivasse da tutti i clienti del bar, la vita professionale di quel cameriere potrebbe essere un’altra.
La mancia, per il galateo, si lascia al ristorante, ai pochissimi facchini che ancora si intravedono nelle stazioni ferroviarie, al tassista dopo un lungo percorso, a una badante, una baby sitter, una colf, che hanno fatto una prestazione occasionale. La mancia è un dovere etico, e come tale va considerato.
La mancia ha un’origine francese, e risale al periodo nel quale le grandi famiglie aristocratiche si concedevano il lusso di avere tanto personale di servizio senza pagare nessuno. Al massimo veniva riconosciuto vitto e alloggio, cioè la sopravvivenza. L’unica aggiunta era il regalo di un vestito all’anno, destinato però rapidamente a usurarsi. A quel punto il padrone elargiva al suo servo una “mancia” per consentirgli l’acquisto di una manche, una manica, del tutto nuova.
L’unica attenuante che potrebbe indurre a non dare la mancia è il pessimo comportamento del nostro interlocutore. Un tassista scorretto che, per esempio, trucca i numeri del tassametro o non lo accende proprio, non ha diritto alla mancia. Un cameriere maleducato, poco gentile, che quasi non gradisce la nostra presenza al ristorante, non merita di essere gratificato con un extra rispetto ai numeri del conto. Quando siamo ospiti di familiari e amici, in case dove esiste del personale di servizio, non possiamo uscirne senza un piccolo regalo a chi ha rassettato la camera, cucinato, pulito il nostro bagno. Se tutto ciò non è stato fatto, intenzionalmente, allora anche in questo caso potete rinunciare alla mancia.
Purtroppo la regola ferrea della mancia da dare sempre e comunque non è riconosciuta dalla maggioranza degli italiani. E solo uno su tre considera “doveroso” questo gesto. Speriamo che qualcuno di loro legga il contenuto di questo articolo e provi a riflettere sul contenuto e sul suo no così reiterato. Piuttosto si può discutere sul quantum.
Non c’è bisogno di fare come gli americani, e stare con la calcolatrice in testa per fissare una percentuale destinata alla mancia. La scelta deve essere libera e condivisa. Se per esempio siete a ristorante, e pagate il conto alla romana, dividendo per teste, allora è bene che già al momento di fare la divisione e fissare le quote, chi fa questi calcoli tenga presente anche una cifra destinata, complessivamente, e pro-quota, alla mancia per il cameriere.
Se non esiste una percentuale fissa, un criterio universale sulla cifra, è anche vero che non possiamo diventare micragnosi e taccagni proprio al momento della mancia. Dare troppo poco, cifre irrisorie, è un gesto di disprezzo: a quel punto il niente è preferibile. A volte assistiamo a delle mance a ristorante, appena qualche spicciolo per conti che superano i 100 euro, che dovrebbero fare vergogna a chi osa proporle ai camerieri. Così come gli italiani, quando vanno all’estero, sono tra i clienti più gettonati per la spesa dei loro extra, in albergo come al ristorante, ma diventano taccagni, come se i soldi fossero improvvisamente finiti, al momento di lasciare una mancia. Questo è un modo di viaggiare almeno inelegante, se non proprio cafone.
Infine, per farvi capire quanto sia importante nell’intero sistema turistico-alberghiero, dall’industria della ristorazione ai bar e ai ristoranti, la quota della mancia, tenete presente che nelle scuole alberghiere svizzere, le migliori del mondo, c’è uno specifico insegnamento su questa materia. Serve a capire come comportarsi, dal lato del lavoratore o del datore di lavoro per ricevere una lauta mancia (anche in Svizzera nessuno si sogna di scansarla), e anche a come poi va divisa tra le diverse figure professionali senza creare inutili rivalità.
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