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Quando il gioco si trasforma in ludopatia

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C’era una volta il flipper, con le sue lucine intermittenti, la grafica sgargiante e quel rumore inconfondibile della sfera che andava a destra e sinistra insieme alle spinte di chi giocava. Per non parlare del calcio balilla, calcetto o biliardino che è quasi in via di estinzione nei bar e che ha rubato qualche lira e qualche scommessa a intere generazioni. Con un po’ di malinconia, l’abilità è stata gradualmente soppiantata dal gioco d’azzardo, regolamentato dallo Stato e quindi legalizzato. Basta andare in giro per le città e il refrain è sempre lo stesso: crescono come funghi i locali, i bar,le sale giochi, le tabaccherie, i mini casinò nei centri commerciali che in linea con i tempi, si sono dotati di slot machine e videopoker. Per non parlare di Black Jack – è uno dei giochi più diffusi nei casinò online -, tornei universitari di poker, roulette, poker online e chi più ne ha, ne metta. E come sempre (perché tutti i mali non vengono da soli) si va dalla padella alla brace con la crisi economica in corso, che alimenta la speranza del riscatto sociale attraverso l’utopia della vincita al gioco.

MANIA – «La mania del gioco ha mille sfumature ed è un fenomeno che negli ultimi dieci/quindici anni è cresciuto in modo esponenziale – dice Achille Saletti, presidente dell’associazione Saman che opera nel settore della prevenzione delle dipendenze e della ludopatia – con un incremento di business sbalorditivo per le casse dello Stato. Stiamo parlando di un esercito di potenziali malati di gioco che va da 900 mila a quasi 2 milioni di italiani». Il gioco d’azzardo è la quinta industria in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim. Basti pensare che l’Italia ha primato mondiale con oltre 500 euro a persona. «Le entrate derivanti dai giochi si stimano intorno al 7,1 % (pari a 7,2 mld di euro) – dice Roberto Zerbetto, presidente di Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio) e direttore scientifico di Orthos, l’associazione che ha come scopo principale lo studio e la ricerca applicata alla dipendenza dal gioco d’azzardo – e il mercato italiano rappresenta il 9% di quello mondiale. Di fatto alcune regioni come la Sicilia, la Campania, la Sardegna e l’Abruzzo, investono nel gioco il 6,5% del reddito e in Italia sono coinvolti in questo meccanismo i più deboli».

CITTADELLE PER IL GIOCO – Quel che è cambiato nel tessuto sociale del Paese sono le occasioni per poter giocare: agli inizi degli anni Novanta c’erano in larga scala solo il totocalcio, il lotto e le scommesse ippiche. Oggi, stando allo studio Gioco e giovani del Rapporto 2009, effettuato dalla società Nomisma di Bologna, che si occupa di ricerche economiche di settore, le possibilità di gioco legale sono aumentate e si è passati dalle tre occasioni di gioco dei primi anni Novanta alle 15 attuali, con l’invasione di lotterie istantanee, sale bingo, slot machine (300mila), sale scommesse (1.500), scommesse online con carte prepagate, mini casinò nei centri commerciali come Playcity – che vengono definiti family entertainment center -, aperti 365 giorni l’anno e concepiti come delle cittadelle per il gioco alla portata di tutti.

LA FORTUNA E I QUARTIERI A RISCHIO – «A dispetto della crisi economica, nel 2009 il settore dei giochi pubblici ha raccolto 54,4 miliardi di euro, una cifra pari al 3% del Pil italiano – spiega Silvia Zucconi, responsabile Osservatorio Gioco & Giovani, Nomisma di Bologna – e nel 2010 le previsioni sono intorno al +10% nel primo semestre. L’esplosione di questo mercato è legata a tanti fattori, primi fra tutti liberalizzazione del mercato e ampliamento di modalità di gioco che hanno portato al settore nuovi operatori e innovazione». E mentre proliferano le slot machine nei bar sotto casa, cresce la voglia di tentare la fortuna, specialmente nei quartieri a rischio. «Sono sempre di più le persone allettate dalla vincita facile – dice Franca Caffa responsabile del Comitato Molise Calvairate (nato spontaneamente nel 1979 in uno dei quartieri più degradati di Milano noto per i grandi casermoni Aler che raccolgono circa tremila appartamenti) e promotrice del progetto Cortile per il recupero di 175 famiglie colpite dalla ludopatia – basta fare un giro per i numerosi bar e le sale da gioco. Ci sono famiglie che cadono in disgrazia sotto i nostri occhi perché dilapidano lo stipendio alle macchinette. Così, per risolvere una situazione critica, abbiamo coadiuvato insieme alla Ceas (Centro Ambrosiano di solidarietà che si occupa di disagio) e al Comune di Milano un intervento porta a porta per sensibilizzare e riconoscere la gravità del problema. Ci siamo accorti che la maggior parte delle persone sono affette da solitudine relazionale, disagio psichico e che molti di loro erano anziani soli, ma anche giovani disoccupati, occupati, che trascorrevano gran parte della loro giornata davanti alle slot machine».  

«VIETATE LE MACCHINETTE» – Ed è proprio in un quartiere periferico come quello milanese, paragonabile ad altre realtà italiane complementari che germogliano fiori nel cemento. Si tratta di due bar limitrofi che si fanno concorrenza tutti i giorni, ma che hanno deciso di andare controcorrente per sensibilizzare gli altri locali. «Noi abbiamo scelto di non mettere le macchinette – spiega Cristina, del Café Le Bon Ton – perché qui si viene solo per mangiare e bere caffè. Sappiamo com’è questa realtà: non vogliamo persone attaccate tutto il giorno alla macchinetta che sprecano soldi inutilmente».

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