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La mia guerra agli elettrodomestici

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di ILDEFONSO FALCONES

Da trent’anni sono avvocato e, soprattutto, da altrettanti esercito la professione in tribunale. In quanto tale, mi hanno sempre sorpreso quei film, di solito americani, in cui un avvocato si dedica solo ed esclusivamente a un caso, un unico contenzioso, che per di più gli fa guadagnare cifre considerevoli e un prestigio incommensurabile. Non ho mai potuto occuparmi di una sola causa, e men che meno vivere di quella; gli impegni si accumulano e s’incalzano senza nessuna pietà e nessuna considerazione nei miei riguardi. Lo dico a proposito, perché quando scrivo mi succede qualcosa di simile: vedo film — probabilmente gli stessi che vedono le persone che si stupiscono del posto in cui scrivo— nei quali lo scrittore vive in un ambiente idilliaco, dove può lavorare con calma e tranquillità, oppure è quasi recluso, intrappolato in un ambiente oppressivo e dissoluto. Come se la pace o la violenza, indistintamente, potessero stimolare sensazioni e sentimenti e, alla fine, procurare quella indefinibile ispirazione che ci si aspetta da noi creatori. In vita mia non credo di essere mai riuscito a ottenere qualcosa che somigli a un ambiente tranquillo e, per fortuna, nessuna ossessione o circostanza particolare ha innescato in me quella pressione psicologica che a quanto pare ha generato tanti capolavori. Scrivo in un piccolo studio con le porte a vetri che comunica con la sala di casa mia, dove intorno alla televisione, la Playstation, la Wii e un’infinità di apparecchi e accessori, si riuniscono, giocano, ridono e litigano i miei quattro figli, i loro amici e persino, credo, qualche ragazzo che non è stato invitato, ma siccome nessuno sa chi ha invitato chi, la cosa non rappresenta certo un problema; un po’ come quelli che, a quanto ho sentito, s’imbucano nei banchetti di nozze. Così, lontano da prati idilliaci, dal cinguettio degli uccellini o dall’oppressiva bottiglia di vodka mezza vuota in un lugubre appartamento, è accanto al paradiso della tecnologia che scrivo, circondato da mia moglie, dai nostri figli e dagli amici di tutti, come un qualunque padre di famiglia che usa il computer di casa per controllare la posta o navigare. In realtà, non so quante parole potrei strappare al canto degli uccelli o a un disperato sorso di liquore. —, mia moglie sostiene che questo è il mio ambiente ideale, e io non so cosa risponderle. Spesso, quando i libri che mi servono per scrivere si mischiano con quelli di matematica, di storia e geografia dei miei figli, o quando i fogli sui quali prendo appunti si mischiano con fatture, estratti conto bancari, disegni infantili o compiti, e me ne lamento — forse ho dimenticato di dire che quel piccolo spazio e il suo computer, quando non li uso io, sono considerati della comunità —, mia moglie sorride e mi consola dicendo che in un altro modo non riuscirei a scrivere. Temo che abbia ragione. Da quando sono riuscito a pubblicare il mio primo romanzo, La cattedrale del mare, ho deciso di dedicare più tempo alla scrittura. Se non ho in agenda un processo o qualche consiglio, mi ci dedico la mattina, senza trascurare, questo sì, la posta o le telefonate che mi passa la mia segretaria. Ma se sono riuscito a conciliare entrambe le attività professionali, quella di scrittore e di avvocato, non posso dire altrettanto della letteratura e degli impegni domestici. Perché in una casa con quattro bambini non esiste elettrodomestico che faccia onore alla pubblicità che ce lo ha venduto: il più silenzioso sul mercato! Dopo mesi di condanna ai lavori forzati, quella lavatrice, che secondo il rappresentante di turno era stra-stra-stra-silenziosa, salta per casa al ritmo frenetico di un tamburo impazzito, e la lavastoviglie, più che lavarli, fa sì che i piatti ingaggino tra loro un duello mortale. Tuttavia, riesco almeno in parte a combattere quei due elettrodomestici, che lavorano poco lontano dal mio studio, grazie alle cuffie e alla musica. Quello a cui ho dovuto inginocchiarmi in segno di resa è, senza dubbio, l’aspirapolvere: con lui non ci riesco, a meno di aumentare il volume di Freddy Mercury fino a limiti inimmaginabili. Ho pregato mia moglie di dire alla donna di servizio che eviti di usarlo mentre lavoro, e ce l’ho fatta… per qualche giorno, perché a quanto pare la pulizia di casa a orari inflessibili è più importante dei miei romanzi: in breve quel cavallo da guerra ha ricominciato a ruggire imbizzarrito, scagliandosi senza pietà contro il battiscopa e le gambe dei mobili. L’ho ridetto a mia moglie. Mi ha risposto che lei aveva già dato disposizione. Ci siamo guardati. Abbiamo affidato ai gesti le nostre intenzioni: io devo aver fatto qualche smorfia, lei ha aperto le mani, e la questione è rimasta in sospeso. Dichiarare guerra alla donna di servizio? I nostri volti riflettevano la stessa inquietudine: una crisi domestica avrebbe avuto conseguenze peggiori che non perdere qualche minuto di lavoro al giorno su un romanzo. E siccome ci siamo trovati in perfetto accordo, per continuare a scrivere aumento il volume della musica, mettendo a repentaglio nientemeno che l’integrità del mio udito; mi rifiuto di accettare che un aspirapolvere detti i miei tempi. Insieme all’aspirapolvere, l’apparecchio che più mi fa soffrire è il computer. Siete consapevoli dei danni informatici di cui sono capaci quattro bambini che navigano in Internet, anche quando il comando Controllo genitori è attivato? Risponderete: sei tonto. Probabilmente sì. Cambia la password, direte. Già fatto. Proibisciglielo. Anche. E allora, mettili in castigo. Qualche volta. Ma succede che, per un motivo o per l’altro, perché i due portatili di casa — sì, li abbiamo — sono occupati; perché hanno bisogno della stampante, ce n’è una sola, ed è nello studio, ovvio; o semplicemente perché per favore, per favore, per favore, alla fine riescono sempre a scoprire la password e a sedersi sulla mia poltrona, circondati da libri e carte, a navigare o a installare giochi che occupano milioni di mega. E quando il mattino dopo voglio lavorare, quel magnifico computer si è trasformato in un diesel che arranca, che sembra agonizzare, boccheggiando dalle ventole, che lancia allarmi che non so come affrontare e «s’impalla» più di una volta nei momenti meno opportuni. Alla fin fine, forse è vero che mi piace scrivere in queste condizioni. Probabilmente questo scompiglio, riflesso di una famiglia viva, m’ispira quanto un paesaggio bucolico, lo stesso nel quale molta gente crede che io sia immerso quando lavoro. Si dà il caso che tra un paio di mesi scada il contratto d’affitto della casa dove adesso viviamo, e ho ragione di sperare — beninteso, con le opportune riserve — che in quella dove ci trasferiremo riuscirò a farmi dare uno studio lontano dal baccano, indipendente, con una bella porta di legno massiccio che minaccio di chiudere a chiave. Il tema dello studio di papà ha già acceso le prime discussioni e qualche sguardo diffidente, ma sono pronto a insistere, a lottare per ottenerlo. Perciò, se non vedrete un mio nuovo romanzo, esclusa qualche causa di forza maggiore, vorrà dire che il posto dove si nascondono le muse è proprio sotto quello scarabocchio infantile della testa di Homer Simpson disegnato su qualche appunto scritto a mano che consideravo importante per il mio libro.