Diritto a riparare gli elettrodomestici | Non sprecare
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Diritto alla riparazione, la libertà di decidere se e quando cambiare un elettrodomestico

Il Parlamento europeo approva una risoluzione, ma per una norma vincolante bisogna aspettare la Commissione. Intanto si potrebbe fare come in Francia

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È giusto rivendicare un «diritto alla riparazione»?  Ed è proprio necessario scolpirlo in una legge, come tanti diritti tutelati dalla Costituzione in primis e poi da leggi ordinarie? La doppia risposta è un doppio sì: il «diritto alla riparazione» è una delle più attuali forme di concreta tutela dei consumatori che vengono messi così in condizione di risparmiare, di non sprecare. E di non essere vessati dall’egemonia, sul mercato, dei produttori.

DIRITTO A RIPARARE GLI ELETTRODOMESTICI

A questo concetto fondamentale è arrivato perfino, con enorme ritardo, il Parlamento europeo. Lo ha dovuto fare, di fronte ai numeri prodotti da una serie di ricerche scientifiche. Lavatrici, lavastoviglie, televisori, computer: costosi apparecchi della nostra vita quotidiana che in più del 10 per cento dei casi vengono gettati via quando hanno meno di cinque anni di vita. Si rompono, improvvisamente, e se il consumatore prova a ripararli sbatte la testa contro un muro. Pezzi di ricambio che non si trovano più, specialisti per le riparazioni che mancano, costo della riparazione superiore, almeno così viene detto, al nuovo acquisto.

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DIRITTO ALLA RIPARAZIONE

Il «diritto alla riparazione» nasce anche dalla necessità di mettere un argine allo strapotere delle grandi aziende (innanzitutto made in Germania) di prodotti elettrici ed elettronici che hanno fatto diventare l’obsolescenza programmata un vero marchio di fabbrica, un indirizzo di politica industriale, coperto dalla complicità dei politici silenti. Chiunque di noi, in casa, può fare un piccolo test e scoprirà che la durata di un televisore, come di una lavatrice, si è molto ridotta rispetto agli anni scorsi. E ciò nonostante i passi da gigante fatti dall’innovazione tecnologica. Che significa? Semplicemente che qualcuno bara e per fermarlo non bastano protesti e appelli. Serve una legge, compresa quella che tutela il «il diritto alla riparazione». Tra le scoperte che abbiamo fatto di recente ci sono stati i magnifici smartphone della Apple, che ogni anno deve fare digerire al mercato i suoi nuovi modelli, programmati per avere una scadenza a breve termine. E dunque per essere sostituiti dalle novità annunciate in pompa magna dal quartiere generale della multinazionale americana.

Tornando al percorso della legge, il Parlamento europeo, dopo una valanga di sollecitazioni, si è deciso, nel novembre del 2020, ad approvare una risoluzione non legislativa per il «diritto alla riparazione» (in inglese «right to repair»).  Non è una legge ma poco più di una raccomandazione, un suggerimento che adesso spetta alla Commissione tradurre in norme che poi tutti gli stati membri dell’Unione dovranno applicare. Un processo lungo, con i soliti tempi da lumaca della nostra Europa. Intanto consoliamoci con il voto quasi unanime (395 favorevoli e solo 94 contrari) dei parlamentari europei, che hanno annusato il vento dell’opinione pubblica ormai molto irritata per la prepotenza dell’industria dei prodotti elettrici ed elettronici e per la diffusione della prassi dell’obsolescenza programmata. Il 77 per cento dei consumatori europei, secondo le indagini dell’Eurobarometro, preferirebbero riparare un oggetto elettrico o elettronico piuttosto che sostituirlo. E il 79 per cento chiede l’obbligo per i produttori di semplificare la riparazione di questi oggetti, a partire dalla disponibilità, da non fare venire meno, dei pezzi di ricambio.

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DIRITTO ALLA RIPARAZIONE DEGLI ELETTRODOMESTICI IN ITALIA

In attesa di norme su scala europea, si potrebbe iniziare a stringere i tempi prendendo spunto dal modo con il quale i francesi, senza stare ad aspettare le decisioni Bruxelles, hanno già introdotto di fatto il «diritto alla riparazione». In Francia tutti gli apparecchi elettrici ed elettronici devono essere forniti di un’etichetta che indica il rispettivo indice di riparabilità. Ovvero la potenzialità dell’oggetto a essere riparato e non sostituito.

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DIRITTO ALLA RIPARAZIONE E REPERIBILITÀ DEI RICAMBI

I criteri in base ai quali viene assegnato l’indice, che ha poi un’influenza sul prezzo (più un prodotto è riparabile, più aumenta il suo valore di partenza) sono cinque. La documentazione dell’apparecchio che deve essere completa, e deve comprendere anche i punti vendita ai quali rivolgersi per l’assistenza. Nei documenti non deve mancare una lunga garanzia che attualmente nei Paesi Bassi, a fronte di un media europea di due anni, arriva a cinque anni.

Secondo criterio: l’accessibilità allo smontaggio. Una lavatrice, come un computer, devono essere facilmente smontabili per essere appunto riparati. Poi l’accessibilità ai pezzi di ricambio, uno degli anelli più deboli della catena della riparazione. E la garanzia che i pezzi di ricambio, oltre a essere sempre disponibili, abbiano anche prezzi non speculativi. Infine, la specificità dell’indice di riparabilità riferita a ciascun oggetto: restando al nostro esempio, un computer, almeno in partenza, è più facile da riparare rispetto a una lavatrice.

Inutile dire che il «diritto alla riparazione» si iscrive pienamente all’interno del programma per lo Sviluppo sostenibile secondo i 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030: si tratta infatti di un pezzo essenziale dell’economia circolare.

DIRITTO ALLA RIPARAZIONE E LOTTA ALL’INQUINAMENTO

Il diritto alla riparazione, una volta esercitato, può avere un impatto importante anche ai fini del surriscaldamento climatico. Come? Semplicemente perché aumentando la vita di cellulari, computer, aspirapolveri e lavatrici, si possono risparmiare milioni e milioni di tonnellate di emissioni di C02.
Partiamo dalle lavatrici che hanno una vita media intorno agli undici anni. Allungandola di un anno si risparmiano 0,25 milioni di tonnellate di C02; allungandola di cinque anni, un milione di tonnellate. Così i computer la cui vita media è molto bassa e non arriva a cinque anni. Eppure solo un anno in più, e si risparmierebbero 1,6 tonnellate di C02. Infine i cellulari che cambiamo, in media, ogni tre anni. Con un piccolo sforzo, e magari con una piccola riparazione, se aumentiamo di un anno l’esistenza attiva dei cellulari, abbiamo risparmiato, ogni anno, 2,1 milioni di tonnellate di CO2.

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