Il filosofo e scrittore Jean Paul Sartre aveva capito molte cose sulla solitudine. Tra queste, una delle più importanti è sicuramente l’incapacità di saper stare con sé stessi, l’aver sempre bisogno, anche in modo compulsivo, di una compagnia, l’essere privi di quella bussola nascosta e ben incastonata nella nostra intimità.
Ci si sente abbandonati. Non si ha voglia di vedere o solo incontrare gli altri. Manca l’ossigeno vitale delle relazioni umane, quelle dal vivo e non virtuali. E si diventa tristi. Nella sua profonda saggezza Sartre è riuscito a mettere insieme i due elementi: lo stare con sé stessi e la tristezza. E da filosofo è andato alla ricerca del vero nesso, quello che tocca le corde più profonde dell’animo umano. E il nesso sta nel fatto che quando ci sentiamo tristi, solo perché siamo soli, più che lamentarci e autocommiserarci, dovremmo chiederci se qualcosa di noi non funziona. E andrebbe modificato. Sapendo che nella vita c’è sempre tempo per cambiare e non esiste nulla di più mutabile di una personalità e di un atteggiamento verso la vita.
La vera battaglia, spesso, è contro la solitudine, che fa ammalare e invecchia. Anche prima del tempo previsto dalla carta d’identità.
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