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In compagnia di sé stessi non si è soli. Questa è la bella solitudine, che aiuta a conoscerci

Il bisogno di guardarsi dentro, come i monaci. Il bello, il piacere, le emozioni: come gustare queste cose. Per poi condividerle con gli altri perché quando si sta bene con sé stessi, diventa quasi automatico riuscire a stare bene con il prossimo

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IMPORTANZA DI STARE BENE DA SOLI

Esiste una buona solitudine? Non credo. Siamo fatti per stare con gli altri, non per isolarci: e la solitudine quasi sempre coincide con un dolore, molto profondo, fino a trascinarci nelle sabbie mobile delle vite schiacciate dalle tenebre. Le ricerche scientifiche sono piuttosto esplicite in proposito: la solitudine, specie in alcuni paesi orientali come il Giappone e la Corea del Sud, è una delle prime cause della mortalità infantile.

Altra cosa, invece, è il sapere stare con sé stessi, riscoprire il piacere di prendere le distanza dall’affanno della quotidianità, dalle pressioni del presente, dalla vertigine di un tempo che non riusciamo più a governare. Qui c’è il seme di una solitudine che non è negativa, ma vitale, per il semplice motivo che non siamo soli, ma abbiamo la nostra compagnia. E magari riusciamo a riflettere, ad approfondire la conoscenza del nostro cuore e della nostra anima, proprio come fanno i monaci con il loro stile di vita non certo triste. Stando con noi stessi è più facile costruire nell’immaginario una priorità della scaletta della vita, trovando le soluzioni a problemi che magari scopriamo non esistere.

COME IMPARARE A STARE BENE DA SOLI

Ero al parco, a passeggio, e mi ha incuriosito una giovane donna seduta su una panchina, da sola, con uno sguardo estasiato. Mi sono avvicinato, e senza disturbarla, ho provato a capire l’origine del suo stato di grazia. In questi casi, il mestiere di giornalista aiuta: siamo bravi ad «attaccare bottone» per portare l’interlocutore verso la risposta alla domanda che abbiamo in testa. La mia, in questo caso, era perfino banale: «Che costa sta facendo?» La sua risposta, invece, è stata, come immaginavo, sorprendente: «Cerco di stare bene con me stessa, e qualche volta ci riesco…».

In un periodo di Babele di linguaggi, connessioni, condivisioni, link, amicizie più virtuali che reali, compagnie di ogni tipo, vere e presunte, è andata maturando un’equazione che ci porta fuori strada, a proposito di stili di vita. Stare con sé stessi equivale a essere soli. È vero l’esatto contrario, ovvero se riusciamo ad apprezzare la nostra compagnia, a scoprire la nostra interiorità, a smussare nel nostro intimo gli angoli che tutti abbiamo, la voglia di stare in compagnia, di non essere soli, è solo destinata a crescere. E quando si sta bene con sé stessi, diventa quasi automatico riuscire a stare bene con gli altri. Mentre, se abbiamo un vuoto dentro e pensiamo di colmarlo solo ubriacandoci di compagnia, di link e di like, non possiamo che finire nella palude della vera solitudine. Sprecando il nostro equilibrio, la nostra serenità, e un asse della bellezza della vita.

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COME STARE BENE CON SÉ STESSI

Stare con sé stessi è una scelta di vera libertà, è un lasciarsi andare, mossi anche dal vento dell’autocritica, della memoria, del ricordo, anche alla ricerca di cose sconosciute, magari rimosse o archiviate, che abbiamo dentro. Solo liberi, riusciamo a comprenderci, a capirci. E, ancora una volta: se siamo liberi noi, tanto più vorremo compagni, amici, familiari, altrettanto liberi. Se ci sentiamo liberi noi, tanto più saremo lontani anche solo dall’idea di dominare o schiacciare qualcuno, magari illudendoci, o più cinicamente illudendo, di amare la nostra vittima.

Nella compagnia del proprio io, che non ha nulla da spartire con la narcisistica autoreferenzialità, con il super Io sempre in azione, il Bello, l’Emozione, il Piacere, si amplificano, non si sgonfiano. Un tramonto come un quadro, lo splendore naturale di un fiore o di una pianta come la bellezza di un panorama o il piacere di un profumo: tutto si apprezza e ci invade, corpo e cuore, se apriamo le porte della nostra interiorità. Se riusciamo a stare con noi stessi. In quella forma di benefica solitudine che il poeta e scrittore John Milton definiva «la migliore compagnia», in attesa del «dolce ritorno» verso gli altri.

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