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Il corpo del mercato, i mercati del corpo

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di Margaret Jane Radin     www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum

Durante i trentacinque anni della mia carriera di professore di diritto, mi sono occupata prevalentemente degli istituti giuridici della proprietà e del contratto. In particolare il mio interesse si è focalizzato sui limiti di tali istituzioni. Cosa rende un contratto giuridicamente vincolante ? Che genere di cose non possono essere considerate proprietà privata? Questi interrogativi mi hanno portata ad indagare la mercificazione e i suoi confini.

Gli oggetti che possono essere posseduti e liberamente scambiati sul mercato attraverso transazioni di compravendita sono merci.

La proprietà è limitata (fra le altre cose) dal diffuso convincimento etico o culturale che alcune cose non dovrebbero essere considerate come oggetti da possedere.

La stipula di un contratto è limitata (fra le altre cose) dal diffuso convincimento etico o culturale che alcune cose non dovrebbero essere fatte oggetto di scambio in transazioni commerciali.

Il termine “mercificazione” significa il considerare qualcosa come oggetto di proprietà e contratto, e la sua compravendita sul mercato in quanto merce. Lo stesso termine allude inoltre al processo secondo cui ciò che è generalmente considerato al di fuori della valutazione del mercato diventa una merce soggetta a transazione economica. Questo è il processo al quale stiamo assistendo, man mano che parti del nostro corpo, ad esempio organi o materiale riproduttivo, diventano oggetto di scambi commerciali.

La problematica che ci troviamo ad affrontare oggigiorno è: fino a che punto possiamo considerare le parti del corpo come oggetti da possedere e commerciare? La mercificazione è da molto tempo materia di riflessione e preoccupazione per coloro che si occupano di etica biomedica. La mia analisi verte solo sugli aspetti laici della riflessione etica. Infatti, anche se riconosco che molte persone valutano in base alla religione i limiti più opportuni da porre alla mercificazione, ritengo che gli aspetti significativi del problema siano quelli laici, in quanto i governi democratici non sostengono alcuna confessione religiosa.

Negli Stati Uniti, le riviste universitarie pubblicano spesso annunci con offerte di grosse somme di denaro in cambio di ovociti di giovani donne che siano in possesso di determinate qualità atletiche o intellettuali.

Il traffico internazionale di reni e altri organi è un mercato florido.

Il traffico internazionale di bambini per l’adozione è altrettanto prospero.

L’uso di contratti che prevedono una maternità in affitto, noti come “maternità surrogata” o “utero in affitto”, ha favorito la mercificazione attraverso la commercializzazione della scelta di partorire o di quella di dare il bambino in adozione.

Sul mercato è disponibile una varietà sempre crescente di tecnologie riproduttive , incluse l’inseminazione artificiale eterologa, l’espianto di ovuli da una donna per impiantarli in un’altra, la fertilizzazione in vitro (conservazione e/o trasferimento di embrioni). È possibile che il futuro ci riservi un’industria basata sul commercio della clonazione.

I dilemmi della mercificazione

La mercificazione suscita dilemmi etici. Essa costituisce allo stesso tempo una “speranza” e una “minaccia”.

La mercificazione viene spesso percepita come qualcosa che minaccia i tratti costituenti della natura umana. Le riserve sulla mercificazione di ciò che viene considerato parte essenziale dell’individuo, come il nostro corpo, spesso si fondano su un’etica centrata sul rispetto per la persona umana. Se gli aspetti fondamentali della natura umana, che sono rappresentativi della nostra essenza profonda, vengono monetizzati, cosa resta della nostra umanità?

D’altro canto, il nascere di un mercato viene spesso visto come un’opportunità e una speranza, anziché una minaccia. Infatti alcuni economisti, nonché alcune femministe, ritengono che la vendita di servizi sessuali (prostituzione) non sia diversa da qualunque altro lavoro retribuito. Coloro che non hanno altre opportunità lavorative per sostentare sé stessi e la propria famiglia dovrebbero quindi poter esercitare questa opzione.

Proprio perché la mercificazione è allo stesso tempo speranza e minaccia, oppressione e libertà, essa suscita argomentazioni etiche in conflitto l’una con l’altra. L’analisi della mercificazione è un campo etico non ben nitido e definito.

Più avanti nella trattazione farò qualche riflessione su alcune delle argomentazioni etiche in gioco. Prima però vorrei aggiungere che le questioni etiche sono ulteriormente complicate dal fenomeno che io chiamo retorica del mercato o apologia del mercato.

La retorica del mercato, o apologia del mercato, è l’abitudine a considerare in un’ottica di mercato, ovvero in termini di valore monetario di scambio, anche quelle cose che non sono effettivamente oggetto di compravendita.

Per esempio, alcuni economisti della scuola di Chicago sono celebri per aver esteso la logica e la terminologia del mercato all’analisi delle scelte di fecondità. Nel suo libro “Trattato sulla Famiglia”, Gary Becker afferma che “…la domanda di bambini dipende dal loro prezzo relativo… Un incremento del prezzo relativo dei bambini… ne riduce la domanda mentre aumenta quella di altre merci …”

Mentre l’illustre giurista statunitense, Richard Posner, [altro esponente della scuola di Chicago, ndr] ha pubblicato un libro intitolato “Sesso e Ragione”, nel quale qualsiasi aspetto dell’esperienza e della pratica sessuale viene visto in un’ottica di mercato.

Nella retorica del mercato tutti i valori sono considerati “commensurabili”, ovvero riducibili ad un’unica misura di valore (ad esempio la moneta) in modo da consentire scambi commerciali. Se al contrario vogliamo difendere “l’incommensurabilità” di alcuni valori, non possiamo ritenere ammissibili gli scambi ad essi relativi. Il “valore” dei nostri figli non fa parte del nostro patrimonio economico netto, ma è un valore di tipo diverso.

L’incommensurabilità fra valori è un tema filosofico complesso, ed i filosofi non sono ancora giunti ad una interpretazione comune. Le intuizioni in merito restano divise.

Ma possiamo dire che il semplice uso del gergo della mercificazione sia nocivo all’umanità, anche in assenza di un’effettiva commercializzazione? Domanda complessa, così come la questione se la retorica del mercato conduca effettivamente alla mercificazione. Valutare i bambini in termini economici finirà cioè col dare origine al mercato dei neonati? Questo dilemma complica ulteriormente la valutazione etica della mercificazione.

Un’altra complicazione sorge a proposito della opportunità o meno di vietare o regolare il mercato quando le leggi che lo fanno hanno una valenza prevalentemente simbolica. In questo caso, si userebbe la legge solo per affermare che tutti noi idealmente vorremmo sostenere valori diversi dal mercato e vorremmo mantenere tali valori al di sopra delle insidie delle valutazioni di mercato, anche quando sappiamo che ciò non è vero in pratica.

Il mercato nero esiste per la prostituzione, per il traffico di organi umani e per l’adozione di bambini. Vale la pena di tollerare la corruzione del mercato nero soltanto per poter affermare simbolicamente i nostri ideali?

Alcuni ordinamenti giuridici hanno legalizzato la prostituzione per proteggere i lavoratori del sesso da malattie, violenze e appropriazione indebita del compenso. Nessun ordinamento giuridico ha però legalizzato la vendita di bambini. Anche se le varie giurisdizioni hanno assunto posizioni diverse sulla donazione di organi dopo la morte, nessuna ha mai legalizzato il commercio fra persone ancora in vita.

Dato che la mercificazione del corpo è una complessa questione etica, credo che probabilmente non esista una risposta univoca applicabile a tutti i tipi di mercificazione. In altre parole, penso che la prostituzione, il commercio di organi e di bambini, la maternità surrogata, il trasferimento di embrioni e la possibilità di clonazione debbano essere valutati separatamente.

Passerò brevemente in rassegna le problematiche legate alla valutazione etica di due fra i molti tipi di mercificazione del corpo: il traffico di organi per il trapianto e il mercato della maternità surrogata (che io considero una forma di adozione su commissione). Prima vorrei però esaminare la visione etica che sottosta all’idea del rispetto per la persona umana. Questo concetto di persona umana è legato all’idea di libertà ed è stato fissato da Immanuel Kant nel tardo 1700.

Nella visione kantiana del mondo, l’universo è diviso in due categorie, persone e oggetti, e la legge morale impone la massimizzazione della libertà personale.

In un contesto sociale che coinvolge molti individui, la libertà di ogni persona è massimizzata da leggi che consentono la più ampia libertà nell’utilizzo degli oggetti, ma proibiscono di usare altre persone in qualsiasi forma.

L’assimilazione delle persone alla categoria degli oggetti è eticamente sbagliata in questa visione del mondo. Trasformare una persona in merce sarebbe l’esempio lampante di tale errore. Questa è quindi una delle prime ragioni contro l’apertura (o l’accettazione) di un mercato di bambini per l’adozione.

Il traffico degli organi per i trapianti

Esaminiamo ora in dettaglio il traffico di organi umani per i trapianti. Quale è la "promessa"di questo mercato?

Oltre a scongiurare gli orrori del mercato nero attraverso una severa regolamentazione, i mercati legalizzati per la vendita ed il trapianto di organi potrebbero incrementarne la disponibilità. Ci si può aspettare che un mercato del genere accresca le speranze di trapianto per persone gravemente malate.

Qual è invece il rischio nel mercato di organi? Dovremmo forse ritenere che gli organi all’interno di un corpo vivente non possano essere escissi per essere trasformati in merci (cioè prodotti che generano profitto)?

In un mondo teorico ideale la minaccia alla persona umana non è così evidente, poiché la persona ed i suoi organi non sono concetti identici. Chi ha un’anca artificiale o addirittura un cuore artificiale non è valutato meno di una persona.

Ma a mio avviso la minaccia si fa più grave quando ci si cala nel mondo reale. La vendita di organi inquieta molte persone soprattutto perché, per citare Michael Walzer nella sua opera “Sfere di Giustizia”, essa appare come un “baratto disperato”. La vendita di reni avviene in un mondo reale dove la povertà causa disperazione. In un mondo ideale potremmo riequilibrare la profonda iniquità della distribuzione della ricchezza che caratterizza la società attuale, ma un’analisi realistica ci dice che difficilmente riusciremo a farlo.

Come possiamo confrontarci con l’idea che una condizione economica disperata spinga qualcuno a pensare che vendere un rene sia meglio che rinunciare a ciò che altrimenti non si potrebbe permettere di comprare su quel mercato che noi stessi condanniamo? (Ad esempio, merci come cibo, casa, cure mediche per i figli?)

E’ come aggiungere al danno la beffa, secondo me, proibire tale vendita poiché essa è sgradevole agli occhi di chi, dall’alto di una condizione di agiatezza, non si trova in situazioni disperate ma allo stesso tempo non alza un dito per cambiare le circostanze che portano a tale disperazione. La redistribuzione della ricchezza globale è difficilmente realizzabile a questo punto della storia umana, ma punire i più poveri per quello che fanno spinti dalla disperazione, senza cercare di alleviare tale disperazione, è ipocrita.

Più idealisticamente, potremmo argomentare di non voler creare diritti di proprietà sugli organi interni delle persone (o altresì su ovuli, sangue o altro materiale biologico), poiché questi diventerebbero parte del patrimonio economico dell’individuo, e se la famiglia di tale individuo non potesse permettersi cibo, casa o cure mediche, egli potrebbe essere biasimato per NON aver venduto un suo organo.

Ancor meno auspicabile è però il caso in cui le persone povere “donano” materiale biologico ricevendone in cambio solo un “rimborso”, mentre gli intermediari lucrano sulla transazione. In alcuni settori della pratica biomedica, sembra che stia succedendo proprio questo. Un celebre esempio sta nel caso Moore in California, in cui alcuni medici hanno sviluppato una linea cellulare di grande valore da un paziente, e costui non ha ricevuto nulla in cambio.

Può la causa del trapianto di organi tra persone in vita essere meglio servita da un mercato regolamentato in cui l’autorità responsabile accerta che il denaro vada realmente al donatore invece che ad una agenzia di intermediazione? Questa domanda non discende da un principio astratto, ma si riferisce al mondo non ideale in cui viviamo.

La maternità commerciale

Consideriamo ora la gravidanza in affitto. Per l’analisi di questo caso, inizio cercando di precisare la terminologia. Vi sono diverse fattispecie di adozione commercializzata o vendita di bambini. Una di esse consiste nel dare in ’adozione a pagamento bambini “non voluti”, ma altre prevedono l’adozione su commissione, cioè il fare un bambino e darlo in adozione in cambio di denaro. Un caso particolare dell’adozione su commissione è ciò che viene anche chiamato “utero in affitto”, per cui una donna, dietro pagamento, rimane incinta di un bambino da dare a qualcun altro.

L’adozione a pagamento di bambini “non voluti” prevede che un bambino sia messo al mondo da una madre (o una coppia) che non può (o non vuole) allevarlo. Non sono le forze del mercato la causa immediata della gravidanza. Essa può derivare dal fallimento o dall’assenza di metodi contraccettivi. Tale assenza può essere dovuta a scarsa istruzione, scarsa disponibilità di metodi contraccettivi, convinzioni religiose, inconsapevolezza dovuta a ubriachezza, ecc.

Nell’adozione su commissione, il bambino viene messo al mondo con il preciso scopo di essere ceduto in cambio di denaro. In questo caso, la causa prima della gravidanza è proprio la domanda di mercato. Nella forma più ‘pura’ del traffico di bambini, una donna può dare alla luce un bambino “a priori” (nella convinzione che qualcuno vorrà comprare il bambino una volta nato). Il tipo di mercato che io chiamo adozione su commissione prevede invece che la donna porti avanti una gravidanza su specifica richiesta, così come vengono commissionate le opere d’arte.

La “maternità surrogata” commerciale (o “utero in affitto”) è un caso particolare di adozione su commissione; si tratta cioè del caso in cui uno o entrambi i genitori committenti donano il proprio materiale genetico alla donna che deve portare avanti la gravidanza. Negli Stati Uniti vi sono casi in cui l’aspirante padre dona lo sperma mentre gli ovuli sono della madre naturale (per esempio, Baby M nel New Jersey), e altri casi in cui entrambi gli aspiranti genitori forniscono il loro materiale genetico (Johnson contro Calvert in California).

Appurato che la maternità surrogata commerciale è una forma di adozione su commissione, dobbiamo immediatamente porci un quesito legale riguardante il rapporto tra le due fattispecie. L’adozione su commissione è illegale in ogni ordinamento giuridico degli stati americani, e nel resto del mondo, che io sappia. L’adozione a pagamento di bambini “non voluti” è anch’essa illegale. Questo significa che anche la maternità surrogata commerciale è illegale in tutte queste giurisdizioni, a meno che esse non vengano modificate in modo da contemplare questa eccezione? Le corti di giustizia statunitensi considerano la questione controversa; alcuni stati americani hanno fatto dei passi verso la legalizzazione, ma la situazione varia da stato a stato.

Oltre la disputa legale c’è la questione etica, sulla quale vorrei ora concentrarmi. Quale aspetto, se ce n’è uno, distingue da un punto di vista etico la maternità surrogata commerciale dal caso generale dell’adozione su commissione?

Se non esiste una differenza significativa a livello etico fra maternità surrogata commerciale e altri tipi di adozione su commissione, allora le motivazioni a favore della maternità surrogata commerciale non possono che legittimare anche la pratica generica dell’adozione su commissione; ossia, la procreazione a noleggio di bambini per soddisfare una richiesta di mercato.

Esaminiamo le ragioni addotte a favore e contro la maternità surrogata commerciale. (Qui, come in precedenza, tralascerò le motivazioni religiose e mi atterrò a quelle laiche.)

Prima motivazione a favore del mercato: la libertà personale in una società di mercato. Questa viene declinata da diversi punti di vista:

1) La posizione degli economisti di Chicago: tutto può essere valutato in termini di mercato; nessun tipo di mercato deve essere precluso o regolamentato a meno di fallimenti del mercato stesso.

A tale posizione si può controbattere che la libertà personale si riduce se parti “interne” alla persona vengono svendute.

2) La posizione del liberazionismo femminista: la decisione di vendere o no il proprio figlio dovrebbe spettare alla donna stessa, non al governo.

Di contro, si può obiettare che la libertà delle donne non si aumenta esaltando il loro ruolo atavico di fattrici (o di fornitrici di servigi sessuali, ecc.)

3) La posizione realista: se il mercato non viene legalizzato, fiorirà il mercato nero, che sarà molto peggio; un mercato può sempre nascere ove vi sia domanda (ad esempio il gioco d’azzardo, la droga, l’alcool, la prostituzione, i finanziamenti alla politica, ecc.)

 Obiezione: finché l’autorità responsabile non si impegnerà a migliorare la situazione, anche in maniera simbolica, la mercificazione si rafforzerà sempre di più, il che costituisce una minaccia crescente per l’umanità.

La seconda motivazione a favore del mercato è la seguente: la procreazione dovrebbe essere un desiderio profondo, un segno di autonomia e individualità o del legame di coppia. Coloro che sono colpiti dalla sfortuna dell’infertilità dovrebbero essere messi in condizione di acquistare quello di cui hanno bisogno per realizzare la propria autonomia (e unione).

Quali motivazioni contro il mercato si oppongono a queste considerazioni a favore?

Prima motivazione contro il mercato: consapevolezza di sé come essere umano (e non oggetto). La compravendita di bambini li rende degli oggetti (prodotti di mercato) e ciò insidia lo sviluppo di una consapevolezza di sé in quanto persona unica e irripetibile.

1) La vendita di (alcuni) bambini potrebbe influenzare negativamente l’umanità di tutte le nostre persone, se ogni bambino si vedesse come una merce e si chiedesse qual è il suo valore (e dunque il nostro valore, perché tutti siamo stati bambini)

Contro: Non c’è alcuna evidenza empirica che l’istituzione di un mercato possa causare l’indebolimento della propria consapevolezza personale.

2) Per valutare questa motivazione dobbiamo sapere se una consapevolezza mercificata (in quanto oggetto) possa coesistere stabilmente con una non mercificata (in quanto non-oggetto).

Su questo punto sono incerta. Da quando ho iniziato a scrivere sulla mercificazione, il livello di mercificazione nella vita quotidiana è molto aumentato. Forse la nostra consapevolezza personale è abbastanza forte da resistere alle insidie della mercificazione. Ma se non ne abbiamo la certezza, è meglio non rischiare.

Seconda motivazione contro il mercato: tali mercati incrementerebbero il divario fra coloro che hanno e coloro che non hanno, e perfino la tolleranza nei confronti della discriminazione razziale.

 È probabile che il mercato crei una distinzione fra bambini di buona e cattiva qualità basata sulle caratteristiche del prodotto (colore degli occhi, potenziali doti atletiche, potenziale QI, patrimonio genetico di razza).

 Di contro, si può obiettare che il mercato nero farebbe altrettanto, anzi peggio .

Terzo argomento contro il mercato: se il mercato viene legalizzato, i bambini “non voluti” in attesa di adozione resterebbero senza genitori. Si può sostenere infatti che coloro che desiderano figli e che in assenza di mercato adotterebbero un bambino “non voluto” preferiranno invece, se hanno disponibilità economica, acquistarne uno con le caratteristiche da loro desiderate.

Di contro, si può argomentare che il benessere è massimizzato se coloro che desiderano figli possono acquistare bambini con le caratteristiche desiderate piuttosto che bambini “non voluti” già disponibili. Sarebbe più efficace utilizzare altri metodi per diminuire il numero di bambini “non voluti”.

 In conclusione: se ci opponiamo alla commercializzazione di bambini in generale, si tratti di l’adozione su commissione o di adozione a pagamento di bambini “non voluti”, riusciamo poi ad identificare una ragione di principio a favore della maternità surrogata commerciale, cioè di ”utero in affitto” da parte di aspiranti genitori che forniscano il materiale genetico?

Questa ragione non può essere il principio generale della libertà di contratto (che è applicabile anche alla generica commercializzazione di bambini). Non può essere nemmeno il principio secondo il quale soprattutto le donne dovrebbero avere il diritto di decidere cosa mercificare e procreare per poi vendere, né il principio generale secondo cui occorre lasciar aperta a genitori potenziali qualsiasi opzione che permetta loro di diventare genitori di fatto (come sopra).

Quindi, a mio parere, l’unica motivazione che possa giustificare la maternità surrogata commerciale pur ritenendo inammissibile il commercio di bambini in generale è questa: in qualche modo la donazione di materiale genetico da parte di uno o entrambi gli aspiranti genitori rende la transazione eticamente accettabile. È così? Credo di no. (Voi potreste avere opinioni diverse. È materia etica complessa e controversa.)

Perché non accetto l’idea che la maternità surrogata commerciale debba essere distinta dalla generica produzione per commercio di bambini, che ho chiamato adozione su commissione?

Primo, perché viene iniziata una gravidanza e viene ceduta la patria potestà in cambio di denaro, quindi sembra inesatto considerare ciò una non-vendita piuttosto che, nel migliore dei casi, una vendita consapevole.

Secondo, accettare un principio che giustifica l’adozione su commissione solo nel caso particolare in cui uno o entrambi i genitori adottivi donino il loro materiale genetico significa accordare una preferenza alla genetica rispetto al processo di gestazione, inclusi i legami sentimentali che si sviluppano fra il concepito e il genitore ‘naturale’. Qualora, poi i genitori che acquistano il bambino fossero motivati soprattutto dal desiderio di preservare il patrimonio genetico maschile, ciò farebbe sorgere anche una questione di gerarchia di genere.

A mio parere, si tende a sopravvalutare l’astrazione della parentela genetica e a sottovalutare il concreto delle relazioni quotidiane. Spesso sono i genitori naturali ad abusare dei loro figli, mentre i genitori adottivi amano i figli sopra ogni cosa. In ogni caso, la tendenza a tenere in alta considerazione il legame genetico non è ragione sufficiente per separare la maternità surrogata commerciale dal caso generale dell’adozione su commissione.

La conclusione cui giungo è, quindi, che chi è a favore della maternità surrogata commerciale dovrebbe in realtà sostenere ogni tipo di commercializzazione di bambini, come fanno gli economisti di Chicago. Dato che non esistono presupposti abbastanza forti per trattare l’”utero in affitto” come un caso particolare, possiamo almeno rifarci alle stesse motivazioni a favore e contro il mercato che ho delineato precedentemente. Sapendo che siamo di fronte a un dibattito che non ha una soluzione semplice.