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I giovani e la monotonia del posto fisso: cosi’ possiamo provare a non sprecare il loro talento. E il loro futuro

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Quando Mario Monti parla di «monotonia» del posto fisso, in un Paese dove è appena stata certificata dall’Istat la disoccupazione di un giovane su tre, possiamo anche dire che il premier ha fatto una gaffe in termini di comunicazione, ma la sostanza del suo messaggio è molto chiara. E dobbiamo apprezzarne la sintesi e, se volete, la cifra provocatoria della battuta. La cultura ideologica del posto fisso, cosa diversa dal fondamentale diritto a un lavoro stabile ed equamente retribuito, è un reperto del Novecento, interpretato dagli italiani, popolo adattivo per vocazione, anche come ancoraggio a un benessere che oggi sentiamo ad alto rischio, specie per le nuove generazioni. Il lavoro, ormai, è mobile per definizione in tutto il mondo è questo mutamento di paradigma aumenta allo stesso tempo opportunità e rischi, aspettative e incertezze, delusioni e sogni. Non solo: costringe governi, parlamenti, partiti e sindacati, a rimodulare, con continue accelerazioni, le politiche del welfare, della formazione, e innanzitutto le scelte di fondo a sostegno dell’occupazione. Se fino a ieri nascevi impiegato e morivi, professionalmente, funzionario o dirigente, oggi puoi salire, o scendere, nella scala sociale con una impressionante velocità.

Il modello al quale dobbiamo riferirci non è tanto quello americano, troppo lontano dal nostro orizzonte: gli Stati Uniti sono allo stesso tempo il luogo per eccellenza della società aperta e del capitalismo che Joseph Schumpeter definiva animato da una forza di «distruzione creatrice» e Bill Gates, molto più recentemente, ha catalogato come «creativo» punto e a capo. In America per un’azienda che fallisce se ne contano altro cento che nascono, per un posto di lavoro che si perde se ne contano altri cento che appaiono. Noi siamo in Europa, dove la Commissione ci comunica che il 40 per cento dei disoccupati ha meno di trent’anni, e i contratti temporanei pagano, in media, il 14 per cento in meno rispetto a quelli a tempo indeterminato. E siamo in Italia, dove la linea di frontiera tra insider e outsider, inclusi ed esclusi, da decenni penalizza le nuove generazioni, fornendo invece a quelle dei padri e dei nonni generose protezioni e garanzie che spesso non sono sostenibili. E dell’Italia fanno parte, come in gioco di cerchi concentrici, quelle regioni meridionali, dove la spaventosa disoccupazione giovanile si abbina a una perversa equazione tra ricerca del posto fisso, monotono o meno non è importante, e Pantalone che paga una sorta di precariato a vita. Non molti anni fa, a proposito di occupazione e welfare, mi capitò di raccontare il dilagante fenomeno dei matrimoni dei giovani siciliani che si univano sotto il segno del numero 46: due contratti di precariato a vita, articolo 23 di una legge finanziaria prorogata per un trentennio, per fare una famiglia con il posto fisso in casa.

E tornando all’Europa, le politiche che incentivano la mobilità sul lavoro e per il lavoro sono tante, anche più avanzate rispetto alla società aperta americana. In Germania, per esempio, si punta molto su una solida formazione professionale che apre le porte a diverse forme di occupazione o di libera iniziativa, e in Francia nessuno si sogna, come in Italia, di spalmare il lavoro part-time in una giungla di 46 forme di contratti, ma piuttosto si prova ad accompagnare il giovane lavoratore da un settore dove il lavoro non c’è o è in declino a un altro settore dove invece l’offerta è in significativa crescita. Possiamo fare qualcosa del genere in Italia, magari anche meglio dei nostri soci europei? Assolutamente sì, visto che, per esempio, abbiamo le spalle forti con fabbriche manifatturiere che i francesi hanno invece delocalizzato o chiuso, e abbiamo un patrimonio di intelligenze e di talenti, giovani in formato export  (120mila hanno lasciato l’Italia lo  scorso anno),  che i tedeschi ci invidiano. Per farcela, nessuno ha la ricetta magica, tantomeno l’ottimo professore Monti e l’iperattiva ministra Fornero, ma almeno abbiamo il dovere di provare a dare ai nostri figli la possibilità di sognare una vita davanti, senza costringerli alla paralisi di una vita indietro, consumata maledicendo chi ha contribuito a fermarli  nel buio della rabbia più che nel grigiore della  monotonia.