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Biologico, difendiamolo con i fatti e contro le scomuniche ideologiche. Non è vero che fa bene solo a chi produce. Quanto ai prezzi più alti…

L’agricoltura biologica è un tassello importante del puzzle di uno sviluppo davvero sostenibile. Qualcuno specula? Vero: ma contro i truffatori bisogna difendersi, e non lasciare loro campo libero. Quanto ai metodi di coltivazione, nessuno può rimpiangere il glifosato

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COSA SAPERE SUL BIOLOGICO

Come tutti i grandi cambiamenti, anche l’agricoltura biologica si presta, da sempre, ad accese discussioni. C’è chi la esalta, e chi la demonizza. Chi la considera la salvezza per l’uomo e per la natura, e chi invece la bolla come un bluff, tipico di un’economia sovvenzionata e con le carte truccate. E da entrambi i versanti si parla esplicitamente, in un senso o nell’altro, di enormi sprechi.

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ELENA CATTANEO BIOLOGICO

Come possiamo orientarci, da consumatori e da cittadini, in questa babele di posizioni? E da quale parte vogliamo stare, premesso che la nostra bussola è la Sostenibilità declinata a 360 gradi, secondo gli obiettivi fissati dall’Agenda Onu 2030? Provo a rispondere a queste domande, partendo dalla persona più autorevole che demolisce il biologico: la scienziata, nonché meritatamente senatrice a vita, Elena Cattaneo, una donna che ha già lasciato un’impronta storica nella preziosa ricerca sulle staminali. E metto in fila le più importanti obiezioni della Cattaneo, che poi sintetizzano le accuse e i dubbi di chi considera il biologico, come dicevo, non una leva di sviluppo e di benessere, ma semmai un trucco sulla pelle proprio dei consumatori. «Una pratica esoterica», secondo la testuale definizione della scienziata.

MERCATO BIOLOGICO IN ITALIA

Prima contestazione, e questa è una citazione testuale dei discorsi della Cattaneo: «Il biologico fa bene, di sicuro, a chi lo produce, meno alle tasche dei consumatori». Siamo sicuri che un’affermazione così perentoria possa essere “scientificamente” accettabile? Il biologico non solo fa bene a chi lo produce, ma ha contribuito in modo determinante a salvare e rilanciare un pezzo importante dell’agricoltura italiana. Abbiamo 300mila ettari di terreni convertiti alle coltivazioni biologiche, abbiamo una filiera che vale un fatturato di 3,1 miliardi di euro e grazie alla quale ci sono valori positivi, da boom, nell’occupazione in agricoltura (specie per i giovani al di sotto dei 35 anni) e nelle imprese (specie giovanili e femminili). Perché dovremmo sprecare queste opportunità e buttarle in un cestino, o ridurle al beneficio di chi batte cassa con il bio? Semmai, senza il biologico molti di quei terreni sarebbero incolti, abbandonati, oppure diventerebbero prede di speculazioni edilizie o di riconversioni per costruirci qualche nuovo centro commerciale, o qualche nuovo outlet. Tutto ciò significa fare bene alla collettività, e non solo ai diretti interessati, chi produce, chi distribuisce e chi vende fino all’ultimo passaggio. L’agricoltura biologica è un tassello, non irrilevante, del puzzle che bisogna comporre, nel mondo globale, per centrare 2 dei 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo sostenibile (in particolare goal numero 12, Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, e goal numero 15, Proteggere l’ecosistema terrestre). Ridurre quindi l’agricoltura biologica, che tra l’altro significa anche valorizzare intere filiere green, dall’enogastronomia al turismo, alla semplice convenienza da parte dei produttori di bio, come fa la Cattaneo, è perlomeno un’eccessiva semplificazione, se non un’evidente scomunica viziata dal pregiudizio.  E l’importanza dell’agricoltura biologica, all’interno di politiche nazionali e sovranazionali ispirate alla sostenibilità, ne giustifica anche i finanziamenti pubblici, innanzitutto attraverso i fondi europei. Soldi che, è ovvio, non vanno né sprecati né dati a pioggia e senza le massime garanzie di trasparenza per evitare che finiscano nelle mani di avventurieri e di approfittatori, due categorie umane ben presenti, purtroppo, in qualsiasi luogo dove circolano soldi, non solo nel circuito dell’agricoltura biologica.

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FALSO BIOLOGICO

Quanto alle tasche dei consumatori, è vero: i prodotti biologici costano di più, non potrebbe essere diversamente, e qualcuno ci specula sopra. O con esagerazioni, del tutto immotivate, o con lo smercio del biologico contraffatto. Sul nostro sito, e non solo per la nostra comunità, abbiamo denunciato e continueremo a farlo, il “falso biologico”, raccontando le truffe e spiegando come si possono evitare. Come le può evitare ciascun singolo consumatore di prodotti bio.

BIOLOGICO FA BENE ALL’AMBIENTE

Autocitarsi non è una cosa elegante, ma in un libro che ho scritto nel lontano 2011 (Basta poco, edizioni Einaudi) ho provato a mettere in guardia contro i rischi di un’ideologia green, della quale il culto ossessivo del biologico sicuramente fa parte. In poche parole dicevo questo ai miei lettori, allora, e lo ripeto oggi: occhi aperti. Per il semplice fatto che «verde, e il biologico è verde per definizione, non è più il colore di una minoranza attiva, ma è diventata la tinta sotto la quale si nascondono anche le peggiori dissimulazioni» E ancora: «Diventa difficile distinguere la portata di un reale cambiamento dal trucco di una nuova ossessione che ha il solo scopo di creare altre fonti di speculazione». Ma se qualcuno specula o imbroglia, non possiamo per questo buttare a mare un intero sistema che, con motivazioni vitali, dai benefici per la salute ai benefici per l’ambiente, si è ormai tradotto in un nuovo stile di vita. Nel quale non c’è solo il denaro e l’interesse, ma anche una maggiore responsabilità nei consumi. Cosa che fa molto bene ai consumatori, a tutti i consumatori, non solo a quelli che hanno più mezzi e quindi possono più facilmente permettersi un extra per comprare bio: solo consumi più responsabili, e lo dico senza pregiudiziali ideologiche ma partendo dal banalissimo buon senso, possono accompagnarci fuori dal tunnel nel quale siamo infilati. Consumi più responsabili, per esempio, significano: meno sprechi di cibo, e più cibo per chi non lo ha. Oppure: meno acquisti compulsivi, e più acquisti utili.

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BIOLOGICO IN ITALIA

La senatrice Cattaneo, nel tentativo di demolire il bio, piazza il carico da novanta, e sostiene, testualmente, «che l’agricoltura più sostenibile è quella intensiva», ovvero senza alcuna rinuncia, per esempio, a pesticidi e fertilizzanti di sintesi, ma con un uso sempre più spinto di innovazione e meccanizzazione. Ciò che mi lascia perplesso, e mi fa perfino paura, di un’affermazione così perentoria, è il tentativo, da parte della scienziata, di mettere in campo la sua opinione, e quella dei tanti che la pensano come lei, come Unica Verità scientifica, quindi a prova di qualsiasi smentita. Laddove la Cattaneo, giustamente, lancia allarmi contro il dilagare, specie nel campo della ricerca medica, di messaggi, affermazioni, certezze che di scientifico non hanno proprio nulla, e semmai coagulano solo la peggiore ignoranza rispetto ai fatti. Ma la senatrice, nell’essere così a senso unico sull’idea di agricoltura sostenibile, altro non fa che diventare anche lei, e questo è davvero un paradosso, poco credibile sul piano delle argomentazioni scientifiche. In un settore, l’agricoltura, dove tra l’altro la sua competenza di scienziata risulta non pervenuta. In realtà la letteratura scientifica su tutti i benefici, individuali e collettivi, del biologico è più che abbondante e in continuo aggiornamento, così come si possono fare tutte le critiche del mondo all’agricoltura biologica (e alla sottostante febbre del bio), ma certamente non si può negare la sua caratura di attività economica sostenibile. Mentre l’agricoltura intensiva, che la scienziata mette sul podio, comprende anche l’uso sciagurato e massiccio del famoso e micidiale glifosato, sul quale la stessa letteratura scientifica, ha posto inquietanti interrogativi.

BIO IN ITALIA

Infine, e qui invece sono d’accordo al cento per cento con la senatrice Cattaneo, che ho utilizzato in questo testo per provare a smontare le più importanti obiezioni al biologico, ciascuno deve sentirsi libero di fare le sue scelte. L’importante è coniugare questa massima libertà con la massima responsabilità. Chi produce bio, lo deve fare davvero e se ne deve anche assumere i normali rischi di impresa, senza speculazioni commerciali da greenwashing. Chi consuma bio, lo deve fare capendo e sapendo che cosa acquista, e se lo paga il prezzo giusto in rapporto alla qualità del prodotto.  

IL BIOLOGICO A TAVOLA: RICETTE IMPERDIBILI