Come coltivare l'intelligenza senza arroganza - Non sprecare
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Intelligenza, cercate di non sprecarla con l’arroganza. I cervelloni rischiano la solitudine

I neuroni possono aumentare anche dopo i 70 anni. Ma l’intelligenza, quanto più è super tanto più presenta effetti collaterali. Non sempre gradevoli. Come si può diventare più intelligenti

C’è un metodo per non sprecare la propria intelligenza? E senza andare a rincorrere le ricette da manualetti cartacei o sul web, fino a che punto possiamo considerare verosimile l’obiettivo di fare crescere l’intelligenza? Esiste, e la trovate navigando in Rete, una lista di 30 attività che farebbero bene alla crescita del cervello, considerato, in questo caso, quasi come un muscolo. Muoversi e leggere.  Avere sempre interessi e curiosità. Coltivare passioni. Un’alimentazione ricca di antiossidanti e poco alcol. In ogni caso, e su questo possiamo fidarci, gli scienziati ci avvertono che i neuroni possono aumentare nel nostro cervello anche dopo i 70 anni. Dunque, se siamo stati maltrattati e forniti di scarsa materia grigia, oltre che non sprecare quella che abbiamo, possiamo anche immaginare di crearne di nuova.

COME COLTIVARE L’INTELLIGENZA

Al netto di facili illusioni, per coltivare l’intelligenza dovremmo partire da un approccio stupido. In generale le persone intelligenti si dividono in due categorie: quelle che non tollerano gli stupidi, fino a una sorta di disprezzo razziale; e quelle che invece considerano il dado della vita una scommessa per tutti, e in ogni caso sanno ben convivere anche con chi ha un quoziente intellettivo più basso. Noi stiamo nella seconda parte del campo. E senza con ciò considerarci intelligenti, abbiamo il massimo rispetto per gli stupidi. E siamo convinti che senza di loro il mondo sarebbe più pesante e più noioso.

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COME NON SPRECARE L’INTELLIGENZA 

Questa differenza è importante per arrivare al punto: con l’intelligenza bisogna sapere convivere. Per non sprecarla, il primo ostacolo da superare è proprio quello di non restarne prigioniero. Di non pagare il pegno quotidiano degli effetti collaterali dell’intelligenza, che sono tutti dimostrati dal punto di vista scientifico. Altro che formulette magiche per aumentare il proprio quoziente intellettivo.

Per esempio: una persona intelligente è naturalmente portata a ragionare di più, a vedere le luci ma innanzitutto le ombre di una decisione, a valutare aspetti positivi e negativi di una decisione. E ciò può provocare ansia, stress, e la tentazione di isolarsi. Un grande intellettuale, Antonio Gramsci, diceva che l’ideale della natura umana è vivere mescolando il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà. Già, proprio per la sua capacità di leggere meglio le cose, di saperle anche anticipare (talvolta troppo presto), una persona intelligenze ha ottime probabilità di scivolare di frequente nella zona grigia del malumore. Al confine e oltre, purtroppo, con la misteriosa terra della depressione. Il male oscuro per eccellenza. Dove le relazioni diventano più rare e più complicate.

Da qui, e siamo a un altro effetto collaterale, il pericolo per i cervelloni di scegliere la solitudine. E allora se sei Giacomo Leopardi, paghi un prezzo altissimo sul piano personale, ma lasci ai posteri l’immensità e l’eternità del tuo genio. Espresso in versi. I conti, più o meno tornano. Ma se sei un uomo qualsiasi, semplicemente fornito di un alto quoziente intellettivo, per quale motivo al mondo dovresti sprecare la tua vita, renderla buia sotto i colpi della depressione, senza riuscire a governare il dono dell’intelligenza? Molto meglio scendere qualche gradino, stare con i piedi per terra, recuperare il valore della condivisione e puntare dritti alla relazione: anche con gli stupidi. L’interesse per gli altri significa avere meno tempo per se stessi, ma anche dare meno spazio alla possibilità che l’intelligenza ti isoli e ti renda quello che, con simpatia, si definisce in gergo «un orso». O, senza troppi complimenti, una persona insopportabile.

COME DIVENTARE PIÙ INTELLIGENTI

Lo stupido semplifica per definizione, la persona molto intelligente complica fino a bloccare la propria azione e l’attività stessa del cervello in quanto sommerse dall’onda lunga delle idee. Sono troppe. Specie se il cervellone attraversa una fase euforica, tipica alternanza con quella down nei cicli del male oscuro della depressione in versione bipolare.

Non è possibile, e questo significherebbe anche fare un torto alla propria intelligenza, che tra queste due alternative così secche e distanti non ci sia la possibilità di una terza via. Più logica, più razionale, più efficace. Forse qui più che il cervello conta il cuore. Se diamo un maggiore spazio ai sentimenti, al rischio di una passione (anche sul lavoro, anche negli obiettivi di vita), allora è molto probabile che l’effetto ingolfamento del cervello si vada a ridurre fino ad azzerarsi. In un braccio di ferro tra il sentimento e la ragione, tra il cuore e il cervello, non diamo sempre per scontato che a vincere debba essere il fattore QI (Quoziente Intellettivo). Nella vita c’è altro, ed è una fortuna se riusciamo a farlo venire fuori.

Come abbiamo visto dall’inizio di questo racconto, il super-intelligente è portato a disprezzare lo stupido. Errore. Oltre che prova (stupida) di presunzione. In realtà è proprio l’intelligenza, se ben temperata da una gerarchia di valori nei quali dovrebbero entrare anche la mitezza e il senso della misura, che dovrebbe spingere le persone intelligenti a essere consapevoli delle proprie qualità, di una forza a disposizione. Senza con questo scivolare nell’eccesso di sicurezza, nella superbia, in quella micidiale malattia dell’Hybris, il delirio di onnipotenza. Virus molto diffuso nell’epoca contemporanea.

COME ESSERE PIÙ INTELLIGENTI 

Un tipico effetto ottico nel quale possono cascare i cervelloni, guardandosi attorno, riguarda l’effettiva utilità dell’intelligenza. Ovvero: ti guardi attorno, te la cavi bene sul lavoro, senti di non avere problemi, ma sei puntualmente scavalcato da qualcuno meno intelligente di te. Possibile? Molto probabile, a conferma che l’intelligenza, per la quale dobbiamo sempre considerarci fortunati, non è automaticamente la qualità migliore per farsi strada nella vita. Non è una polizza che ci allarga il percorso professionale e ci porta a una brillante carriera oppure a chissà quali successi. Non è una garanzia di comando, di autorevolezza, ovunque siamo chiamati a esercitarla, a casa come nell’ambiente di lavoro.

Nella gerarchia aziendale, per esempio, una persona super-intelligente può essere scavalcata da un collega di medio quoziente intellettivo grazie ad altre armi delle quali lui dispone. L’empatia, la capacità di avere buone relazioni, la disponibilità a fare squadra e anche, inutile negarlo, ad essere accondiscendente con la parola dei capi. Una ricerca dell’università svizzera di Losanna, analizzando ben 400 top manager di aziende private europee, ha scoperto che essere molto intelligente non rende leader migliori. Anzi, si fa più fatica a comandare. Perché si è portati a utilizzare un linguaggio complesso, a non essere compresi, a semplificare le richieste che arrivano dal basso della scala gerarchica, a considerale perfino “stupide”.

Ancora una volta l’intelligenza va coltivata, difesa e non sprecata attraverso un semplice esercizio all’umiltà, alla semplicità, alla tolleranza. Alla consapevolezza che anche il quoziente intellettivo dei cervelloni ha dei limiti, diversi limiti. Si può essere un genio in un ambito specifico e poi una persona meno che normale in tutti gli altri. Diceva Einstein: «Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la vita a credersi stupido». Dunque, proteggiamo l’intelligenza dal virus malandrino dell’arroganza.

COME ALLENARE E COLTIVARE LA MEMORIA:

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