I consumi di sabbia hanno superato i livelli di guardia, e la domanda globale è andata oltre la naturale capacità di autoriproduzione di questa importante risorsa naturale. Il Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) sulla sabbia — in particolare “Sand and Sustainability: 10 Strategic Recommendations to Avert a Crisis” (2022) e gli aggiornamenti successivi — dice in sostanza che siamo davanti a una vera e propria crisi globale di gestione della sabbia (“Il nostro utilizzo della sabbia ci mette con le spalle al muro” é scritto nel Rapporto UNEP).
Ma perché il consumo della sabbia è diventato insostenibile? Partiamo dal presupposto che la sabbia, dopo l’acqua, è la risorsa più estratta del Pianeta: ne consumiamo circa 50 miliardi di tonnellate all’anno. Ne serve tanta per l’urbanizzazione del territorio, ovvero per costruire palazzi e infrastrutture, e ne abbiamo sempre meno considerando l’enorme consumo che se ne fa nell’intera filiera del settore delle costruzioni. Solo due esempi: il calcestruzzo è composto per l’80 per cento da sabbia, mentre la percentuale sale al 94 per cento nel caso dell’asfalto.
La sabbia si forma in tempi geologici (centinaia di migliaia di anni), ma noi la usiamo molto più velocemente di quanto si rigeneri → questo crea il cosiddetto “sand gap”. E che cosa provoca la “crisi globale della sabbia”? Anche in questo caso la risposta dell’UNEP è molto chiara:
- erosione di fiumi e coste
- perdita di difese naturali contro tempeste e innalzamento del mare
- salinizzazione delle falde acquifere
- distruzione di habitat (pesci, uccelli, ecosistemi costieri e fluviali)
Quanto alle soluzioni possibili, l’UNEP indica le più importanti, e precisamente:
- ridurre la domanda (costruire meno e meglio)
- riciclare materiali da costruzione e da demolizione
- usare alternative (roccia frantumata, materiali industriali di scarto)
- vietare o limitare l’estrazione in aree sensibili (spiagge, ecosistemi attivi)
- introdurre regole internazionali e monitoraggio.
Di queste soluzioni, la più sostenibile è sicuramente quella che prevede il riciclo dei materiali da costruzione.
Il riciclo dei materiali da costruzione e demolizione (spesso chiamati C&D waste) è già una pratica diffusa in molti Paesi, che andrebbe sviluppata e incentivata ovunque.
Funziona così, quando un edificio viene demolito:
- si separano i materiali “puliti” (calcestruzzo, mattoni, pietre)
- si rimuovono quelli problematici (legno, plastica, metalli, isolanti, gesso)
- il materiale inerte (cemento, mattoni, pietre) viene portato in impianti specializzati
- frantumato in pezzi più piccoli tramite macchinari
- Dopo la frantumazione si eliminano polveri e impurità e si separano le diverse granulometrie (fine, media, grossa).
Gli aggregati riciclati possono essere utilizzati come nuovo calcestruzzo, sostituiscono una parte della sabbia e della ghiaia vergine, e possono servire a realizzare manti stradali, mattoni e blocchi prefabbricati, cemento a basse emissioni.
Quanto all’ultima raccomandazione dell’UNEP, relativa ai controlli sui consumi di sabbia, c’è da dire che la situazione cambia molto da paese a paese. Tra le nazioni dove si presenta più critica ci sono l’India e l’Indonesia e alcune nazionali africane: qui l’estrazione illegale di sabbia è molto diffusa ed è controllata dalla criminalità organizzata. In India, per esempio, il fenomeno è definito “sand mafia”, e l’estrazione illegale di sabbia dai fiumi è diffusa in diversi stati (ad esempio Uttar Pradesh, Bihar, Maharashtra, Tamil Nadu).
La sabbia è molto richiesta per l’edilizia urbana in rapida crescita e in alcune zone, i gruppi criminali controllano cave o tratti di fiume, corrompono i funzionari pubblici che lavorano in questo settore, minacciano di morte i giornalisti che fanno inchieste sul fenomeno, e gestiscono l’intera filiera del trasporto e della vendita illegale di sabbia.
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